Mafie romane

MAFIE ALLA ROMANA
Mafia sotto il cupolone. Affari criminali da vagoni di danari pubblici. Colletti bianchi e criminali organizzati per l’assalto ai business più in voga, dalla monnezza ai centri per immigrati. Neri e rossi (sic) uniti nella sporca lotta, la melma politica trasversale a nuotare fra i ratti del Tevere e gli scoli dei Palazzi del potere, dal Campidoglio in giù (o in su). Mafia burina, banda di magliari e Magliana,
tra terroristi di ieri e “cecati” di oggi (il Carminati romano ricorda tanto il Setola casalese e cecato taroccato doc).
E all’indomani dello tsunami tiberino? Tutti sbigottiti, tutti viole mammole: “impensabile”, “imprevedibile”, “esecrabile”. La mafia a Roma? Bazzecole, fino a ieri, pinzillacchere di quattro balordi, secondo il verbo del prefetto di Roma Pecoraro e tanti maitre (o centimetre) a penser, professionisti dell’antimafia compresi. Le avvisaglie di morti ammazzati dei mesi scorsi? Niente. Ristoranti, night e locali sequestrati negli ultimi tempi? Boh. Le montagne di appalti facili a sigle che più puzzolenti non si può delle Regioni targate Polverini e dei Campidogli made in Alemanno? Ma chissenefrega. C’erano tutti gli ingredienti per sapere e capire che sotto il cupolone stava bollendo l’inferno: eppure no, tutti oggi “indignati e sorpresi”.
Stupisce il (per ora) contesto. Bande criminali che arruolano bande di politici per fare affari: tanto che un attento osservatore come Alberto Statera sulle colonne di Repubblica commenta: “la politica è per pezzi interi al servizio della delinquenza, e non viceversa”. Capovolgendo una realtà che, nei fatti, s’è invece manifestata nell’ultimo ventennio sempre più forte e consolidata: ossia una manovalanza criminale al servizio (e coi Servizi) della politica, e delle imprese taroccate (ovvero sigle di amici e/o di comodo per i politici di riferimento, le portappalti o imprese di partito da Tangentopoli in poi). E allora? Torniamo ai primordi? Una mafia violenta e burina e una politica timida e arrendevole? 4 amici al Nar (o alle Br) con i Magliana boys per impartire ordini alle truppe del camerata Alemanno o del compagno Buzzi, caso mai con la mediazione del cardinal, scusate, del ministro Poletti tutto casa e coop (rosse di vergogna, a questo punto)? Insomma, possibile che le camice nere dei Carminati di turno siano in grado di consegnare lo spartito per farselo suonare di tutto punto? Forse. Ma sarà il caso di seguire con attenzione tutti gli sviluppi per decifrare i ruoli di protagonisti e interpreti di questa pagina che nera – è il caso di dirlo – non si può della storia capitolina (e nazionale).
E per capirci meglio in questa giungla di bande & affari, può tornare molto utile un commento a caldo del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che ha ricordato il modello-terremoto inaugurato, ormai quasi 35 anni fa, nella Campania post sisma. Un modello costruito sui fondi pubblici, veicolato attraverso i commissariati straordinari per l’emergenza (sindaci o governatori regionali), il comodo sistema delle “concessioni”, le allegre prassi delle “revisioni prezzi”, “varianti in corso d’opera”, le “sorprese
geologiche” di turno, insomma tutto quanto fa “abboffata” di soldi statali, per la gioia di cosche, partiti e imprese di riferimento, appunto. Un sodalizio criminale, degno del miglior 416 bis: capo d’imputazione mai esistito (incredibile ma vero, solo corruzione e/o concussione) nella maxi inchiesta sul dopo terremoto 1980, morta sugli scogli (un Giglio ante litteram) di una prescrizione annunciata.
Ma torniamo a bomba, e all’inchiesta (bomba) della procura di Roma, che squarcia il velo su anni di affari & collusioni. C’è da tare il tifo, un tifo che più acceso non si può, perché accerti misfatti e responsabilità. Dopo gli anni bui del porto delle nebbie, di insabbiamenti decennali e pietre tombali sulle più atroci nefandezze, finalmente uno spiraglio, una luce che ricorda tanto gli esordi – poi abortiti – della Mani pulite milanese, finita in gloria col super moralizzatore Antonio Di Pietro presto passato alla politica e alle cose di casa sua (vedi alla “Voce delle Voci ” “Di Pietro immobiliare”). Ma c’è un altro precedente che, partorito proprio nella procura capitolina, può servire da illuminante esempio. Affinché non si ripeta lo stesso copione.
