Napoli, le scelte sciagurate che hanno prodotto le «belve» di periferia.

Napoli, le scelte sciagurate che hanno prodotto le «belve» di periferia. I CITTADINI  CAMPANI – E NON SOLO I NAPOLETANI – DOVREBBERO PER IL LORO BENE PRENDERE  I RAPPRESENTANTI DELLE VECCHIE CLASSI DIRIGENTI,POLITICHE E NON,E CACCIARLI A PEDATE NEL SEDERE PER IL MALE CHE HANNO FATTO.ED INVECE LI TENGONO ANCORA LA’ ,RIVERITI E SERVITI.PURTROPPO. E NE PAGANO LE CONSEGUENZE RIMETTENDOCI ANCHE LA VITA .

Il Mattino, Venerdì 24 Novembre 2017

Napoli, le scelte sciagurate che hanno prodotto le «belve» di periferia

di Adolfo Scotto di Luzio

C’è un nuovo mostro, uno dei tanti, partorito dall’immaginario napoletano. Si aggira per la città e viene dalle periferie. Della luce malvagia che lampeggia nei suoi occhi ha detto il questore di Napoli ai margini di un convegno della Confcommercio. È la belva. La scimmia lubrica di cui scrisse un grande storico della Rivoluzione francese, l’antica canaglia. Il suo fiato ammorba i vicoli di Chiaia. Turba la legittima aspirazione delle migliaia di giovani che vogliono solo divertirsi e che per questo bevono, si riversano per strada, tengono allegramente sveglio un intero quartiere fino alle prime luci dell’alba, per poi sciamare di nuovo verso casa, a godere il sonno ristoratore dei bravi ragazzi. Gli onesti commercianti sono sfiniti, le mamme si stringono al seno i loro figlioli.

E così, mentre Napoli si appresta a vivere l’ennesimo weekend di caos, sappiamo finalmente di chi è la colpa. Del camorrista strafatto e violento, del ragazzino con la pistola che non esita a sparare e che tra venerdì e sabato, dal tramonto all’alba, dà l’assalto ai quartieri dei signori, portando con sé lo stile barbaro delle sue terre abbandonate da Dio.

È tutto vero, per carità. Abbiamo ormai una folta letteratura sulle paranze dei bambini e la cronaca fornisce sempre nuovo materiale al cupo racconto della Napoli abitata dagli zombie. Ma è veramente possibile tracciare un confine così netto? Da un lato, Napoli, la città nobilissima; dall’altro, la massa incombente e minacciosa dei fetienti? E poi, che bisogna fare? Murare Scampia, come la New York apocalittica di John Carpenter, grande penitenziario a cielo aperto in cui si entra solo calandosi da un elicottero? Proclamare il coprifuoco a Ponticelli? Si pensa, per caso, di scannerizzare l’iride a quelli che vogliono andare ai cosiddetti baretti? E i pregiudicati a piede libero che fanno, non entrano? Chissà.

Per non dire che la città dovrebbe interrogarsi sulle forme del consumo urbano. A meno che non si sia scelto di ridurre Napoli alla mera scenografia, sempre più logora per la verità, di un divertimento ormai svuotato di senso. La città è un tessuto storico-culturale e come tale andrebbe rispettato. Una città fatta solo di pizzerie, birrerie, di rivenditori di patatine fritte, di zeppole e babà smette di essere un organismo vivo e si trasforma nella citazione sguaiata di se stessa. Di questo, una buona volta, dovrebbero farsi carico anche i commercianti, sviluppando finalmente un’idea di servizio che non sia solo la comoda rappresentazione del proprio tornaconto personale. Non hanno nulla da dire, ad esempio, le loro associazioni di categoria, a cominciare proprio dalla Confcommercio, sulla qualità dei locali autorizzati alla vendita di liquori e sulla preparazione professionale di quei tanti baristi che lucrano su adolescenti allettati da bombe superalcoliche a un euro al bicchiere? I gestori dei baretti, che vivono del caos di cui pure si lamentano, non hanno nessuna responsabilità in questa vicenda?

Ma non è di questo che si parla. Il tema, oggi, sono le periferie degradate. Grande questione, direbbe qualcuno.

Ci sono, attorno a Napoli, quartieri socialmente patogeni; dove i livelli di degrado sono così elevati che tutti gli orrori appaiono possibili. Ma chi le ha create queste vaste distese di terra desolata e che idea di città riflettevano al momento in cui furono concepite e progettate?

Le periferie napoletane, nel loro assetto attuale, riportano alla città almeno per due linee storiche di sviluppo: il terremoto e la deindustrializzazione, soprattutto ad Est.

