Movida Latina, il sistema del pizzo del clan Di Silvio è mafia

Movida Latina, il sistema del pizzo del clan Di Silvio è mafia

Latina – Cinque arresti della Dda nella famiglia di Giuseppe detto Romolo. Tra i reati estorsione, violenza privata e rapina Sullo sfondo lo spaccio

08/12/2020

Una delle famiglie più in vista dei Di Silvio era tornata a imporsi a suon di estorsioni, offrendo protezione a commercianti e comuni cittadini che subivano i torti di altre organizzazioni criminali nelle zone della città controllate dagli zingari. A distanza di dieci anni dalle inchieste che avevano decimato quel ramo del clan di Campo Boario per l’escalation di vendette sanguinarie, sono stati i figli dei capifamiglia ancora detenuti, affiancati da uno dei “vecchi” e sostenuti da una serie di fiancheggiatori, a riorganizzarsi per dettare legge, facendo valere il peso di un cognome che ancora oggi incute timore. Un piano di espansione criminale che la Polizia ha soffocato sul nascere, con un’indagine della Squadra Mobile che è arrivata dove le precedenti si erano soffocate, elevando il pizzo dei Di Silvio al metodo mafioso.

Ciò ha permesso alla Direzione Distrettuale Antimafia della capitale di ottenere, a firma del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per cinque degli otto indagati, configurando l’aggravante del metodo mafioso per una serie di estorsioni, oltre a contestare episodi di rapina e violenza privata.

L’ordine di carcerazione è scattato per i fratelli, già detenuti, Antonio detto Patatino e Ferdinando detto Prosciutto, 28 e 23 anni, figli di Giuseppe Romolo Di Silvio, considerato questi uno degli uomini di vertice del clan. A sostenerli nelle estorsioni, oltre a promuovere ritorsioni per conto proprio, c’era lo zio paterno Costantino detto Costanzo, di 57 anni, in manette anche lui ieri mattina come i nipoti.

E se i primi due vengono considerati i più attivi tra i giovani esponenti della famiglia (Patatino era già stato arrestato e condannato insieme al padre nell’inchiesta Caronte), era pronto a farsi strada anche Ferdinando detto Pescio, che di anni ne ha appena 19, ma prima di essere arrestato ieri era già finito dietro le sbarre a febbraio, per i colpi di pistola esplosi ad altezza uomo, in circostanze mai chiarite, contro un’auto che era piombata a forte velocità davanti casa sua in via Moncenisio prima di svanire nel nulla. E pure quest’ultimo è figlio di un pezzo da novanta, vale a dire Costantino detto Patatone, quindi suo nonno era Ferdinando “il bello” (ucciso con l’autobomba al lido di Latina nel luglio 2003) a sua volta fratello di Giuseppe “Romolo” e Costantino detto zio Costanzo. Giusto per capire, questi ultimi sono cugini di primo grado di Armando “Lallà” Di Silvio, capo della famiglia e promotore del gruppo criminale che a sua volta si era imposto con metodi mafiosi, smantellato con l’operazione “Alba Pontina” che nel giro di due anni ha già portato alle prime condanne.

A completare l’elenco degli indagati ci sono poi comprimari e spalleggiatori che compaiono nell’inchiesta con ruoli diversi. Tra questi, il nome più altisonante, sebbene sia stata rigettata per lui la richiesta di arresto, è quello Fabio Di Stefano (trentunenne figlio di un ex pentito catanese) cognato di Antonio “Patatino” e Ferdinando “Prosciutto”: li supporta per alcune estorsioni, ma si intravede anche il suo ruolo nel traffico di droga, che non gli viene però contestato.

Chi in carcere c’è finito, tra i comprimari, è invece Luca Pes, trentenne finora sconosciuto alla giustizia: figlio di Giuseppino, tuttora in semilibertà per il coinvolgimento nell’omicidio di Francesco Saccone, ucciso in piazza Moro nel marzo del 1998, Luca avrebbe spalleggiato Costantino Di Silvio detto zio Costanzo in una serie di ritorsioni ai danni dei gestori di un locale notturno che si trovava, neanche a farlo apposta, nello stesso luogo dove si consumò il delitto per il quale il padre fu condannato a 26 anni di reclusione.

Tra gli indagati, risparmiati dagli arresti ci sono anche Mario Guadagnino, 29 anni, complice di Antonio Patatino per l’estorsione consumata ai danni di un giovane del capoluogo, e il 37enne Massimiliano Tartaglia, spacciatore già coinvolto in altre inchieste, per la complicità fornita allo stesso Patatino e a Ferdinando Prosciutto per una ritorsione compiuta ai danni di tre ragazzi a loro sconosciuti, ingaggiati con un finto incidente stradale, prima di trovarsi a sua volta vittima degli stessi due fratelli Di Silvio per la rapina che era costata loro l’arresto già la scorsa estate, tra agosto e settembre

Fonte:https://www.latinaoggi.eu/


	                    
	                
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