‘Ndrangheta connection sulla pelle dei migranti

‘Ndrangheta connection sulla pelle dei migranti

‘Ndrangheta connection sulla pelle dei migranti

I rapporti sospetti tra l’avvocato vibonese che gestiva i centri d’accoglienza commissariati e l’imprenditore reggino che «si è cresciuto in casa Tegano». E il boss pretendeva di avere l’esclusiva sugli acquisti destinati all’albergo che ospitava i profughi: «È come se fosse mio»

Sabato, 21 Ottobre 2017

VIBO VALENTIA Che quello dei servizi destinati ad accogliere i migranti sia un affare milionario non è certo una novità. Che nel business potessero essere coinvolte le mafie, poi, è una deduzione quasi banale che hanno già fatto in molti ma senza avere, finora, elementi precisi a sostegno di questa ipotesi. I provvedimenti che la Prefettura di Vibo ha adottato di recente, di cui il Corriere della Calabria sta fornendo i dettagli in esclusiva, e quelli che si appresta ad applicare anche l’Utg di Catanzaro, segnano, dopo l’inchiesta sul Cara di Isola Capo Rizzuto, uno spartiacque nel complesso tema della gestione delle migliaia di richiedenti asilo che sono approdati negli ultimi anni sulle coste calabresi. Si tratta, comunque, di elementi che sono ancora ben lungi dall’essere accertati, eventualmente, dagli organi della giustizia amministrativa e penale. Quello che emerge chiaramente dalle carte messe insieme da due Prefetture (nella storia entra anche l’Utg di Reggio), però, è un contesto evidentemente preoccupante che va al di là dei singoli episodi raccolti nelle informative delle forze dell’ordine confluite nelle interdittive antimafia. Il quadro tratteggiato, per ora, è da riferire specificamente alla situazione vibonese e, in particolare, ai tre centri d’accoglienza commissariati dal prefetto Guido Longo. Quindi non bisogna generalizzare, e neanche dimenticare che tutto ciò, a partire dalla joint venture tra clan di province diverse, si consuma sulla pelle dei migranti.

I DUE PROTAGONISTI Come già raccontato (qui e qui), al centro dell’interdittiva antimafia che è alla base del commissariamento di alcuni centri di accoglienza vibonesi ci sono un avvocato e un imprenditore. Anzi, una famiglia di imprenditori residente nel Reggino ma originaria di un centro costiero poco distante da Vibo Marina. L’avvocato è descritto nelle carte come il «dominus» di un’associazione e una cooperativa che sono tra le prime realtà ad essersi occupate di accogliere i migranti sbarcati a Vibo negli ultimi anni. Su di lui la Prefettura mette insieme alcuni elementi – nulla che si avvicini a dati giudiziariamente accertati – che parlano di presunti rapporti sospetti con esponenti del clan Lo Bianco-Barba, una cosca attiva su Vibo città che è storicamente legata ai Mancuso di Limbadi e Nicotera. Sugli imprenditori reggini, invece, i sospetti prendono le mosse dalla gestione di due strutture alberghiere sulla costa vibonese – che appunto sono state utilizzate per alloggiare molti migranti – e, soprattutto, da una serie di presunti rapporti con diversi clan di ‘ndrangheta ben noti alle cronache giudiziarie. Secondo la Prefettura di Vibo, insomma, i rapporti tra i due soggetti hanno fatto sì che molti servizi destinati ai profughi fossero finiti in mano, con un subappalto ritenuto illegittimo, proprio all’impresa reggina su cui si addensano le ombre dei clan. Un’azienda che invece la cooperativa vibonese avrebbe tentato di far figurare come un semplice fornitore.

DA BRIATICO A REGGIO Gli inquirenti hanno fatto arrivare sul tavolo del prefetto una serie di informative che raccontano di frequentazioni dei soci dell’azienda o dei loro familiari con alcuni esponenti dei clan locali. Nella carte si parla, in particolare, degli Accorinti di Briatico, clan finito al centro dell’inchiesta “Costa pulita” che sarebbe direttamente federato ai Mancuso. Uno stretto congiunto dell’amministratore unico, per esempio, sarebbe stato controllato più volte assieme a presunti esponenti di vertice della ‘ndrina. Da altre inchieste reggine (“Araba fenice” e “Fata morgana”) emergerebbero, poi, collegamenti tra la famiglia di imprenditori e la cosca Audino-Postorino, gravitante nell’orbita del clan Tegano di Reggio città. Sotto la lente d’ingrandimento anche diversi rapporti societari con aziende in cui sarebbero stati assunti parenti di presunti capi e affiliati di alcuni clan vibonesi, come gli Accorinti e i Bonavita (Briatico), i Fiarè-Gasparro-Razionale (San Gregorio d’Ippona), i Pardea (vicini ai Lo Bianco di Vibo), i La Rosa (Tropea) e, ovviamente, i Mancuso. E desterebbero sospetti, secondo la Prefettura, anche una serie di rapporti commerciali con aziende ed esercizi in odore di ‘ndrangheta a Nicotera, Vibo, Briatico, Zambrone e Soriano.

LE INTERCETTAZIONI Nelle carte, che rivelano una situazione «allarmante» creatasi attorno ai soldi destinati all’accoglienza, vengono citate alcune intercettazioni confluite nell’inchiesta “Costa pulita” condotta dalla Dda di Catanzaro contro i clan della costa vibonese. Gli inquirenti captano una conversazione all’interno di un’auto in cui ci sono alcuni appartenenti clan della zona. Uno degli elementi considerati al vertice della ‘ndrina locale si lamenta del fatto che alcuni dipendenti di una struttura alberghiera gestita dalla famiglia reggina non si fossero riforniti dal negozio di una sua stretta congiunta: «Quando vai con i soldi dell’albergo ad acquistare qualcosa per l’albergo – dice il presunto boss parlando con gli altri e riferendosi ad uno degli imprenditori in questione – devi andare da mia figlia». E se il concetto non fosse abbastanza chiaro, l’uomo aggiunge: «La prossima volta glielo dico (…) gli dico, vedi che io so, che ti è stato detto quando vai ad acquistare per conto dell’albergo di andare da mia figlia (…) se lui mi dice “qua… là… ah!… sì! Pam… pam nel muso (imprecazione) gli meno dentro l’albergo stesso». Continuando la conversazione, il capoclan chiarisce: «Il locale (…) è come se fosse mio».

«SI È CRESCIUTO CON I TEGANO» Dalle indagini a cui si fa riferimento nell’interdittiva antimafia sarebbero poi emerse «strette relazioni» tra esponenti della cosca Tegano e la famiglia di imprenditori a cui è stato affidato il «subappalto» relativo ai centri d’accoglienza commissariati. In un caso, per esempio, sarebbe emerso il ruolo di «intermediazione, se non di complicità» in una estorsione perpetrata ai danni di un imprenditore edile che ha effettuato dei lavori nel Reggino. L’imprenditore che aveva in subappalto i servizi dei centri d’accoglienza commissariati, insomma, avrebbe delle «entrature forti nell’ambito del panorama ‘ndranghetistico di Reggio Calabria». In una conversazione finita in un’indagine, infatti, parlando dello stesso imprenditore gli interlocutori intercettati avrebbero affermato che «si è cresciuto a casa dei Tegano». (3–fine)

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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fonte:http://www.corrieredellacalabria.it

 

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