Trentuno anni fa, esattamente nel novembre del 1986, «Il Sole 24 ore» faceva notare ai suoi lettori che per la ricostruzione del post terremoto era stata spesa in Campania una cifra così enorme che alla fine, per lo Stato, sarebbe stato più conveniente acquistare le case per le migliaia di sfollati direttamente sul mercato immobiliare. Sull’onda anche di quella polemica, che annunciava la Lega e la fine della prima Repubblica, giunse a Napoli una delegazione della Commissione lavori pubblici della Camera. Il suo obiettivo era fare un sopralluogo nei cantieri della ricostruzione. Gli amministratori locali non smentirono le accuse del giornale della Confindustria. A Napoli, si disse, i soldi erano stati spesi non solo per costruire le case. Con il terremoto era stata colta l’occasione per riqualificare aree di estremo degrado.

Erano ancora anni trionfali, quelli, per la classe dirigente meridionale, ben insediata nei punti nevralgici dell’apparato politico istituzionale. E con grandi disponibilità finanziarie. Alla periferia della città, si faceva notare con un certo orgoglio, stavano sorgendo quartieri grandi come una media cittadina dell’Italia settentrionale. In cantiere c’erano scuole, strade, fogne, acquedotti. La più grande impresa urbanistica in Europa nel secondo dopoguerra, si diceva!

Anche all’epoca non mancavano gli esempi negativi, additati da tutti come cose che bisognava assolutamente evitare. Scampia, nella sua versione planetario-gomorresca, non esisteva ancora. Il male era Rione Traiano. Bisognava impegnarsi a non ripetere l’errore. Così si diceva. Mai più Rione Traiano. La parola d’ ordine era debellare il degrado. Riqualificare i territori.

Erano due le direttrici individuate dall’élite politica locale, al Comune e alla Regione, il cui presidente, Antonio Fantini, democristiano, era anche commissario di governo alla ricostruzione. Bisognava muoversi in direzione della periferia urbana, l’antica corona di spine di Nitti nel 1902 e, poi, le aree a Nord di Napoli. Era questo, in particolare, il terreno di espansione individuato dalla Regione.

Mai scelta fu più sciagurata. Da quelle parti mancava praticamente tutto. Non c’erano infrastrutture, né servizi. L’intervento urbanistico dovette essere radicale e comportò l’enorme flusso di denaro pubblico messo al centro delle polemiche nella seconda metà degli anni Ottanta. La Camorra vi si avventò con la bava alla bocca, come una faina in un pollaio.

Fu questo il primo, larghissimo canale di infeudamento delle aree a Nord di Napoli alla malavita organizzata. Un altro, potente, fattore di criminalizzazione di quei quartieri fu l’incredibile tolleranza dei poteri pubblici nei confronti del fenomeno delle occupazioni abusive delle case. Governate dalla Camorra e sanate dagli enti locali. Si determinò così una condizione di vasta extraterritorialità, rispetto ai poteri costituiti dello Stato, garantita da un controllo militare pressoché indisturbato della criminalità organizzata. Ancora nel marzo scorso, dopo l’ennesima sanatoria del Comune di Napoli (ma non mancano certo quelle della Regione Campania), il Mattino ha documentato il meccanismo in opera a Scampia. A quasi quarant’anni dal sisma.

È bene ricordarsela questa cosa, che vale molto di più di tutte le teorie sulla Camorra globale e imprenditrice. Quello che conta per ogni potere è la sua base territoriale. E il potere camorristico è, innanzitutto, un potere locale.

L’alto grande serbatoio di malattia sociale a Napoli è la sua periferia orientale. Il grande sogno della trasformazione industriale del Mezzogiorno d’ Italia ha qui e a Bagnoli, nella grande area che fu dell’Italsider, i suoi monumenti funebri. Nella periferia orientale, in modo particolare, in un area già esposta a rischio idrogeologico, si somma il degrado di una dismissione industriale che ha lasciato dietro di sé macerie materiali e umane. Se nella periferia settentrionale, il problema napoletano è stato quello di una progettazione sciagurata; ad Est è mancato negli anni qualsiasi progetto. E così, un nucleo storico di insediamento operaio si è dissolto, generando un vuoto di cultura politica e di presenza civile sul quale si è installata, ancora una volta, la criminalità organizzata.

Qualcuno si chiede in questi giorni da dove vengono le belve che turbano gli onesti divertimenti dei bravi giovani napoletani il sabato sera; cosa le ha generate e come è potuto accadere. Ebbene, le belve non vengono dal folto di nessuna foresta metropolitana. Sono figlie di una storia di cui da troppo tempo si è perso il filo.

 

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