Napoli, nel bar di «Giò» i segreti dei clan di Scampia

Il Mattino, Domenica 15 Maggio 2016

Napoli, nel bar di «Giò» i segreti dei clan di Scampia

di Marco Di Caterino

Melito. Due delitti avrebbero preceduto l’omicidio di Giovanna Arrivoli, detta «Giò», la donna che voleva essere un uomo, e forse aspirava anche ad essere un boss della camorra di Melito, rapita e trovata cadavere lunedì scorso, semisepolta in uno spiazzo di campagna abbandonato, in via Giulio Cesare a Melito. Il delitto di Giò sarebbe collegato con l’esecuzione di Luigi Di Rupo, ucciso il 5 gennaio in un bar di Melito, seguito dalla scomparsa di Davide Tarantino, 43 anni, vittima di lupara bianca, scomparso il 26 febbraio scorso, senza lasciare traccia, a parte la sua auto, ritrovata nei pressi del Lago Patria tre giorni più tardi.

Una scia di morti, a cui si sarebbe sottratto Carmela Borello, detto «Caminiello», di Giovanna Arrivoli, che si era fatto arrestare due mesi fa, probabilmente inscenando una violazione degli arresti domiciliari a cui era sottoposto.Tre episodi, apparentemente scollegati, ma che in realtà sono uniti dal sottile filo rosso della restaurazione interna agli affiliati al clan AmatoPagano, gli scissionisti della prima faida di Scampia, da sempre in regime di monopolio delle piazze di spaccio a Melito. E la camorra, che al di la di certi stereotipi di «maschilismo» a tutti i costi, non aveva storto il naso, davanti al genere incerto di Giovanna Arrivoli.

Anzi, l’aveva premiata e promossa di gradi nella gerarchia criminale, dopo una lunga detenzione per spaccio, a Scampia prima della faida.Uscita dal carcere nel 2012, le era era stato affidato la gestione del bar Bleu Moon, piazzato in via Lussemburgo, proprio nel centro nevralgico del quartiere 219, da sempre controllato in modo asfissiante dal clan degli scissionisti. Un locale, che con la sua gestione, e soprattutto perché tenuto a bada da Giò con modi duri, da vero maschio di camorra, era diventato l’epicentro e il passaggio obbligato di tutte le attività della cosca. Li venivano custodite partite di droga, somme di denaro, armi, e nel linguaggio muto della criminalità organizzata, anche segreti, la cui rivelazione è pagata con la vita.Giovanna Arrivoli, che invece proprio per il fatto di sentirsi uomo e di comportarsi come tale, probabilmente nel corso degli anni, resi anche più facili e appaganti come maschio per una relazione ventennale con una compagna, ha finito per perdere quel sesto senso, tutto femminile, che ti fa rizzare le antenne di fronte all’arrivo di un pericolo o a riconoscere chi ti si presenta come un amico, che tale non è. Soprattutto tra i camorristi. Insomma, per gli inquirenti le indagini sono coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e svolte dai carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna la chiave di lettura del barbaro omicidio di Giovanna, Giò, Arrivoli, è da cercare proprio in quel bar.

Gli inquirenti non escludono che la sua morte sia stata decisa, proprio per un ammanco di una grossa somma di denaro delle casse del clan, che «Giò» avrebbe distratto per finanziare gli elementi del clan, in rotta con il resti della cosca. Per questo, Giovanna Arrivoli sarebbe stata rapita nelle prime ore del pomeriggio di venerdì della scorsa settimana. Portata in una camera della tortura per essere interrogata, per fare altri nomi. E forse una volta svelati i segreti, è stata uccisa con un colpo al cuore e due alla testa, e poi trasportata fino al campo di via Giulio Cesere a bordo di un furgone, risultato rubato, e sepolta a faccia in giù, che nel tragico rituale della camorra è riservato a chi viene ritenuto un infame.

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