Napoli.L’arroganza della camorra troppo spesso ignorata .Da il Corriere del Mezzogiorno del 6 maggio 2017

Ricomincio da Traiano. Passano gli anni, si rinnovano le processioni ma le immagini sembrano le stesse. Sovrapponibili. La stessa arroganza dei clan, la stessa strafottenza di chi dovrebbe vigilare ed evitare quelle che restano ostentazione di forza. Che si tratti o meno di manifestazioni religiose, la camorra continua a parlare anche così. E a fare proseliti. Girarsi dall’altra parte non crea né consenso elettorale, né nuove vocazioni o magari offerte per la parrocchia più vicina. È solo un regalo indiretto ai clan. Eppure succede ancora. Nel 2017 si replicano copioni già messi in scena da decenni. Qualcuno avrà provato fastidio davanti a quelle immagini mostrate e raccontate da Fabio Postiglione sul Corriere del Mezzogiorno . Fastidio e non rabbia: perché quelle sono altre, nuove immagini che andranno a sporcare l’immagine da cartolina che esportiamo della città. Chissà se lo sportello #difendolacittà non si sia già attivato.

Il punto è capire verso chi. Verso chi ha organizzato la processione-omaggio al figlio del boss ammazzato? O verso chi dovrebbe censire tutte le edicole votive e abbattere quelle abusive? O, ancora, verso una Chiesa che a Roma, nelle sue più alte gerarchie, pensa e attua la Revolución e sui territori è ancora ferma al secolo scorso? “I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati” aveva tuonato due anni fa Papa Francesco a Sibari. Qualche settimana fa, don Michele Pennisi, vescovo di Monreale, una diocesi che abbraccia territori storicamente ad alta densità mafiosa che vanno da Cinisi a Corleone, da Partinico a San Giuseppe Jato, ha messo nero su bianco che i mafiosi non possono fare da padrini di Battesimo e di Cresima. Si atteggiassero a padrini nelle cose loro, non in Chiesa. Decisioni storiche, segnali precisi di un percorso chiaro ormai inarrestabile. Ma sembra quasi che la Chiesa Gerarchia e quella di prossimità parlino linguaggi diversi. Appaiono scollegate. Anzi, in contrasto. Con una Chiesa che sui territori tollera atteggiamenti che i vertici tendono, giustamente, a perseguire. A Roma si beatifica don Pino Puglisi, il parroco ucciso dalla mafia nel 1993 a Palermo.

 

 

Uno che, un quarto di secolo fa e non oggi, in piena stagione stragista di Cosa Nostra, annullò le storiche celebrazioni in onore di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio a Palermo, appena capì che il percorso della processione era disegnato secondo le desiderata dei fratelli Graviano, i sanguinari boss del mandamento. A Napoli e provincia ancora oggi, dopo anni di denunce, si lascia un po’ ovunque che i clan gestiscano processioni religiose. Manifestazioni che, nelle loro mani, diventano strumenti di propaganda. E anche macchine di soldi. Perché si raccolgono offerte, in nome della Madonna. Ma nessuno sa quei soldi dove vadano a finire, a cosa serviranno. Spiccioli, si dirà. Che uno sull’altro, però, fanno migliaia di euro a quartiere. Uno pensa di fare un’opera benefica e invece mette i soldi in mano alla camorra. E sono centinaia le associazioni come queste disseminate sul territorio. Nel 1998, a San Giovanni a Teduccio, intervenne l’allora arcivescovo Michele Giordano per sospendere sine die le celebrazioni della festa patronale che era finita di fatto nelle mani del clan. Sospesa fino al 2011, per tredici lunghi anni. Ecco! Forse è arrivato il momento di usare quello stesso metro, di vietare le processioni e le questue non autorizzate in alcuni territori. Nel nome di Dio. E della legalità.

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