Mafie in Emilia-Romagna

REGGIO EMILIA. «A Reggio è stato rotto un tabù. Abbiamo avuto un prefetto che ha portato in evidenza l’attività antimafia. Qualche segnale in termini di repressione lo abbiamo dato, adesso la priorità è l’aggressione ai patrimoni». La visita del colonnello Paolo Zito in redazione – invitato ieri dal direttore Paolo Cagnan a prendere parte alla quotidiana riunione di redazione – diventa l’occasione per un confronto su uno dei temi più caldi che hanno investito Reggio negli ultimi anni: il radicamento della criminalità organizzata. E lo facciamo con il massimo rappresentate provinciale di una forza di polizia come l’Arma che ha fatto registrare, proprio a Reggio, il primo maxi sequestro preventivo avvenuto entro i confini dell’Emilia Romagna: quello da oltre 3 milioni di patrimonio, a carico di Francesco Grande Aracri.

Colonnello, quanto è importante colpire i patrimoni di personaggi ritenuti contigui o affiliati alla criminalità organizzata? «Si tratta di un segnale importante. Perché se si arresta una persona, questa poi viene sostituita. Vale per la mafia siciliana, come per l’ndrangheta. E’ importante decapitare i vertici, ma il lavoro sui patrimoni dà fastidio. Probabilmente dopo il primo sequestro preventivo, qualcuno in provincia forse cercherà di prendere contromisure per evitare questi provvedimenti fortemente invasivi per il tessuto criminale».

Se c’era tanta tranquillità, vuol dire che non c’è stata abbastanza consapevolezza in chi indagava prima? «No, non lo credo. Io penso che si tratti di situazioni contingenti e anche dell’evoluzione di una cultura investigativa nuova. Anche le persone contano: in alcuni casi si incontrano sensibilità diverse».

Per Reggio, si parla soprattutto di ’ndrangheta. Come è la struttura? Ci sono “referenti”, gerarchie? «Sì, qui è sicuramente più forte l’ndrangheta. Però, non è emersa la struttura tipica che in altri contesti è più evidente. Qui sembrano esserci più riferimenti sia per la Bassa, che per il capoluogo. Inoltre, è stata riconosciuta una certa autonomia gestionale rispetto ai luoghi di provenienza. Lo ha stabilito anche l’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia».

Per quanto riguarda la mafia siciliana e la camorra? «La camorra è sicuramente meno presente che a Modena, ma ci sono anche soggetti camorristi. Lo hanno dimostrato recenti operazioni del Ros. In alcuni casi, ci sono anche contatti tra diversi tipi di malavita. Così come è presente anche la mafia. Ma non è solo Reggio a vivere questa situazione, ormai vale un po’ per tutti i territori».

Si parla di usura, estorsioni e anche di traffico di stupefacenti? «In situazioni di crisi, spesso si torna alle origini. Dunque ai traffici di stupefacenti. Quello dell’usura è un reato più difficile da indagare: non viene denunciato, al pari delle estorsioni. Dobbiamo invitare le persone a denunciare, ma anche analizzare i fenomeni: spesso prima ci sono truffe, che portano a vivere situazioni di crisi e poi subentra l’usura».

Quali sono i settori, invece, di interesse della criminalità? «L’agroalimentare è fortemente a rischio, è uno dei settori su cui stanno investendo le organizzazioni, campane e non solo. Parliamo di contraffazioni, ma anche di aspetti di natura sanitaria».

A Reggio fanno parlare i frequenti incendi dolosi. «Non tutti sono riconducibili alla criminalità organizzata. E’ costume da parte di certi soggetti fare male anche per screzi banali. E’ chiaro che si tratta di reati spia, devono essere valutati. Quasi tutti vengono analizzati sia dalla geoterritoriale che dalla Dda. Può dare una visuale diversa. E’ un buon punto di partenza».

I tempi, però, per vedere risultati sembrano piuttosto lunghi… «Sì, ma spesso ci sono ragioni investigative che non consentono di renderli noti. Io credo che siamo in un momento positivo. Abbiamo lavorato tanto sulla prevenzione, evidenziando situazioni particolari che hanno anche dato fastidio quando sono emerse situazioni di contatto tra esponenti della società civile e alcuni soggetti. Adesso, si continua a lavorare, anche sulla repressione».

