Mafie sul web: così le app incastrano i boss latitanti

Il Fatto Quotidiano

Mafie sul web: così le app incastrano i boss latitanti

L’allarme – Rocco Morabito catturato grazie ad “Anom”, creata dalle forze di Polizia. “Criptovalute e dark web: terreno della mala”

di Valeria Pacelli | 17 AGOSTO 2021

C’è stato un momento in cui gli uomini del Ros e le forze di polizia hanno capito di essere a un passo dall’arresto del latitante calabrese Rocco Morabito. Ed è stato quando su un’app di messaggistica istantanea – chiamata Anom – un uomo fissa con lui un appuntamento. La località brasiliana sarà quella dove a maggio scorso giunge al termine la latitanza di Morabito, evaso nel 2019 dal carcere di Montevideo dove si trovava dal 2017 quando fu arrestato dai carabinieri e dalla polizia uruguaiana a Punta dell’Este.

Il calabrese è finito nella trappola cyber. Che stavolta però non è quella degli hacker. Bensì è la piattaforma piazzata dalle forze di polizia di altri Paesi e fatta girare tra i criminali da un trafficante al quale era stata suggerita da un agente sotto copertura che lavorava nell’ambito di un’operazione gestita dalla polizia australiana e dall’Fbi. Si chiama Anom, appunto, l’app poi usata dai criminali convinti che evitasse le intercettazioni. E che alla fine si è rivelata essere anche per gli italiani un utile strumento di cattura.

Quella di Morabito racconta come la criminalità organizzata si sia adeguata ai tempi che corrono, spostando sul web la piazza di sfruttamento dei propri interessi e utilizzando nuove apparecchiature sempre più sofisticate. Si sono dunque adattati i clan, ma anche gli investigatori che hanno creato, dal Ros all’Interpol alla Polizia Postale, nuclei specifici – con personale altamente qualificato – in grado di infiltrarsi nel mondo del web.

Il pericolo oggi quindi non è solo quello degli hacker e della loro abilità nel reperire dati, come ben racconta la storia dell’hackeraggio subito dalla Regione Lazio. L’allarme lo lancia Vittorio Rizzi, vicedirettore generale della pubblica sicurezza e direttore centrale della Polizia criminale. “La minaccia più pericolosa è oggi l’utilizzo dell’universo cyber da parte della criminalità organizzata – spiega Rizzi –. Mi riferisco a reati molto complessi, a sofisticate operazioni e truffe finanziarie, difficili da intercettare a partire dalla loro localizzazione. Si tratta infatti di delitti che non hanno una precisa collocazione geografica, o meglio, ne hanno più di una: il server si trova in uno Stato, l’hacker in un altro e la vittima in un altro ancora. La criminalità organizzata si è adeguata velocemente sfruttando le infinite possibilità del digitale e del dark web per massimizzare i profitti”. Basti pensare alle comunicazioni. “Oggi il campo è quello delle chat criptate che vengono usate proprio per evitare le intercettazioni e gestire i propri affari”, aggiunge il direttore centrale della Polizia criminale. Ed è dunque su questa strada che si muovono le tantissime operazioni di polizia, oggi con un raggio d’azione – impensabile fino a qualche anno fa – in grado di attraversare il globo. Come è stata l’operazione “Trojan Shield”: condotta dalle forze di polizia di 16 Paesi ha portato a 800 arresti, al sequestro di oltre 8 tonnellate di cocaina e oltre 48 milioni di dollari in valute nazionali di vari Paesi e criptovalute. “Anche questa operazione ci ha riguardati – spiega Rizzi –. È stata eseguita grazie all’infiltrazione su una piattaforma criptata, denominata Anom , utilizzata da criminali per scambiare messaggi coperti da anonimato e in apparente totale sicurezza”. La stessa app, si scopre ora, fondamentale nella cattura di Morabito. “Questo arresto – conclude Rizzi – si inserisce nell’ambito dei risultati operativi conseguiti grazie alla collaborazione di polizia sviluppata nell’ambito del progetto ‘I–Can’ (Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta), promosso dalla Direzione centrale della polizia criminale, insieme a Interpol, che coinvolge oltre l’Italia forze di polizia di altri 11 Paesi”.

A oggi quindi sono diversi gli ambiti digitali che interessano le associazioni criminali. Non più soltanto le scommesse e il gioco online. Ora le associazioni orientano le proprie attività finanziarie nel settore FinTech (ossia la fornitura di prodotti finanziari). Le criptovalute (più di 4000 quelle esistenti) sono il nuovo canale di investimento. “È questo un nuovo ambito di interesse della criminalità organizzata – spiega Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei carabinieri –. L’intento è quello di eludere i controlli delle autorità finanziarie centrali (le Banche), ma anche di muovere capitali in maniera istantanea in qualunque parte del mondo (indipendentemente dalla legislazione dei singoli Paesi), maturare margini di profitto delle operazioni di trading e rendere difficoltosa la ricerca di capitali”. Le criptovalute dunque rappresentano la nuova frontiera del riciclaggio. E come per il dark web e i più svariati strumenti informatici, le mafie da tempo ne sfruttano la potenzialità.

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