Magistratura e forze dell’ordine locali non adeguatamente impegnate sul piano dell’azione di contrasto alle mafie. Tutto il peso grava sulle spalle delle DDA e dei corpi centrali investigativi. Il primo problema da affrontare e risolvere nel 2013 sarà quello di fare in modo che le Procure del Lazio, come fanno da decenni quelle della Campania, comincino ad essere responsabilizzate ed utilizzate anche su questo versante. Già siamo intervenuti sul Ministro Severino la quale ci ha assicurato che sta già intervenendo. Temiamo però che l’intervenuta crisi di governo vanifichi tale intervento. Ma noi non molleremo.

Quello delle Procure ordinarie che nel Lazio non indagano in materia di lotta alle mafie è un problema grossissimo e che noi dobbiamo impegnarci a risolvere.
Non si può continuare ad addossare tutto il peso sulle sole spalle delle DDA e, nel caso del Lazio, della DDA di Roma.
Abbiamo chiesto al Ministro della Giustizia Severino di intervenire per fare in modo che venga applicato l’art.51 comma 3 bis del Codice di Procedura Penale e ci è stato assicurato un suo intervento al riguardo.
Ma temiamo che l’intervenuta crisi di governo pregiudichi un buon esito dell’intervento del Ministro costringendoci a reiterare la richiesta al Ministro che subentrerà all’Avvocato Severino.
Con altro tempo prezioso che dovremo perdere e a tutto vantaggio delle mafie che non perdono un minuto per consolidare la loro presenza sui territori.
La soluzione positiva ed urgente di tale problema è assolutamente indispensabile anche per dare un rinnovato e più efficace ruolo ai Comitati Provinciali per la Sicurezza ed l’ordine pubblico in materia di lotta alle mafie in quanto la presenza in essi di Procuratori ordinari informati e responsabilizzati contribuirebbe inevitabilmente a dare impulso e vitalità anche a tutto l’impianto investigativo delle singole province.
Un Procuratore disinformato e disinteressato sul piano delle indagini antimafia – oggi tutte a carico della sola Direzione Distrettuale Antimafia-non è in grado di attivare, come sarebbe necessario, tutti i corpi investigativi locali che, attraverso i loro vertici provinciali, fanno parte dei predetti Comitati Provinciali per la Sicurezza e l’ordine pubblico.
La mancanza di informazioni genera inevitabilmente anche
inerzia.
L’assenza, poi, di un’adeguata cultura antimafia non solo nelle Istituzioni in genere, ma, purtroppo, anche nella Magistratura locale, fa il resto.
Se si pensa, al riguardo, che la Magistratura giudicante della Capitale solo da qualche mese ha cominciato ad applicare l’art.416bis – che riguarda il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, reato che non fu riconosciuto nemmeno nei confronti dell’ex Banda della Magliana-, possiamo, senza tema di essere smentiti dai fatti, manifestare tutte le più vive preoccupazioni per un esito positivo della lotta contro le mafie.
Con la Magistratura giudicante che lamenta così gravi ritardi culturali, con quella inquirente che non viene codelegata ad indagare e che, quindi, resta inerte a guardare l’avanzata quotidiana delle mafie nei territori, con le forze dell’ordine locali, di conseguenza, prive di input ed inutilizzate contro le organizzazioni criminali mafiose, ci troviamo di fronte ad un quadro oltremodo preoccupante.
Chi si propone di fare un ‘azione seria sul piano della lotta alle mafie non può e non deve prescindere da questi problemi.
E’ ingiusto e sbagliato prendersela con i vertici delle forze dell’ordine in quanto le responsabilità sono tutte e solamente di taluni Procuratori locali.
Se un Procuratore, infatti, dice ai vari Comandanti provinciali ed al Questore “voglio questo e quello”, quelli fanno quanto viene chiesto ad essi.
In Campania si sono compiuti passi da gigante contro la camorra grazie anche all’impegno diretto delle Procure ordinarie.
Perché nel Lazio non si fa altrettanto?

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