Morti, attentati e strani suicidi rimasti senza spiegazione: cosa rivelano i pentiti

Il Caffè, n. 570 dall’8 al 21 aprile 2021

Morti, attentati e strani suicidi rimasti senza spiegazione: cosa rivelano i pentiti

Dalla morte dell’avvocato Censi al suicidio dell’elettrauto, passando per rapine ed episodi criminali. Si cercano ora riscontri

Clemente Pistilli

Dall’omicidio Merluzzi all’attentato al giudice Iansiti dall’omicidio Saccone alle numerose intimidazioni: sono tanti gli episodi misteriosi o parzialmente misteriosi che hanno caratterizzato gli ultimi trenta anni a Latina. Vicende su cui la Direzione distrettuale antimafia di Roma, impegnata nelle indagini sugli affari criminali di alcune famiglie di origine nomade radicate nel capoluogo pontino, sta cercando di gettare nuova luce, partendo dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in primis da quelle di Renato Pugliese e Agostino Riccardo, e cercando eventuali riscontri.

L’ATTENTATO AL GIUDICE

Parlando dell’ascesa del clan Travali, al centro dell’inchiesta Reset, Riccardo ha riferito agli inquirenti che la prima “azione significativa” venne compiuta dal gruppo di cui anche lui faceva parte attorno al 1998, con “l’avvertimento fatto al giudice Nicola Iansiti”: “Furono esplosi colpi di pistola contro la sua vettura. La ragione era che lo stesso aveva dato la sorveglianza speciale a Di Silvio Costantino (detto Cha Cha, già condannato nell’inchiesta Don’t touch ndr). L’intimidazione è avvenuta a Latina e l’autore materiale è stato Buonamano (Fabio Buonamano, ucciso nel 2010 nell’ambito della cosiddetta guerra criminale tra rom e non rom ndr)”. Ancora: “Successivamente abbiamo iniziato a bruciare autovetture di imprenditori, su disposizione di Gianluca Tuma e Giovanni Giordano, che formavano un gruppo insieme a Costantino Di Silvio, detto i tre moschettieri”.

L’OMICIDIO

Il collaboratore di giustizia ha quindi parlato dell’omicidio, alla fine degli anni ’90, di Francesco Saccone: “Ebbe una discussione con Cha Cha, tanto che lo fece uccidere dopo tre giorni. La ragione era che il Saccone si era preso un quartiere intero a Latina, dove abito io, in via Helsinky, e questo naturalmente non andava bene al gruppo di Costantino Di Silvio, nel senso che voleva spadroneggiare nel settore delle estorsioni e della droga”.

FUOCO CONTRO IL CONCESSIONARIO PER AVERE L’AUTO GRATIS

Riccardo ha parlato anche di un ordine ricevuto da Tuma di bruciare un ristorante vicino alla questura, che il primo voleva acquisire, e del furto a casa di un capitano dei carabinieri in pensione, in piazza Moro, al quale vennero rubate tantissime pistole e munizioni, indicando in Carmine Ciarelli il mandante e in Tuma il custode delle armi. Ancora: “Cha Cha e Tuma delegarono a Viola, Palletta e Buonamano di sparare contro le vetrate della concessionaria di Giovanni Giovannetti, fatto mai denunciato, a Pantanaccio. Scaricarono circa 60 colpi di arma da fuoco”. Il motivo? “Tuma è un appassionato di Mini Minor e ci fu una discussione per prendere delle Mini Minor senza pagare”.

LA MORTE DEL TITOLARE DEL MAKKERONI

Riccardo ha parlato anche della morte di Vincenzo Bruzzese, titolare del Makkeroni, nel 2006, per cui venne condannato e poi assolto Pugliese: “Renato Pugliese era latitante per l’omicidio Bruzzese. Venne chiamato da Tuma e Giordano e quest’ultimo gli disse: Se sei colpevole due-tre anni e poi ti faccio uscire, altrimenti aveva pronto un biglietto per Caracas. Ma Renato era piccolo all’epoca, si costituì e poi è stato assolto”. Il pentito ha poi riferito di un’estorsione ai danni dei titolari di una concessionaria auto nei pressi di Borgo Sabotino, sostenendo che era stata commissionata da Pasquale Maietta, ex deputato di FdI.

IL SUICIDIO DELL’AVVOCATO CENSI

E sempre per quanto riguarda Maietta il collaboratore di giustizia ha mosso pesanti accuse anche relativamente al suicidio dell’avvocato Paolo Censi, una vicenda su cui le indagini della Procura di Latina sono state archiviate. “Voglio aggiungere che è responsabile della morte dell’avvocato Censi”, ha dichiarato Riccardo ai magistrati antimafia. Poi ha precisato: “L’avvocato Censi aveva fatto perdere a Maietta 30 milioni di euro e ci delegò di dare fuoco alle sue auto. Fanciulli Giovanni mi chiamò nel dicembre 2015 e mi disse che c’era una situazione da fare. Nel caso di specie mi disse che il “Negro”, ovvero Maietta, mi mandava a dire che avevano perso parecchi soldi per colpa dell’avvocato Censi e dovevamo fare un atto dimostrativo mettendo paura alla famiglia dell’avvocato Censi. Giannotto mi disse che Censi aveva l’ufficio davanti al Tribunale di Latina”. Lo stesso ha poi aggiunto: “Dopo dieci giorni ci incontrammo e Giannotto mi disse che dovevamo stoppare tutto perché le forze dell’ordine stavano addosso a tutti loro”.

IL DEPUTATO E LA MORTE DI UN ELETTRAUTO

Un fronte quest’ultimo su cui il pentito ha fatto riferimento pure al suicidio di un elettrauto che lavorava in piazza Moro: “Una settimana prima che morisse questo ragazzo, Maietta e Fanciulli Giovanni erano fuori dalla sua officina. Il ragazzo si lamentava perché aveva una società intestata e la moglie non era stata messa in regola, mentre Maietta gli rispondeva che si sarebbe fatto nel 2017. Il ragazzo disse che erano chiacchiere e disse “che me devo ammazza?” e Maietta gli rispose “ammazzate”. Io assistetti alla scena perché ero lì”.

RAPINE MILIONARIE

Non sono mancate tra l’altro dichiarazioni anche su episodi di sangue risalenti agli anni ’90 e riferimenti ai cosiddetti uomini d’oro, quelli che sarebbero stati protagonisti di rapine milionarie che segneranno la storia criminale del capoluogo pontino. “Paolo Feola – ha affermato Riccardo parlando degli affari legati allo spaccio di droga – fu uno degli esecutori materiali dell’aggressione a Federico Berlioz”. Di più: “Preciso che Feola faceva parte del commando che uccise Sergio Danieli detto Sticchio, il numero uno dei criminali di Latina. Feola guidava lo scooter e Raffaele Micillo fu l’esecutore materiale. Radicioli Alessandro fece la chiamata per trarre in trappola Danieli. Questi fatti mi sono stati raccontati da Ermanno D’Arienzo e anche da Palletta che l’ha saputo dal padre. D’Arienzo è l’esecutore materiale dell’omicidio di Rinaldo Merluzzi. Raffaele Micillo portava la moto. Topolino mi disse che scese dalla moto e sparò quattro colpi in faccia a Merluzzi per punirlo del fatto che si era tenuto la stecca sul furto eseguito presso il tribunale di Latina negli anni ’80-’90”.


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