Mafie,sempre mafie

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RASSEGNA STAMPA 30 MARZO 2016

Di Matteo, recidere rapporti mafia-potere. ‘Dilagano collusioni con politica, economia e imprese’

(ANSA) – BARI – “La politica trovi il coraggio, che non ha avuto fino ad ora, di recidere definitivamente i rapporti tra le organizzazioni mafiose e il potere”. Lo ha detto il pm antimafia di Palermo Antonio Di Matteo, ospite al convegno dal titolo ‘L’illegalità tra criminalità organizzata e criminalità economica’ organizzato nell’Università di Bari dall’associazione Gens Nova. “Parlare di mafia – ha detto Di Matteo ad una platea ricca di giovani – è il primo antidoto per cercare un giorno di sconfiggerla”. Il pm che ha indagato sulla trattativa Stato-mafia ha evidenziato “un problema più insidioso, perché più invisibile: il sempre più dilagare dei metodi mafiosi nell’esercizio del potere, le collusioni con gli ambienti del potere politico, economico, imprenditoriale”. “La politica dovrebbe fare un salto di qualità e capire che, attraverso una legislazione più adeguata e più severa, bisogna stroncare il rapporto tra mafia e impresa che molto spesso si snoda attraverso reati contro la Pubblica amministrazione”.

Associazione Caponnetto: “Nel Basso Lazio incombe una cupola deviata della mafia, bisogna reagire”

GAETA – L’Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie “Antonino Caponnetto” ha emanato un comunicato stampa in merito alla situazione della criminalità del Sud Pontino, in particolar mondo nella zona del Golfo:

“A leggere  le parole pronunciate  durante un’audizione  in Commissione Antimafia dal Procuratore Aggiunto della DDA di Roma dott. Michele Prestipino a proposito delle difficoltà ad indagare nella Palude Pontina su fatti di Mafia e quant’altro e di intercettazioni coperte dal segreto d’ufficio finite in mani pericolose (sic!) c’è da restare oltremodo preoccupati per le sorti di questo Paese.

Pur essendo abituati  a leggere notizie fra le più inquietanti, confessiamo che siamo rimasti alquanto scossi nell’apprendere che intorno a casa nostra accadono fatti così gravi, oscuri e misteriosi che fanno sospettare l’esistenza nel Basso Lazio di una sorta di “Cupola Deviata” dai contorni ancora indefiniti che potrebbe interferire con i  poteri ufficiali delle Istituzioni democratiche.

Tale sospetto è forte e ci riferiamo, nella fattispecie, anche alle affermazione di Carmine Schiavone, nonché agli articoli  che fanno riferimento ad una ipotetica trattativa che sarebbe avvenuta in una “villa di Gaeta” fra uomini dei servizi ed elementi dei casalesi all’epoca della vicenda dei rifiuti a Napoli ed in Campania. Una certezza rimane: nelle Province di Latina e di Frosinone, nel Basso Lazio insomma, non abbiamo quella percezione che si indaghi a 360 gradi per una lotta senza quartiere per sconfiggere la mafia e chi con essa si sia alleato per vantaggi di vario genere.

Certamente, come Associazione Caponnetto reagiremo incrementando la nostra attività di indagine e di denunzia, anche perché le minacce che alcuni dei nostri dirigenti hanno subito sia a Sperlonga che a Fondi – ed i cui autori e mandanti sono rimasti anonimi mentre le denunzie sono state archiviate frettolosamente – non ci fanno paura.

Pertanto ci rivolgiamo a tutte la persone oneste, compresi i giornalisti – la cui attività diventa  sempre più difficile a causa delle montagne di querele ricevute e dal chiaro intento intimidatorio – per chiedere di darci una mano in questa vicenda segnalandoci fatti, episodi e quant’altro a loro conoscenza.

Siamo pronti anche a ricevere segnalazioni anonime che poi inoltreremo alle Autorità centrali competenti. Nel frattempo apprezziamo la disponibilità di alcuni Parlamentari decisi a porre all’attenzione del Governo la vicenda per un intervento volto a scardinare questa insostenibile situazione.”

