Narcos messicani e colombiani sempre più intraprendenti

Narcos messicani e colombiani sempre più intraprendenti

di Piero Innocenti

La disputa per il controllo del commercio di cocaina e delle rotte da seguire per il trasporto verso i mercati americano ed europeo ha portato, alcuni giorni fa, all’ennesimo scontro armato tra gruppi di narcos messicani con il bilancio finale di diciannove morti. E’ accaduto il 3 aprile scorso nel municipio di Madera (Chihuahua) tra membri della Linea (un gruppo criminale che un tempo svolgeva funzioni di sicariato per conto del cartello di Juarez) e dei Los Jaguares, due delle tante bande che con i gruppi più strutturati (i cartelli) sono in perenne lotta per la spartizione del mercato degli stupefacenti, su tutti la cocaina. Il mercato italiano, peraltro, è sempre particolarmente appetibile grazie ad una domanda che, anche nella attuale drammatica emergenza sanitaria, non sembra flettere minimamente. Anzi, c’è anche chi sta realizzando stoccaggi di cocaina per poterla piazzare, poi, quando i prezzi verosimilmente lieviteranno man mano che si attenuerà il periodo emergenziale collegato alla pandemia da Covid-19. Pare che fosse questa la prospettiva che ha spinto un esponente della ‘ndrangheta ad occultare sottoterra gran parte degli oltre 500kg di cocaina trovati dagli agenti della Polizia di Stato alla fine di marzo nella zona di Gioia Tauro. Anche i 140kg di cocaina sequestrati a Savona, sempre a marzo, facevano parte di un carico più consistente rimasto nel container scaricato da una nave proveniente dal Sudamerica. In entrambe le situazioni pare ci sia lo zampino dei narcos messicani (come intermediari) in combutta con la criminalità organizzata italiana. E d’altronde non è una novità che in Messico gravitino, da tempo, anche latitanti italiani ricercati per narcotraffico internazionale. Ricordiamo, tra gli ultimi, l’arresto a Tampico (Tamaulpipas), nel marzo 2017, di Giulio Perrone latitante da 19 anni, in contatto con diversi narcotrafficanti messicani per conto della camorra ed estradato, in poche ore, verso il nostro Paese. Stessa sorte toccata, tre mesi dopo, a Ivan Fornari, elemento di spicco della criminalità cagliaritana, latitante dall’ottobre 2016 e arrestato a Playa del Carmen con immediata espulsione verso l’Italia non essendo in regola con il visto di soggiorno. In realtà mafie italiane e messicane fanno “affari” almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso quando a Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco, era già attivo un gruppo di narcos che faceva capo ad Alberto Sicilia Falcon, cubano di nascita ma di origini italiane. Tuttavia il primo vero capo mafioso di un certo spessore è stato il libanese Jorge Asaf y Bale, che svolse le funzioni di collegamento tra i narcotrafficanti di Beirut e i gruppi emergenti di Cosa Nostra che, in Messico, facevano capo al siciliano “Pino”, ossia Giuseppe Catania. Quest’ultimo si era guadagnato un’apprezzata posizione sociale tanto che lo si notava spesso praticare equitazione con le alte gerarchie militari messicane. Eccellenti rapporti con la mafia siciliana li ebbe anche il gruppo degli Herrera, il cui capo, Don Jaime, si riforniva di cocaina direttamente dal cartello di Medellin. Senza contare che fu un honduregno, Matta Ballesteros, allievo della “scuola italiana” di Alberto Sicilia Falcon a dar vita, con Miguel Felix Gallardo, ad una delle più potenti organizzazioni di narcos in Messico. Più di recente, nel 2008 e 2010, un’indagine – operazione Solare e Solare 2 – coordinata dalla DDA di Reggio Calabria che ha interessato USA, Messico, Italia e Germania, ha portato all’arresto di più di duecento persone componenti una rete che smistava tonnellate di cocaina tra il Sudamerica e l’Europa, facendo emergere anche stretti contatti tra la ‘ndrangheta (la famiglia Schirripica di Gioiosa Jonica, le ‘ndrine dei Macri e dei Coluccio) e rappresentati del cartello del Golfo e dei Los Zetas presenti negli USA. Ulteriori saldature operative tra le nostre mafie e quelle messicane sono emerse nel 2012 con il sequestro, nel porto di Gioia Tauro, di 260kg di cocaina a bordo di una nave salpata dal porto messicano di Mazatlan. Le quasi sette tonnellate di cocaina sequestrate dalle forze di polizia solo nei primi tre mesi del 2020 ( sono state poco più di 7,5ton nell’intero 2019), stanno a indicare un’altra “emergenza”, quella di una criminalità del narcotraffico sempre più intraprendente e in espansione.