Facciamo un salto indietro di 15 anni e passa, 1999, una mega inchiesta condotta dal pm Pietro Saviotti, gip Otello Lupacchini. Le indagini (come anche oggi su Carminati & C. ) vennero condotte dal Ros dei carabinieri. Sotto i riflettori una sfilza di affari per la realizzazione di grandi infrastrutture tra a Napoli, in Campania, nel Lazio, soprattutto a base di porti, aeroporti, ferrovie, senza farsi mancare strade e subappalti vari. Tra gli indagati eccellenti, finiti per un po’ in gattabuia, i vertici di imprese nella hit della mattone, come la parmense Pizzarotti (a bordo il timoniere Paolo Pizzarotti) o la napoletana Icla, tanto cara a O’ ministro Paolo Cirino Pomicino. Indagato, allora, anche il numero uno della Metropolitana di Napoli, Giannegidio Silva (ex manager della stessa Icla), altre storie di appalti infiniti e arcimilionari sulle spalle del territorio (i crolli per i lavori del metrò di un anno e mezzo fa) e dei cittadini. In pole position, comunque, Vincenzo Maria Greco, l’uomo ombra di Pomicino per tutta la vasta gamma dei lavori pubblici anni 80-90 e 2000, fino ai business dei porti nazionali e dell’alta velocità. Anche 15 anni fa, al centro dell’inchiesta, pezzi da novanta della politica, soprattutto di destra, come l’allora presidente della giunta regionale, l’An Antonio Rastrelli (che ricoprì anche la carica di primo commissario straordinario per la maleodorante gestione dei rifiuti), e l’assessore ovunque, sempre di Alleanza nazionale, Marcello Taglialatela. Nella maglia delle indagini anche eminenze grigie ministeriali (come Vincenzo Chianese al Tesoro) o bancarie (ad esempio Sergio De Nicolais, top manager della Banca di Roma). Tutti insieme, spensieratamente, per intessere trame e affari, con la partecipazione straordinaria del clan Alfieri, attraverso un colletto bianco, l’architetto Alessandro Nocerino. Impressionanti le ricostruzioni degli inquirenti, una sfilza di riscontri, intercettazioni telefoniche e ambientali, una rete di collusioni solida e ramificata.
Anche allora, tutto lungo l’asse politica-affari-camorra. Il mensile “la Voce delle Voci” ne scrive più volte, in quel bollente 1999, e soprattutto nella cover story di 15 anni fa esatti, novembre ’99, per il titolo “mIcla male” e il significativo sottotitolo “Finita
Tangentopoli? Macché”. In quello stesso numero, la Voce pubblicava alcuni stralci del fresco di stampa “Corruzione ad alta velocità”, scritto da Ferdinando Imposimato – già aveva denunciato il mega business come senatore all’interno della commissione antimafia – e Sandro Provvisionato: stessi scenari, stessi affari, stessi protagonisti, per un colossale business – la Tav – sul quale per primi avevano cercato di accendere i riflettori (e questo potrebbe essere all’origine delle loro esecuzioni) Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sapete che fine ha fatto la maxi inchiesta romana sui maxi appalti all’ombra della camorra? Un flop totale. Un primo grado al silenziatore, piccole condanne per pesci che più piccoli non si può. E lorsignori? Tutti beati, sicuramente prescritti e in gloria. Negli anni seguenti il gip Lupacchini si occuperà di Banda della Magliana, il pm Saviotti qualche anno fa è stato stroncato da un infarto, neanche sessantenne.
C’è solo da augurarsi che – 15 anni dopo – ora il copione possa cambiare.
Ultima notazione. Sempre la Voce, tre anni fa, 2011, ha documentato le “strane” connection all’ombra del Campidoglio di marca Alemanno. In particolare, il parto di una rivista di “intelligence”, “Theorema”, direttore scientifico nientemeno che l’ex capo dei Servizi Mario Mori, che proprio Alemanno (e lady Alemanno, ossia Isabella Rauti, fa capolino nel comitato scientifico) aveva arruolato – con una super consulenza – come coordinatore della sicurezza a Roma, braccio destro il capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio (ed entrambi protagonisti, Mori e De Caprio, delle altrettanto “strane” vicende del mancato controllo del covo di Riina e della mancata cattura di Provenzano). Ma ancor più interessante era il parterre “scientifico” di Theorema: da Mario Morucci a Loris Facchinetti, per la serie dalle Br a Ordine Nuovo il passo è breve (vedi articolo Voce del gennaio 2011). Dopo alcuni numeri e una presentazione in pompa magna – Alemanno ovviamente in prima fila – Theorema non è più uscito. Ma quel filo rosso-nero resta sotto la vigile e protettiva (sinistra) dei Servizi. Più indelebile – e più attuale – che mai.

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