Napoli, se lo Stato che manca si chiama politica

 

Il Mattino, Lunedì 15 Maggio 2017

Napoli, se lo Stato che manca si chiama politica

di Vittorio Del Tufo

Ha ragione il capo della polizia Gabrielli quando afferma che l’azione repressiva dello Stato ha disarticolato i clan più strutturati dando sfogo «a quella delinquenza, quel bullismo, che poi diventa criminalità». Negli ultimi anni, alla Sanità come in altri quartieri, una generazione di giovani bulli è cresciuta nel mito criminale (e nel brodo di coltura) dei padri e dei nonni camorristi. In carcere (o morti ammazzati) questi ultimi, per strada si dimenano e sgomitano le giovani e le giovanissime leve; bande di ragazzini, aspiranti boss, che infestano il centro storico con le loro «stese» e le loro scorribande armate. È vero, la camorra dei muschilli che girano armati di notte, camorra di nuova generazione, liquida e pervasiva, scarsamente penetrata dal fenomeno del pentitismo, è anche figlia delle azioni di contrasto – gli interventi repressivi di forze dell’ordine e magistratura – che hanno in molti casi disarticolato il «sistema» contribuendo a ridisegnare la geografia criminale in città.

Parlando a margine di un convegno sullo sport alla caserma Nino Bixio di Napoli, il capo della polizia Gabrielli ha anche sostenuto che sul fenomeno delle stese, ma più in generale sulla frammentazione del potere criminale, meno strutturata rispetto al passato ma non per questo meno invasiva e pericolosa, «noi facciamo la nostra parte, ma la parte più straordinaria dovrebbero farla altre agenzie, altri contesti, a partire anche dalla società civile».

A chi sono dirette le parole di Gabrielli? Non certo, crediamo, agli operatori laici e religiosi che proprio alla Sanità sono protagonisti da anni di una straordinaria stagione di riscatto. Se c’è qualcuno a cui proprio non si può chiedere di fare di più questo è, tanto per fare alcuni esempi, padre Antonio Loffredo, parroco di Santa Maria della Salute, il «Don Rega» dell’ultimo romanzo (postumo) di Ermanno Rea, motore della Fondazione San Gennaro e instancabile «motivatore» dei tantissimi giovani borderline del rione; o Ernesto Albanese, fondatore de «L’Altra Napoli», onlus che sostiene i progetti di recupero dei minori a rischio, già mille ragazzi strappati alla strada e alle sirene dei clan; o lo straordinario collettivo di Sanitansamble, che coinvolge (e sostiene) oltre ottanta bambini e ragazzi dai 6 ai 22 anni, ragazzi che stanno utilizzando la musica per cambiare la loro vita, ma senza uscire dalla Sanità, senza tradire le loro origini; o Mario Gelardi con il suo nuovo Teatro Sanità, e tanti altri.

Insomma, il paradosso – colto benissimo da Isaia Sales nell’editoriale pubblicato ieri sul Mattino – è che proprio nel quartiere dove è rimasto ucciso, durante una stesa, il diciassettenne Genny Cesarano, e dove domenica notte sono stati esplosi altri colpi di pistola per il controllo del territorio, «si sta sperimentando uno dei tentativi più significativi in Italia di recupero dei minori provenienti da famiglie disagiate attraverso la musica e la cultura». 

Se è vero, come ha osservato Sales, che la cultura da sola non basta a fermare i clan, e nemmeno i piccoli aspiranti boss ansiosi forse di replicare, a modo loro, le gesta della vecchia camorra, quella dei loro padri e dei loro nonni, è altrettanto vero, come ha riconosciuto il capo della polizia, che neanche l’azione repressiva da sola può bastare di fronte a una microcriminalità sempre più orizzontale, liquida, invasiva e anarcoide. È indubbio che si debba fare di più, ma a chi tocca fare di più: allo Stato o alla società civile? E se diserzione c’è stata, può essere imputata unicamente alla società civile? Quest’ultima, è vero, si è ritratta dalla politica e si guarda bene, il più delle volte, dallo scendere in campo; salvo poi impegnarsi in attività di solidarietà e di volontariato sociale che altrove si sognerebbero. Ma la società civile non è un mantra al quale attribuire un potere salvifico e taumaturgico. 

D’altra parte, è indubbio che la sicurezza dei cittadini non possa essere solo un affare di poliziotti e di magistrati. Ha invece a che fare con la presenza quotidiana e virtuosa dello Stato, soprattutto nei quartieri della faide e delle stese. Ma lo Stato non è – non dovrebbe essere – solo l’avamposto degli uomini in divisa, ai quali affidare una risposta esclusivamente repressiva. Lo Stato è anche la buona politica, e in troppe zone della città lo Stato continua a essere assente. Se l’obiettivo è quello di tranciare il welfare criminale, e renderlo meno attrattivo agli occhi dei giovani criminali e aspiranti criminali, occorre che lo Stato, nei suoi livelli centrali e periferici e nelle sue articolazioni amministrative, faccia la sua parte. A cominciare da un’azione di risanamento del territorio e di riqualificazione urbanistica dei quartieri sventrati dal degrado. Insomma: politiche del lavoro, decoro delle strade, luoghi di aggregazione culturale, nuove occasioni per le periferie, funzionamento dei servizi pubblici, diffusione della cultura della legalità a tutti i livelli. Una bonifica a tutto campo: proprio ciò che a Napoli continua a mancare.
 

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