Mafia: affari e cemento all’ombra di Messina Denaro, 5 arresti

Carabinieri TRAPANI – E’ stata battezzata “Cemento del Golfo” l’operazione dei carabinieri di Alcamo, per associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, danneggiamento aggravato, fittizia intestazione aggravata, frode nelle pubbliche forniture e furto. Fatta luce anche sulla rete del pizzo scoperta, spiegano gli investigatori, grazie alle denunce delle vittime. Un blitz scattato nel quadro delle attivita’ investigative finalizzate alla ricerca di Matteo Messina Denaro e a colpire il sistema economico-imprenditoriale riconducibile a Cosa nostra con a capo il superlatitante. I militari della Compagnia di Alcamo e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani hanno cosi’ dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti del capomafia di Castellamare del Golfo e di altri quattro affiliati, tra cui alcuni imprenditori. E’ stata dimostrata, rilevano gli investigatori dell’Arma, la volonta’ della mafia di Castellammare del Golfo di favorire Artale – che risponde di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia aggravata, furto e violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno – per assicurargli una posizione dominante nel mercato del calcestruzzo. Con intimidazioni venivano esercitate pressioni sui committenti di lavori privati e sulle ditte appaltatrici. In questo modo, l’ex imprenditore antiracket riusciva ad aggiudicarsi tutte le maggiori forniture nei lavori in zona, sia lavori privati, sia applati pubblici. Oltre alle cinque misure in carcere sono stati notificate sei informazioni di garanzia per intestazione fittizia di beni e favoreggiamento personale, per tutti con l’aggravante di avere agevolato Cosa nostra. Diversi sono stati gli episodi estorsivi, anche con il classico metodo della ‘messa a posto’, accertati nel corso dell’indagine, alcuni dei quali venuti alla luce anche grazie alla collaborazione delle vittime. Nel corso dell’operazione e’ stata sequestrata la SP Carburanti srl, con sede legale a Castellammare del Golfo, considerata fittiziamente intestata a prestanome, ma riconducibile al clan locale. L’esito dell’operazione, scaturita dalle attivita’ investigative finalizzate alla cattura di Messina Denaro, sono frutto del meticoloso lavoro investigativo della Compagnia carabinieri di Alcamo e diretto dalla Dda di Palermo a partire dal gennaio 2013. Due anni di complesse indagini che hanno permesso di far emergere l’attuale organigramma mafioso della cupola castellammarese operante in uno degli storici territori controllati da Cosa nostra trapanese. Zona caratterizzata da una recrudescenza di attentati incendiari ai danni di imprenditori del settore edile. Una serie di danneggiamenti ai mezzi e veicoli del movimento terra collocati in un contesto mafioso legato alla cosca di Castellammare del Golfo, parte del mandamento di Alcamo, che vede al vertice Mariano Saracino, gia’ condannato per associazione mafiosa, e da sempre legato al gruppo alcamese dei Melodia.

Mafia: PM Principato “Fare attenzione ad antimafia di facciata”

Palermo (ITALPRESS) – “In questi anni abbiamo assistito a situazioni sorprendenti, come il fatto da parte di alcuni di apparire come intoccabili, benefattori della societa’ civile, e poi invece comportarsi esattamente come i mafiosi. E’ un sistema che ormai viene adottato da parecchi, l’antimafia di facciata dietro la quale si nascondono reati anche di notevole entita’”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato, in merito all’operazione antimafia dei carabinieri che nel trapanese ha portato all’arresto fra gli altri di un imprenditore antiracket, Vincenzo Artale.

“Occorre una grande professionalita’ – ha aggiunto il magistrato – per capire che sono solo aspetti esteriori, anche perche’ Artale aveva subito dei danneggiamenti ai cantieri e li aveva denunciati. Era vittima della mafia, ma al contempo colluso e si giovava delle intimidazioni di Cosa nostra per ottenere delle commesse”.

