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Navi dei veleni sull’onda del patto criminale – Il traffico di rifiuti

Il traffico internazionale di rifiuti industriali ad alta pericolosità è un settore economico, illecito, che si intreccia con altre due attività illegali come il traffico di droga e quello di armi. L’intero “distretto” è in mano, da decenni, alla criminalità organizzata. Si parla di malavita in senso generale perché su questo tipo di business Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra hanno trovato un accordo di collaborazione inedito.

Il patto si è trasformato in industria, coinvolgendo, negli anni, altre organizzazioni criminali internazionali. Oggi il traffico internazionale diretto viene gestito in parte dalle organizzazioni mafiose e in parte da grandi aziende (praticamente delle multinazionali) per il riciclo di materie prime con una patente di legalità ottenuta in qualche Stato compiacente. Una serie di inchieste riguardanti 4 regioni (Lazio, Campania, Liguria e Friuli Venezia Giulia) ha svelato che fra il 2006 e il 2007 questo tipo di attività aveva consentito lo smaltimento illecito di decine di migliaia di tonnellate di sostanze pericolose. Si tratta di un insieme di rifiuti di ogni genere, ma emergono anche nuove “tipologie merceologiche” dei materiali da smaltire, in particolare di scorie hi-tech, provenienti dall’industria elettronica.

Secondo il “Rapporto ecomafia 2007” la provincia del Guangdong, in Cina, appare come una delle mete “privilegiate” della spazzatura hi-tech. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici e frigoriferi imboccano la rotta verso Est. Secondo gli investigatori, Hong Kong non è una destinazione scelta a caso, perché fa parte di quei Paesi che hanno una normativa ambientale più permissiva e soprattutto offre una manodopera a basso costo. Un lavoratore cinese viene pagato in media 1, 5 dollari al giorno. Più del 90 per cento dei rifiuti esportati in Cina finisce nel circuito illegale dei piccoli e sperduti villaggi della costa, dove le operazioni di smantellamento e recupero dei materiali avvengono, a mano, in ogni angolo, nei garage di casa, in strada, negli orti, il tutto senza la minima precauzione.

Si è passati negli anni da una direttrice da Nord a Sud a una nuova direzione che è quella che collega Ovest a Est. Per fare un esempio concreto, il via alle indagini è avvenuto in Friuli quando è stato individuato un primo traffico illecito di plastica e carta da macero – provenienti da ditte friulane, liguri, piemontesi, venete e lombarde – che, camuffate da “materia prima seconda”, mediante il sistema della triangolazione e del giro-bolla, venivano fatte confluire in consistenti quantitativi (centinaia di tonnellate), in un sito di stoccaggio non autorizzato, ad Aiello del Friuli (Udine). Una trasformazione illegale camuffata da lecita e gestita, in superficie, da imprese “pulite”. E qui, questi rifiuti venivano mischiati a rifiuti speciali e industriali. Facciata legale, attività illecita. Dietro ditte apparentemente pulite si celava l’organizzazione di clan campani e calabresi.

Lo smaltimento illecito di veleni, sia interrati che inviati in Paesi africani, latinoamericani o asiatici o affondati in mare continua a essere l’attività più tradizionale dei clan, anche se non più con le dimensioni di un tempo. I nuovi modelli “industriali” consentono altri tipi di procedure più facilmente occultabili. E qui si torna alla vicenda di Capo Spartivento, degli auto-affondamenti di navi e al “lavoro” sporco delle triangolazioni armi-rifiuti in Paesi in conflitto. Sulla vicenda dell’affondamento della nave Rigel nei primi anni Novanta, di cui si è venuti a conoscenza grazie a un appunto rinvenuto dopo il naufragio della Rosso (ex Jolly Rosso) degli armatori Fratelli Messina e già protagonista a fine anni Ottanta della clamorosa vicenda delle cosiddette “navi dei veleni”, rimane il mistero. La commissione Ecomafia, al tempo della presidenza di Massimo Scalia, riuscì a ottenere i fondi necessari per un monitoraggio di ricerca del relitto nella fossa marina proprio al largo del Capo Spartivento davanti alle coste calabre. Venne contattata un’azienda che non riuscì a trovare traccia della Rigel o di sostanze rilasciate.

Recentemente sono emersi alcuni legami dell’azienda stessa con ambienti vicini ai servizi segreti italiani. E, visto il probabile doppio uso (rifiuti e armi) a cui era destinata la Rigel, sorgono alcuni dubbi sui rilievi effettuati alla fine degli anni Novanta. Inoltre, la Procura di Pola continua a indagare sul naufragio e l’affrettato smaltimento e disarmo della Rosso, sulle materie che trasportava e soprattutto sui legami, segnalati anche da alcuni pentiti, fra imprese “legali” e clan della ’ndrangheta, veri e propri armatori dello “shipping dei veleni”. Misteri e vicende irrisolte, mentre il mercato si ammoderna e i sistemi di occultamento dei traffici si affinano.

(tratto da AgoraVox)