Mafie e Chiesa

Palermo, Oppido, Larino: le mani della mafia sulla Chiesa

Quando Monsignor Pennisi, vescovo di Monreale, invitò i mafiosi ad uscire dalle confraternite, perché quello non era il loro posto, appena due settimane fa, sapeva quel che diceva e faceva: le confraternite a Palermo sono state dominate in passato da capibastone che svolgevano, direttamente o per conto del mammasantissima, un compito delicato ed importante, mostrare al popolo, credenti e non credenti, atei ed eretici, che a comandare in Chiesa e fuori dalla Chiesa, erano loro. Non solo, bisognava far sapere altro, che la mafia non era invisa al Padreterno. Certo, i delitti, ma anche la “giustizia” dell’uomo d’onore, la solidarietà verso i carcerati, verso chi ha bisogno di lavoro e non è così fortunato da campare la famiglia.
Per quale ragione, si chiesero in tanti, monsignor Pennisi sente la necessità di ripetere ciò che Francesco ha detto in modo inequivocabile a Sibari, che cioè i mafiosi sono scomunicati? Qualcuno pensava addirittura che volesse farsi publicità, nonostante appena sei mesi or sono il capo di una confraternita palermitana fosse finito nelle patrie galere per mafia. Ma non si è trattato di un “repetita juvant”, un rimasticamento in chiave locale dell’anatema di Francesco. La storia è seria, come dimostra l’episodio di qualche giorno fà, poco noto, dell’ìmprenditrice varesina, impegnata nei festeggiamenti del Festino di Santa Rosalia, invitata a tornarsene a casa con parole dure e minacciose. L’organizzazione del festino, a Palermo ed altro, è un business che, come ogni altro affare lucroso, interessa le famiglie di mafia, ovunque esercitino il loro dominio, Calabria Sicilia, Puglia ecc. Il più grande evento religioso organizzato a Palermo – la visita di Papa Wojtyla – è stato oggetto di indagine da parte della Procura della Repubblica, ed è venuto fuori che le cose erano state organizzate in modo da “favorire” gli amici e gli amici degli amici. Nesuno in odore di mafia, a quanto pare, ma tutti in adorazione dei soldi, che le cosche non disdegnano affatto. Il Grande evento “inquinato” ed i festini infiltrati sono due facce della stessa medaglia: mafia e zona grigia, corruzione e crimine organizzato si alleano, si fronteggiano, si tollerano. Talvolta sono la stessa cosa, talvolta competono, ma entrambi devastano la società civile. Papa Francesco ha messo il dito nella piaga, scomunicando i mafiosi. La sua è stata una enunciazione di principio, erga omnes, rivolta al popolo di Dio in terra ed ai suoi sacerdoti, non solo ai malavitosi. Nel carcere di Larino, in Molise, gli affiliati di mafia, hanno annunciato lo sciopero della messa. Se siamo scomunicati, non partecipiamo all’ufficio liturgico, hanno spiegato, per voglia di ritorsione o rabbia e rammarico. Ma a Oppido Mamertino, in Calabria, i capibastone che portavano a spalla il simulacro della Madonna, hanno reso omaggio al capo dei capi, un ottuagenario assai riverito, costringendo la processione ad indugiare per qualche minuto. I carabinieri si sono allontanati, il sacerdote che stava alla testa del corteo, ha accettato l’omaggio. , La scomunica, a quanto pare, non basta. Il Pm antimafia calabro Gratteri, appena una settimana fa, ricordava il caso di un sacerdote che ha deposto in udienza a favore dei capimafia imputati di alcuni delitti, definendoli persone per bene. Senza che alcuno avesse da scandalizzarsi. Le mafie infiltrano la Chiesa. Dopo anni di tolleranza, e qualche volta di contiguità, bisogna avere pazienza. Francesco farà l’impresa.

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