Melfi e le libertà democratiche. Sotto attacco Costituzione, Capo dello Stato, Presidente della Camera, Giustizia, Magistratura, libertà di informazione, Sindacato ecc. E’ giunta l’ora per i cittadini onesti ed amanti della democrazia per mobilitarsi

Melfi e le libertà democratiche, una sfida da raccogliere

Le minacce della Fiat ai tre operai reintegrati dal giudice segnalano ancora l’esistenza di un disegno che punta alla distruzione del sindacato come soggetto conflittuale. La questione fa il paio con l’attacco alle istituzioni elettive, Parlamento in primis, portata avanti da Berlusconi e dalla destra. Invece del “porta al porta”e della tattica delle alleanze, sarebbe il momento di una risposta sociale, del saldamento di un “blocco” democratico

Le nostre più vive scuse ai pazienti e cordiali interlocutori (e interlocutrici) che riceveranno queste poche righe: scuse che riguardano l’insistenza e la frequenza con le quali trattiamo determinati temi politici, rischiando la ripetitività e, di conseguenza, di provocare noia e fastidio. La notizia, ci appare però così grave che non ci pare debba essere lasciata senza commento: la Fiat ha inviato un telegramma ai tre operai di Melfi reintegrati dal giudice dopo il licenziamento per motivi sindacali, invitandoli a non presentarsi in fabbrica, pur garantendo – ovviamente – la corresponsione degli emolumenti almeno fino al giudizio di appello, previsto per il 6 Ottobre. Una vicenda che, dal punto di vista dei ricorsi storici, fa il paio con quella dei “61” trent’anni fa che aprì la strada ai 35 giorni, alla marcia dei quarantamila, all’avvio della definitiva sconfitta e rovina del più forte sindacato dell’Occidente.

Ma non è tempo, semplicemente, di richiami storici. Si tratta, invece, di cercare di leggere la realtà in tutta la sua crudezza, senza sottovalutazioni di sorta. La linea della Fiat è chiara, spezzare quel che rimane della realtà di un sindacato “soggetto politico conflittuale” (andiamo per slogan, allo scopo di occupare poco spazio) trasformando radicalmente il sistema delle relazioni industriali: uno scopo evidente, chiaro che fa parte, però, di un disegno più vasto di trasformazione dei termini complessivi della democrazia italiana, così come questa è stata disegnata dalla Costituzione Repubblicana.

E’ su questo punto che non è davvero possibile indugiare: contemporaneamente con la mossa della Fiat è in atto un duro braccio di ferro all’interno del centrodestra, all’interno del quale sono i gioco, a partire dalle sempiterne questioni personali del Presidente del Consiglio, e quindi dai temi della giustizia, i termini fondamentali, costitutivi, del nostro sistema politico e sociale, a partire dalla questione della suddivisione e della collocazione dei poteri ( poteri politici, con i primo luogo il rapporto tra potere delle istituzioni elettive e potere personale appartenente alle cariche monocratiche; poteri giudiziari; potere dell’informazione).

Qualcuno ha scritto: l’attuale Presidente del Consiglio ha cambiato la testa degli italiani, senza cambiare le istituzioni, il prossimo passaggio sarà quello – appunto – di cambiare le regole ed il ruolo delle istituzioni di governo, di rappresentanza politica, di garanzia.
Se prevarrà l’ipotesi complessiva che lega i due disegni, quello di stravolgimento delle relazioni industriali con la definitiva fuoriuscita dalla scena del sindacato e la sua sostituzione con “apparati di servizio” come già si sono trasformate CISL e UIL e quello della definitiva spallata alla “repubblica parlamentare” e, probabilmente, anche ai meccanismi -cardine dell’unità nazionale, davvero avremo voltato pagina e cambiato regime, in una logica di prevaricazione, populismo, personalismo con venature razzistiche.

Così sarà trasformata l’Italia, in un quadro europeo il cui segno distintivo è proprio quello del “deficit democratico” e che non promette molto di meglio, se si pensa a ciò che sta accadendo in Francia (dove pure la struttura statuale ha un peso diverso e non esistono controindicazioni che,in Italia pesano moltissimo come il divario Nord/Sud , la presenza della criminalità organizzata: una criminalità organizzata molto complessa nella sua struttura e nelle sue diramazioni, anche e soprattutto internazionali e anche in collegamento con i flussi migratori, il ruolo permanente dei corpi separati dello Stato e delle logge massoniche segrete).

Insomma: lo chiameremo come vorremo, ma avremo un regime di sostanziale soffocamento di una parte delle libertà democratiche e dei diritti politici e civili. Un quadro troppo fosco? Ci permettiamo, invece, di ritenerlo sufficientemente realistico.
Le opposizioni latitano e, ancora una volta come spesso accade in frangenti di questo genere, appaiono frenate da politicismi e tatticismi, tanto più che appaiono rappresentate da personale politico che il sistema (pensiamo alla formula elettorale) ha legato eccessivamente a posizioni personali di rendita e di privilegio (oltre a legami non naturali con il mondo imprenditoriale, collocato a sua volta su di una linea iper-liberista in economia che sfocia, oggettivamente, in politica nell’idea di forme di potere personale, come quelle cui evidentemente ambisce l’attuale presidente di Fiat e Ferrari ed ex-presidente della Confindustria, possibile candidato premier della coalizione , a due stadi, l’uno di governo con PD, UDC e FL e l’altro di “garanzia democratica” con IDV e residui di sinistra:uno scenario che sta nella testa di molti che, superata la sbornia della “vocazione maggioritaria” pensano, a questo modo, di riprendere la fila del vecchio discorso, mai morto dalle nostre parti, dei “fronti popolari” aperti verso il “ceto medio”).

Vediamo cosa succederà ai cancelli di Melfi: quale mobilitazione politica, quali presenze dei vertici sindacali e dei partiti. Il punto però risiede nell’immediata capacità di mobilitazione dal basso da parte dei soggetti politici: altro che “porta a porta”, serve una risposta forte, collettiva, unitaria, di dimensioni nazionali che richieda una svolta e prepari all’eventualità anche di uno scontro elettorale (anche se questo, probabilmente, avverrà più avanti nel tempo).

Se non fosse irriguardoso e fuori tempo il modello potrebbe essere davvero quello del Luglio ’60. Non sottovalutiamo il tema delle alleanze, ma poniamo un interrogativo: non è il caso di lavorare, prima di tutto, sul tema delle alleanze sociali, del rinsaldamento di un “blocco”, nel far capire come, in una società così articolata e quasi “sfrangiata”, esistano “beni comuni” non negoziabili, sotto l’aspetto della dignità e dei diritti dei lavoratori e dei cittadini?

La sinistra, quella ancora legata ad una determinata visione del mondo e ad una certa tradizione che ha avuto origine dalla storia del movimento operaio, è assente e divisa.

Sarebbe il momento, ci limitiamo a questa annotazione avendo già trattato più volte il tema, di abbandonare chimere personalistiche e retaggi identitari, per provare a costruire una nuova, diversa, soggettività comune: pensate quale valore avrebbe fornire una nuova spinta unitaria in questo momento di forte difficoltà e quale forza potrebbe dare l’apertura di un processo costituente che coinvolga una partecipazione forte all’interno di una discussione aperta da condurre assieme ad una mobilitazione permanente sul tema della democrazia repubblicana. Non sottovalutiamo, per favore, care compagne e cari compagni.

Franco Astengo
(Tratto da Aprile online)

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