Operazione Cemento del Golfo, 5 arresti per mafia e cemento tra Alcamo e Castellammare (Le foto degli arrestati)

REDAZIONE – Nel quadro delle attività investigative finalizzate alla ricerca di Matteo Messina Denaro ed al depotenziamento del sistema economico-imprenditoriale riconducibile a Cosa Nostra nel trapanese, oltre 100 militari della compagnia di Alcamo e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani, alle prime luci dell’alba, hanno messo le manette ai polsi a Mariano Saracino, 69 anni, ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo e ad altri quattro affiliati, Vito Turriciano 70 anni, Vito Badalucco 60 anni, Martino Badalucco di 35 anni e Vincenzo Artale di 64 anni. Tutti sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia aggravata, furto e violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.

Il meticoloso lavoro investigativo, condotto dalla Compagnia dei Carabinieri di Alcamo e diretto dalla DDA di Palermo a partire dal gennaio 2013, ha visto due anni di complesse attività d’indagine che hanno permesso di far emergere l’attuale organigramma mafioso della cupola castellammarese operante in uno degli storici territori controllati da Cosa Nostra trapanese.

Il tutto è maturato a seguito della recrudescenza di numerosi attentati incendiari che, alla fine del 2012, vennero perpetrati ai danni di imprenditori edili della zona.

Per gli investigatori è stato semplice comprendere come i danneggiamenti subiti da mezzi e veicoli di imprese edili e di movimento terra, si collocassero in un contesto mafioso legato alla famiglia di Castellammare del Golfo che, fa parte del mandamento di Alcamo e che, vede al vertice Mariano Saracino, da sempre legato alla famiglia alcamese dei Melodia.

In particolare, le indagini, si concentrarono su un gruppo di soggetti che, attraverso condotte riconducibili alle modalità operative di Cosa Nostra, imponevano la fornitura di calcestruzzo a diversi imprenditori impegnati in lavori privati o in opere pubbliche.

I carabinieri hanno dimostrato la volontà della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo di favorire Vincenzo Artale che opera nel settore del calcestruzzo, per garantire allo stesso una posizione di forza all’interno del mercato.

I sodali, infatti, costringevano con pressioni ed intimidazioni i committenti di lavori privati o le ditte appaltatrici a rifornirsi di cemento dallo stesso imprenditore che, grazie alla posizione acquisita riusciva ad aggiudicarsi tutte le maggiori forniture nei lavori in zona.

Così, Vincenzo Artale, piccolo padroncino di Alcamo, proprietario di una betoniera, improvvisamente sarebbe diventato il ras del cemento nella provincia di Trapani.

E’ l’ennesimo simbolo dell’antimafia che finisce nel ciclone di un’inchiesta giudiziaria. Vincenzo Artale, infatti, aveva denunciato per davvero delle richieste di pizzo, ma gli autori erano dei piccoli mafiosi. Quale migliore occasione per accreditarsi come imprenditore coraggio, non perdeva occasione per ribadire il suo credo di sincero antimafioso durante convegni e manifestazioni. Nel maggio scorso, era stato eletto nel collegio dei probiviri dell’associazione antiracket di Alcamo. E intanto continuava a sviluppare affari con i mafiosi.

Il suo cemento veniva imposto per lavori pubblici e privati; sarebbe stato utilizzato pure per le opere di ristrutturazione del viadotto Cavaseno di Alcamo, lungo la Palermo-Mazara del Vallo. Chi si rifiutava di utilizzare il cemento dei boss, subiva intimidazioni e minacce.

Diversi, sono stati infatti, gli episodi estorsivi, anche con il classico metodo della messa a posto, accertati nel corso dell’indagine, alcuni dei quali rilevati anche con la collaborazione delle vittime. Nel corso dell’operazione è stata sequestrata inoltre l’azienda “SP Carburanti s.r.l.”, con sede legale a Castellammare del Golfo, considerata fittiziamente intestata a prestanome, ma riconducibile alla famiglia mafiosa locale.

L’indagine è stata coordinata dai sostituti Francesco Grassi e Gianluca De Leo. E’ una storia emblematica, questa – ha detto in conferenza stampa il procuratore aggiunto Teresa Principato, impegnata nelle indagini per la ricerca del superlatitante della provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro – ancora una volta le intercettazioni hanno svelato che l’antimafia di maniera può diventare uno schermo perfetto per mascherare scalate imprenditoriali all’ombra della mafia”.

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