La rotta dell’Atlantico per i sommergibili dei narcos colombiani
Sarebbe rimasto molto soddisfatto il prefetto
Pietro Soggiu, indimenticabile primo direttore della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA), scomparso nell’agosto dello scorso anno, se avesse saputo del primo sequestro di un sottomarino colombiano che trasportava cocaina avvenuto alcune settimane fa lungo le frastagliate coste spagnole della Galizia dopo aver attraversato l’Atlantico. Era stato lui un quarto di secolo fa a pronosticare che il trasporto di consistenti quantitativi di cocaina diretti in Europa con questi natanti si sarebbe sviluppato negli anni interessando, dopo la rotta del Pacifico, anche quella dell’Atlantico man mano che si perfezionava la costruzione di tali mezzi. Condivisi a quei tempi il pensiero di Soggiu che per molti anni fu il vero stratega nazionale antidroga e che ripeteva spesso come “il mare del narcotraffico è molto pescoso, basta buttare le reti che qualche pesce grande e piccolo rimane sempre impigliato”. E non rimase stupito più di tanto quando, dalla Colombia, nel 1996, lo informai del primo rinvenimento, nella baia di Santa Marta, da parte della Polizia Antinarcoticos, del primo piccolo sottomarino artigianale abbandonato in mare con un carico di un centinaio di chilogrammi di cocaina e con il pieno di carburante. Probabilmente era stato lasciato dopo l’avvistamento di un pattugliatore della Polizia Nazionale in servizio lungo la costa nord colombiana. Costruito in legno e acciaio, era di colore azzurro e verde, con un piccolo motore alimentato a gasolio, una bussola, e lo spazio sufficiente per essere pilotato da una persona di piccola statura. Fu da allora che, sulla scorta anche di attività informativa svolta, la valorosa Polizia Antinarcoticos concentrò la sua attenzione su queste nuove modalità di trasferimento della cocaina, in prevalenza verso il mercato americano. Fatto sta che negli ultimi venticinque anni, le unità navali americane, colombiane, honduregne e costaricensi, hanno sequestrato complessivamente almeno centoventi di queste imbarcazioni lungo la rotta del Pacifico. Per la DEA, l’agenzia antidroga americana, si trattava di Self Propelled Semi Sumersibles (SPSS), in quanto imbarcazioni che navigavano appena con pochi centimetri di scafo sopra il livello dell’acqua rendendo, in tal modo, particolarmente difficile intercettarli con i sistemi radar. Le cose cambiarono negli anni seguenti fino ad arrivare alla localizzazione, in un capannone alla periferia di Bogotà, di un sommergibile,in fase di costruzione, lungo una ventina di metri, dotato di sofisticate apparecchiature per una prolungata navigazione e in grado di trasportare diverse tonnellate di cocaina con un’autonomia di oltre seimila miglia marine. La cosa più sorprendente è che si accertò la collaborazione di alcuni ingegneri e tecnici russi nella progettazione e realizzazione del natante che sfumò grazie ad una “soffiata” fatta alla Polizia Nazionale colombiana. In genere, tuttavia, la costruzione di tali minisommergibili è avvenuta in piccoli cantieri nella giungla della Valle del Cauca e, con il passar del tempo, sono stati dotati anche di periscopi ottenendo una immersione completa anche fino a dieci metri sotto il livello del mare (ed in questo deve esserci stato il contributo anche di qualche italiano come si rilevò alcuni anni fa quando la Polizia colombiana trovò in un cantiere dove si stava costruendo un sommergibile anche alcuni fogli, scritti a mano e in italiano, con indicazioni tecniche su come realizzare l’impianto di aereazione). L’equipaggio, di solito, viene selezionato nel luogo dove i sommergibili vengono armati, con esperti pescatori, in grado di navigare anche di notte e abituati anche a lunghe permanenze in mare ( come i tre colombiani arrestati dalla Guardia Civil spagnola nella operazione recente in Galizia). Anche la guerriglia colombiana (Farc e Eln) hanno fatto ricorso a questi sistemi per trasportare e commercializzare la cocaina. Non mi stupirei se, dopo la vicenda del sommergibile in Galizia se ne intercettasse anche qualcuno nel Mediterraneo, dopo aver varcato lo Stretto di Gibilterra.

Tratto da: liberainformazione.org

 

10 Aprile 2020

fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

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