Napoli. «Abbiamo 50 moto e 1800 botte, noi i boss li affondiamo tutti»

Il Mattino, Giovedì 11 Agosto 2016

di Leandro Del Gaudio

«Non hanno posti dove fuggire, hanno giocato sporco e hanno fatto troppi errori…» (si sente il rumore dello scarrellamento di armi). E ancora: «Non hanno un posto dove fuggire, quando arriviamo noi, che siamo cinquanta motociclette, hai capito che abbiamo 1800 botte? Dove le vuoi buttare». Rione Traiano, una notte di fine luglio. Parla un uomo ritenuto legato al gruppo degli scissionisti del clan Puccinelli, non sa di essere intercettato, non sa che le sue parole finiranno nelle indagini sulle «stese» di Napoli ovest.

Parole che confermano in presa diretta cosa sta accadendo in uno spaccato metropolitano dove si registra da mesi un volume di fuoco degno di uno scenario di guerra. Catturati da pochi giorni Salvatore Lazzaro e Emanuele Manauro, la Dda indaga su una nuova faida, interna al clan Puccinelli. Nomi e soprannomi dei presunti «girati», ribelli dello storico clan della zona, sono negli atti dell’inchiesta, grazie alle intercettazioni ricavate prima, durante e dopo uno degli agguati notturni. Chiaro il movente della nuova guerra: c’è un gruppo di presunti «girati» che non ama «i vizi» dei vecchi boss. Lo dicono in continuazione, nel corso dei summit puntualmente intercettati dai carabinieri per conto della Dda di Napoli. «Loro – i vecchi capi – sono ricchi e vivono nello sfarzo, grazie al lavoro sporco nella gestione delle piazze che viene condotto dai giovani». Ma seguiamo il racconto che emerge dalle intercettazioni. Insomma, il problema è lo stesso di sempre in ogni faida che si rispetti: la gestione dei proventi delle piazze di spaccio, autentico motore economico di interi spaccati metropolitani. Ma sentiamo l’«uomo» legato a Lazzaro, quando parla dei vecchi boss

Noi senza vizi
«Ma noi così li affondiamo, perché noi non teniamo vizi, è la cosa bella nostra, nel senso che il divertimento ce lo vogliamo prendere tutti quanti insieme, invece quello no (riferimento al boss in sella alla parte alta del rione), se tiene cinquemila euro in mano se li deve spendere tutti quanti lui, invece a noi le cose non piacciono in questo modo. No: noi ci prendiamo 2000 euro e ce li andiamo a spendere tutti quanti noi, ci divertiamo tutti, gli altri tremila li conserviamo, e ti faccio vedere che tra un anno abbiamo le case di Scarface, mentre gli altri avranno le case con gli scarafaggi veri». Operazione «delenda Traiano», inchiesta coordinata dal pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dei pm Francesco De Falco e Michele Del Prete. Una scissione nata solo qualche mese fa, come emerge da un’altra conversazione in cui si fa riferimento ai tatuaggi, anche in questo caso segnale di affiliazione: «Ci sta chi tiene tatuato Sb dietro al collo e chi tiene Ciro Puccinelli», dice un uomo non identificato. Riferimento diretto a Salvatore Basile, al secolo «cozza nera», che finisce nelle maglie delle intercettazioni rese pubbliche solo da qualche settimana. Vicenda complessa, approdata al giro di boa del Riesame, dove Lazzaro e Manauro puntano a dimostrare la propria estraneità rispetto a ipotesi di attentato (sono difesi dagli avvocati Salvatore Landolfi e Antonella Regine), mentre tocca ora agli inquirenti tirare le somme del lavoro svolto finora. Centinaia le conversazioni captate, lo scenario emerso finora conferma un numero eccezionale di armi alle porte di Napoli.

Sono capo e non coda 
È ancora «Uomo» a descrivere lo scenario nel corso di un eventuale faccia a faccia con i Puccinelli: «Non sono franco di cerimonie, una volta che ci sediamo sulla tavola, io non sono più il ragazzo del Nano (soprannome attribuito a Francesco Petrone, ndr)… è un nemico per me! Poi non devo aspettare l’ok da nessuno, sono capo e non sono coda, bum bum, lo uccido stesso a casa sua, tanto quando dobbiamo andare a parlare, prendiamo solo l’artiglieria pesante, e appena sentite le botte noi da sopra, incominciate pure voi da sotto». Va avanti l’uomo che i carabinieri sono sicuri di aver identificato in un boss scissionista: «Non gli faccio mettere una scopa, per otto anni ho solo ascoltato e osservato non ho mai detto A e non ho mai potuto dire A, non mi hanno mai dato aggio di esprimere un’opinione, ma quando mi siedo a tavola, che li tengo contro e sono capo e non sono coda, che posso parlare e non ci sta nessuno che mette la mano davanti al muso, perché pure se c’è qualcuno che me la vuole mettere, gliela levo, perché qua si parla della vita mia, non si parla della vita di nessun altro».

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