Il cambio del prefetto, dopo che Antonella De Miro si è distinta per l’attività antimafia, rischia di essere cruciale per Reggio su questo fronte? «Io non credo che sarà cruciale. Il prefetto De Miro ha dato un’impronta nuova, le va riconosciuto merito e coraggio di aver sollevato la questione. Ma ora la strada è aperta. Prefettura e forze di polizia continueranno le attività intraprese. E noi abbiamo capacità propositiva. Si va avanti».

di Elisa Pederzoli

REGGIO EMILIA. «A Reggio è stato rotto un tabù. Abbiamo avuto un prefetto che ha portato in evidenza l’attività antimafia. Qualche segnale in termini di repressione lo abbiamo dato, adesso la priorità è l’aggressione ai patrimoni». La visita del colonnello Paolo Zito in redazione – invitato ieri dal direttore Paolo Cagnan a prendere parte alla quotidiana riunione di redazione – diventa l’occasione per un confronto su uno dei temi più caldi che hanno investito Reggio negli ultimi anni: il radicamento della criminalità organizzata. E lo facciamo con il massimo rappresentate provinciale di una forza di polizia come l’Arma che ha fatto registrare, proprio a Reggio, il primo maxi sequestro preventivo avvenuto entro i confini dell’Emilia Romagna: quello da oltre 3 milioni di patrimonio, a carico di Francesco Grande Aracri.

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Colonnello, quanto è importante colpire i patrimoni di personaggi ritenuti contigui o affiliati alla criminalità organizzata? «Si tratta di un segnale importante. Perché se si arresta una persona, questa poi viene sostituita. Vale per la mafia siciliana, come per l’ndrangheta. E’ importante decapitare i vertici, ma il lavoro sui patrimoni dà fastidio. Probabilmente dopo il primo sequestro preventivo, qualcuno in provincia forse cercherà di prendere contromisure per evitare questi provvedimenti fortemente invasivi per il tessuto criminale».

Se c’era tanta tranquillità, vuol dire che non c’è stata abbastanza consapevolezza in chi indagava prima? «No, non lo credo. Io penso che si tratti di situazioni contingenti e anche dell’evoluzione di una cultura investigativa nuova. Anche le persone contano: in alcuni casi si incontrano sensibilità diverse».

Per Reggio, si parla soprattutto di ’ndrangheta. Come è la struttura? Ci sono “referenti”, gerarchie? «Sì, qui è sicuramente più forte l’ndrangheta. Però, non è emersa la struttura tipica che in altri contesti è più evidente. Qui sembrano esserci più riferimenti sia per la Bassa, che per il capoluogo. Inoltre, è stata riconosciuta una certa autonomia gestionale rispetto ai luoghi di provenienza. Lo ha stabilito anche l’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia».

Per quanto riguarda la mafia siciliana e la camorra? «La camorra è sicuramente meno presente che a Modena, ma ci sono anche soggetti camorristi. Lo hanno dimostrato recenti operazioni del Ros. In alcuni casi, ci sono anche contatti tra diversi tipi di malavita. Così come è presente anche la mafia. Ma non è solo Reggio a vivere questa situazione, ormai vale un po’ per tutti i territori».

Si parla di usura, estorsioni e anche di traffico di stupefacenti? «In situazioni di crisi, spesso si torna alle origini. Dunque ai traffici di stupefacenti. Quello dell’usura è un reato più difficile da indagare: non viene denunciato, al pari delle estorsioni. Dobbiamo invitare le persone a denunciare, ma anche analizzare i fenomeni: spesso prima ci sono truffe, che portano a vivere situazioni di crisi e poi subentra l’usura».

Quali sono i settori, invece, di interesse della criminalità? «L’agroalimentare è fortemente a rischio, è uno dei settori su cui stanno investendo le organizzazioni, campane e non solo. Parliamo di contraffazioni, ma anche di aspetti di natura sanitaria».

A Reggio fanno parlare i frequenti incendi dolosi. «Non tutti sono riconducibili alla criminalità organizzata. E’ costume da parte di certi soggetti fare male anche per screzi banali. E’ chiaro che si tratta di reati spia, devono essere valutati. Quasi tutti vengono analizzati sia dalla geoterritoriale che dalla Dda. Può dare una visuale diversa. E’ un buon punto di partenza».

I tempi, però, per vedere risultati sembrano piuttosto lunghi… «Sì, ma spesso ci sono ragioni investigative che non consentono di renderli noti. Io credo che siamo in un momento positivo. Abbiamo lavorato tanto sulla prevenzione, evidenziando situazioni particolari che hanno anche dato fastidio quando sono emerse situazioni di contatto tra esponenti della società civile e alcuni soggetti. Adesso, si continua a lavorare, anche sulla repressione».

Il cambio del prefetto, dopo che Antonella De Miro si è distinta per l’attività antimafia, rischia di essere cruciale per Reggio su questo fronte? «Io non credo che sarà cruciale. Il prefetto De Miro ha dato un’impronta nuova, le va riconosciuto merito e coraggio di aver sollevato la questione. Ma ora la strada è aperta. Prefettura e forze di polizia continueranno le attività intraprese. E noi abbiamo capacità propositiva. Si va avanti».

di Elisa Pederzoli

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