Napoli. Tregua e patrimoni da salvare dietro le confessioni choc. La nuova strategia dei clan

Il Mattino, Mercoledì 17 Febbraio 2016

Napoli. Tregua e patrimoni da salvare dietro le confessioni choc. La nuova strategia dei clan

di Leandro Del Gaudio

Salvare i patrimoni, assicurare una gestione morbida dei propri beni ai propri figli e mandare segnali di distensione a quelli dell’altra parte: che sono i Di Lauro, ma anche i cosiddetti «girati», quelli di via Vinella dei grassi. Strategia di basso profilo ma di lungo respiro, quella adottata da qualche settimana dai vertici degli Amato-Pagano, i cosiddetti scissionisti del clan Di Lauro, conosciuti anche come «spagnoli» di Secondigliano

Non si pentono, ma si dissociano: chiedono scusa, si battono il petto, ma non accusano altri soggetti né forniscono spunti per nuove indagini. Chiedono di fare una cosa non consentita dal codice, – la dissociazione – provando ad andare all’incasso di qui a qualche anno: dribblare l’ergastolo, abbassare la morsa delle indagini, controllare patrimoni mafiosi frutto del riciclaggio di massicce quantità di denaro sporco. Così Gennaro Marino e Cesare Pagano, boss di primo piano della camorra napoletana, dal 2004 a capo dell’ala scissionista della camorra di Secondigliano. Ma non sono i soli.

Anche ieri mattina, un altro detenuto al carcere duro ha seguito la scelta dei capi: si chiama Carmine Pagano, è il nipote di Cesare, segue la scia. Ha provato a toccare le corde dell’animo umano, rivolgendosi al pubblico in udienza: «Chiedo perdono – dice – ho ucciso e mi rivolgo ai figli e ai parenti più stretti delle vittime. Sono orfano di padre, so cosa significa il dolore della perdita, mi dissocio». Effetto domino nelle fila del clan. Dai boss ai gregari, dai killer agli affiliati più giovani. Torna a prendere la parola lo stesso Cesare Pagano, che due giorni fa aveva confessato la propria responsabilità di mandante dei delitti di Dello Ioio e Amoruso. Ieri, il boss Pagano ha rincarato la dose: «Sono responsabile anche dei delitti di Fulvio Montanino e Claudio Salerno, con la camorra io non c’entro più niente». Nessun commento in aula, il pubblico tace, consapevole di assistere a un copione preordinato. C’è spazio ancora per altri colpi di scena, quando dinanzi ai giudici della quarta assise (presidente Rosa Romano) prendono la parola altri imputati.

Da Milano, c’è un intermezzo del presunto killer Rito Calzone, che non ha nessuna voglia di offrire una confessione ai magistrati. Anzi. Se la prende con i pentiti e chiarisce che le accuse del collaboratore di giustizia Antonio Pica sono false, tanto da offrire un alibi d’eccezione: «Mi accusa di aver ucciso Amoruso, ma quel giorno ero in Spagna a vedere una partita di calcio, come dimostrano le foto con l’allenatore Mourinho e con alcuni calciatori». Tocca poi al reo confesso Arcangelo Abete, altro scissionista della prima ora, aggiungere poche parole sulla propria conversione: «Al di là di tutti quelli che hanno confessato qualcosa, gli altri imputati sono innocenti», chiarisce per accontentare le famiglie presenti nel pubblico. Insomma, una slavina che sembra rafforzare le indagini del pool anticamorra dell’aggiunto Filippo Beatrice e dei pm Stefania Castaldi, Maurizio De Marco e Vincenza Marra. Soddisfatti e cauti, gli inquirenti. Ma cosa c’è dietro confessioni e chiarimenti?

Indagine sullo scenario criminale a dodici anni dai primi venti di guerra che insaguinarono l’area metropolitana, con decine di morti ammazzati in pochi mesi. Stando a una prima ricostruzione, c’è la sensazione di trovarsi di fronte a una strategia mirata ad ottenere una serie di sconti e benefici nel corso dei tre gradi di giudizio. Nulla di scontato, ma ci sono dei precedenti che riguardano soprattutto alcuni esponenti della famiglia Moccia. Ricordate cosa accadde nei primi anni Novanta? Moccia si autoaccusò degli omicidi, senza accusare altri imputati, fino a scontare una condanna che si è conclusa solo di recente. Oltre venti anni di cella, niente ergastolo, un fine pena che è sopraggiunto un anno fa. È una strada percorribile?

Spiega al Mattino l’avvocato Saverio Senese, difensore di Moccia (in questi anni è stato affiancato anche dal collega Libero Mancuso): «Le sentenze sul caso Moccia sono dei precedenti ma non sono vincolanti, in questa materia ogni giudice può decidere secondo il proprio convincimento». Difensore di Moccia, ma anche di Cesare Pagano (assieme al collega Luigi Senese), il penalista continua: «Nella mia vita professionale mi sono sempre limitato a registrare le scelte dei miei assistiti, a sostenere le loro richieste con le armi del codice. Da cittadino, posso aggiungere che la resa di un boss è senz’altro una vittoria delle istituzioni e non posso che congratularmi con i pm che sono la mia controparte in questo processo». Intanto, mentre in aula i boss si dissociano, sul territorio non si ferma l’attività di spaccio. È così che ieri mattina la polizia ha messo a segno un blitz nelle cosiddette case celesti, in via Limitone d’Arzano: rimosse diverse barriere che servivano a proteggere i pusher, mentre ai dipendenti Asia è toccato lo smaltimento di 14 porte blindate divelte dalla polizia. Strategie e manovre processuali non fermano il flusso di soldi sporchi. 


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