Mani invisibili e verità sepolte

Mani invisibili e verità sepolte

3 Settembre 2017

di Elisa Maria Brusca e Ilenia Ciotta

All’Addaura volevano uccidere Giovanni Falone. Era il 21 giugno 1989. Ma qualcosa andò storto. Contesto, metodo e movente sono stati ricostruiti, ma i profili dei responsabili restano nebulosi, sommersi da un mare magnum di certezze latenti, verità occulte e menzogne ostentate.

Il giudice Falcone aveva detto poche cose, ma chiarissime: tutto partiva dalla borgata palermitana dell’Arenella, perché la famiglia a capo del mandamento in cui doveva avvenire l’attentato era quella che più si era mobilitata. Il giudice parlava anche di centri di potere occulto esterni alla mafia, mani invisibili di un grande architetto così abile da trasformare, all’occorrenza, Cosa nostra nel suo “pupo”. La mafia non ha mai accettato strumentalizzazioni ma è sempre stata ben disposta a ricevere input e richieste, qualora sussistano convergenze su interessi strategici.

I segnali, in quei mesi, erano stati tanti. La mancanza di strumenti giuridici funzionali alle indagini, la fallita nomina di Giovanni Falcone ad Alto Commissario per la lotta alla mafia e prima a consigliere Istruttore, le lettere del Corvo, le accuse su una strumentale presenza di Tommaso Buscetta a Palermo potrebbero apparire episodi isolati ma brillano di nuova luce se inclusi in un copione già messo in scena: screditare – isolare – eliminare in ogni modo Giovanni Falcone.

Il giudice Falcone che, già allora, aveva intuito la connessione tra flusso di denaro e consenso politico. Lo stesso Falcone che aveva, probabilmente, individuato deviazioni e anomalie anche negli apparati dello Stato, settori che occultavano e ostacolavano le indagini a un livello superiore. Tentativi di depistaggio, connivenze e errori umani si legavano in un nodo gordiano indissolubile. E certamente, dopo più di due decenni, i resti di memorie parzialmente dissolte non riescono a ricostruire la verità. È, dunque, lecito interrogarsi su quale sia il punto di equilibrio tra segreto di Stato per la ragion di Stato e segreto di Stato come strumento per trincerarsi in complici silenzi.

Ci hanno sempre raccontato che lo Stato e Cosa Nostra, lo Stato e l’Antistato, Palermo e l’altra Palermo non si sono mai sedute allo stesso tavolo. Ma chi è lo Stato e chi è degno di rappresentarlo? C’è stato un momento in cui la sponda del bene e la sponda del male sono confluite in un fiume di depistaggi, false prove e omicidi eccellenti. Quel fiume deve essere guadato.

È necessario ritrovare il filo conduttore. Dopo i candelotti di dinamite piazzati all’Addaura, gli omicidi di Nino Agostino e di sua moglie Ida, poi la scomparsa dell’agente Emanuele Piazza. Gli indizi e le indagini sembrano seguire un disegno che ricorda l’intreccio di Penelope: non appena viene fatto un passo verso la verità, emergono nuovi elementi che ribaltano la situazione.

Ma, in quell’intreccio, certi errori restano invischiati. A cominciare dagli oggetti rinvenuti sulla scogliera la mattina del 21 giugno: articoli, all’apparenza, di comune uso balneare mascherano l’esplosivo che avrebbe dovuto compiere l’attentato. Eppure, nonostante risultassero presenti sul luogo già dal giorno precedente, non avevano destato alcuno sospetto nei poliziotti di guardia sino al mattino successivo. Dagli stessi, in sede di analisi scientifiche, si estrarranno i profili biologici di quattro uomini affiliati a Cosa Nostra, dichiarati poi inattendibili a causa dell’utilizzo di pinze non adeguatamente sterilizzate. Le innumerevoli contraddizioni e reticenze, rilevate in sede di interrogatorio, del maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino – l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno che doveva far saltare in aria il giudice Falcone – hanno ulteriormente offuscato il quadro.

A chi non è stato testimone di quel fallito attentato non rimane che consultare atti processuali e articoli di giornale. I più ardimentosi proveranno a tracciare un identikit. Proprio il carattere transnazionale delle piste seguite da Falcone sembra indirizzare verso “menti raffinatissime”, perfettamente integrate in un reticolo criminale, personalità con accesso ad una visione globale dotate di un esteso margine di movimento anche all’interno di strutture investigative.

La mafia vive di abitudini e soffiate. L’ipotesi di una talpa interna al Palazzo di Giustizia di Palermo non è da scartare.

La presenza di Falcone al funerale del poliziotto Nino Agostino e il saluto che ha fatto alla sua bara sembrano rivelare il legame tra due storie distinte, ma non sconnesse. Dopo tanto tempo in molti sperano che affiorino frammenti di verità su questa vicenda dell’Addaura. E su tante altre come la scomparsa di documenti dalla cassaforte della prefettura dove dormiva il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Come la scomparsa di numerosi file dai computer del giudice Falcone.

E’ necessario conoscere certe verità. Per avere speranza, per capire, perché lo scontro con certi poteri non si trasformi in una lotta contro i mulini a vento.

Fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it

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