Mafia, Stato e il Gioco Grande ancora tutto da raccontare:“L’Italia ha vissuto una sequenza stragista che non ha eguali nel mondo”

Mafia, Stato e il Gioco Grande ancora tutto da raccontare:“L’Italia ha vissuto una sequenza stragista che non ha eguali nel mondo”

di Gianni Barbacetto

Il Gioco Grande, lo chiamava Giovanni Falcone: è il disegno del potere che agisce incrociando le azioni degli apparati dello Stato con quelle delle organizzazioni criminali. Così Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo, ha raccontato il filo nero che attraversa la storia del nostro Paese, dall’eccidio di Portella della Ginestra fino alle stragi mafiose del 1992 e 1993. Alla Festa del Fatto, Scarpinato è stato invitato a parlare sollecitato dal libro di Antonio Padellaro, La strage e il miracolo (Paper First), che racconta l’incredibile strage mancata del 23 gennaio 1994, quando una Lancia Thema imbottita di esplosivo avrebbe potuto uccidere decine di carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita Roma-Udinese. Il telecomando non funzionò e la strage non avvenne. Ma quel giorno si concluse la strategia stragista che era cominciata nel 1991 con le riunioni dei capi di Cosa nostra a Enna, nel 1992 aveva ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel 1993 aveva portato il terrore “nel continente”, con le bombe esplose a Firenze, Roma, Milano. È il Gioco Grande che – argomenta Scarpinato – pone fine, nel sangue, alla Prima Repubblica, nata nel sangue di un’altra strage, quella di Portella, che nel 1947 aveva lanciato il primo segnale di un potere che non poteva accettare la vittoria dei social-comunisti che avevano raccolto il 32 per cento dei voti alle elezioni in Sicilia, battendo la Democrazia cristiana. Il rapporto oscuro tra organizzazioni criminali e istituzioni dello Stato si sviluppa lungo tutta la storia italiana. Dopo Portella – ricorda il procuratore generale – ci sono la strage di piazza Fontana, quella di Peteano, dell’Italicus, di Brescia, di Bologna, del treno di Natale. “Una sequenza stragista che non ha eguali nel mondo”. Con una costante: i depistaggi. Gli apparati dello Stato entrano puntualmente in azione, per creare false piste, sottrarre prove, far sparire testimoni. Ci sono condanne definitive che lo provano per ogni episodio stragista.

La replica della strategia della tensione avviene nel ’92-’93”. Dopo l’arresto di Totò Riina i carabinieri del generale Mario Mori non perquisiscono l’abitazione palermitana del capo dei capi, rinunciando ai documenti e alle prove che poteva contenere. Dopo l’esplosione in via D’Amelio, i primi ad arrivare sul posto sono gli uomini dei servizi segreti, che cercano e fanno sparire l’agenda rossa di Borsellino. Per quella strage viene creato un falso colpevole, Vincenzo Scarantino. In seguito, uno strano suicidio in carcere toglie di scena uno degli esecutori della strage di Capaci, Nino Gioè. “Perché si depista una strage di mafia?”, chiede Scarpinato. “Per coprire altri responsabili, non mafiosi”. I mandanti politici, che restano nell’ombra e usano come braccio armato le organizzazioni criminali. Nei primi anni Novanta, il collasso della Prima Repubblica stava per consegnare la guida del Paese alla “Gioiosa macchina da guerra” della sinistra, che si appressava a vincere le elezioni del 1994. Nel governo di Carlo Azeglio Ciampi entrano per la prima volta nella storia repubblicana tre ministri che provengono dall’ex partito comunista. Si muove il Gioco Grande. Scoppiano le bombe mafiose. Compare la Falange armata, che rivendica gli attentati con telefonate che partono da sedi istituzionali. Il 2 giugno 1993 un’auto imbottita d’esplosivo viene rinvenuta a cento metri da Palazzo Chigi. Ciampi capisce e avvia un repulisti dei servizi segreti. Il 18 gennaio 1994 lo stato maggiore della Fininvest è all’Hotel Majestic di Roma, a selezionare gli uomini del nuovo partito che deve fermare le sinistre. Nei giorni successivi, Gaspare Spatuzza incontra a Roma il suo boss, Giuseppe Graviano, che gli dice di aver incontrato Silvio Berlusconi e che Cosa nostra “ha il Paese in mano”. Il 23 gennaio, a Roma, la partita che doveva terminare nel sangue della stragi dell’Olimpico; e a Milano, a San Siro, Berlusconi dopo la partita Milan-Piacenza anticipa ai giornalisti che sta per scendere in campo”. Il 26 gennaio l’annuncio ufficiale: “L’Italia è il Paese che amo”.

Il Gioco Grande non si è interrotto”, conclude Scarpinato. “Graviano sa che non può collaborare, perché lo ucciderebbero in carcere”.

Archivi