Motivazioni sentenza ”Ghota 6”. Così i boss decisero 18 omicidi nel barcellonese

Motivazioni sentenza ”Ghota 6”. Così i boss decisero 18 omicidi nel barcellonese

AMDuemila

06 Febbraio 2022

Tra i capi condannati anche Giuseppe Gullotti, il mandante dell’omicidio di Beppe Alfano

Sono state depositate in questi giorni le motivazioni della sentenza d’Appello “Ghota 6”. Nella cinquecento pagine – scritte dal presidente della Corte Maria Pina Lazzara con il giudice a latere Maria Eugenia Grimaldi – è stata ricostruita la lunga catena di omicidi, diciotto in tutto, avvenuti a Barcellona Pozzo di Gotto e in vari centri della zona tirrenica, come Terme di Vigliatore, Falcone, Oliveri, Santa Lucia del Mela, Brolo e Milazzo. Il 21 maggio scorso i giudici di Messina avevano confermato il giudizio di primo grado per 17 omicidi e uno tentato, commessi tra il 1993 e il 2012 nella guerra di Mafia tra clan del Barcellonese. Il giudizio di Appello aveva confermato le condanne per sette ergastoli (per i boss Giuseppe GullottiGiovanni RaoSalvatore “Sam” Di SalvoAntonino Calderone “Caiella”Carmelo GiambòPietro Mazzagatti e Angelo Calir) una riduzione di pena (per un altro Antonino Calderone) e una assoluzione parziale.
Senza dubbio l’operazione “Ghota 6” del febbraio 2016, coordinata allora dai sostituti procuratori della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, è stata in grado di arrivare a scalfire veramente il dominio e la struttura dei clan barcellonesi.
Al centro dell’operazione dei carabinieri del Ros c’era appunto Giuseppe Gullotti, il boss di Barcellona Pozzo di Gotto che avrebbe consegnato il telecomando per la strage di Capaci a Giovanni Brusca e condannato come mandante dell’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano.
L’indagine ha mostrato come la mafia barcellonese controllasse il territorio ricorrendo anche ad esecuzioni ‘punitive’ e feroci anche solo per piccoli furti o per non aver rispettato le gerarchie. E’ il caso ad esempio di Pelleriti Domenico, sospettato di una serie di furti ai danni di un esercizio di vendita di ceramiche, ucciso il 24 luglio 1993 e di molti altri. Inoltre l’operazione rappresenta una base fondamentale da cui muovere ulteriori accertamenti per arrivare a comprendere le dinamiche e i fatti in seno ai contesti associativi delle cosche. Fondamentali sono state le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Carmelo D’AmicoFrancesco D’AmicoGullo SantoSiracusa Nunziato e Munafò Franco, corroborate dall’azione investigative delle varie operazioni di polizia dirette a smantellare l’organizzazione malavitosa operante sul versante tirrenico della provincia di Messina.

Guerra di Mafia tra il clan del Barcellonese
I giudici, facendo riferimento alla precedente sentenza “Mare Nostrum” hanno dato conto dell’esistenza di due organizzazioni criminali operanti nel territorio del barcellonese contrapposte tra loro almeno fino alla metà degli anni 90’ per l’egemonia territoriale.  In particolare si tratta di due gruppi: uno emergente e poi soccombente capeggiato da Chiofalo Giuseppe e vicino alla ‘Ndrangheta calabrese, l’altro capeggiato da Giuseppe Gullotti e vicina a Cosa Nostra catanese, all’ombra di Benedetto Santapaola. Tale gruppo, vicino Cosa Nostra catanese, aveva anche delle ramificazioni nel palermitano di cui facevano parte con ruoli apicali personaggi come Barresi Filippo, Rao GiovanniDi Salvo SalvatoreOfria Salvatore ed a cui si era aggregato anche il gruppo dei “mazzarroti” inizialmente capeggiato da Trinfirò Giuseppe e quindi da Bisognano Carmelo.
Inoltre l’organizzazione dei “barcellonesi” era stata già accertata, almeno fino al 2003, con la sentenza “Icaro”. E poi ancora con la sentenza “Vivaio” era stata documentata l’evoluzione della “cosca dei mazzarroti”, al tempo capeggiata da Bisognano Carmelo.
Attraverso la lettura delle ricostruzioni storico – giudiziarie, oltre a consentire di acquisire l’evoluzione della mafia barcellonese, i giudici hanno potuto fare una mappatura criminale dei singoli sempre tenendo conto delle sentenze già passate in giudicato. Per esempio il ruolo di vertice di Rao Giovanni e Di Salvo Salvatore era stato confermato nella sentenza del processo “Ghota/Pozzo 2”. Con riferimento al periodo precedente va segnalato che Rao era stato assolto in “Mare Nostrum” con rito abbreviato per i fatti commessi sino al 25 novembre 2004 mentre Di Salvo, sempre in “Mare Nostrum” era stato condannato per i fatti associativi fino al 25 novembre 2004. Mentre a Calderone Antonino detto “Caiella” era stato riconosciuto un ruolo di vertice per un periodo tra il 1993 e il gennaio 2009 nell’ambio del processo “Pozzo”, tale periodo era poi stato riconosciuto anche più in là, tra l’aprile del 2011 e il marzo del 2013 in base alla sentenza del processo in abbreviato “Ghota 5”.
I giudici hanno riconosciuto anche per Giuseppe Gullotti un ruolo di vertice ricoperto nell’organizzazione barcellonese in base alla sentenza emessa agli esiti del procedimento “Mare Nostrum” con la quale Gullotti era stato condannato alla pena di 14 anni di reclusione in relazione al reato di cui all’articolo 416 bis.

Tratto da: La Gazzetta del Sud

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/87949-motivazioni-sentenza-ghota-6-cosi-i-boss-decisero-18-omicidi-nel-barcellonese.html

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