Mafia, Grasso: ”Per avere un nuovo Buscetta ci vorrebbe un altro Falcone”

Il procuratore nazionale antimafia a 10 anni dalla morte del primo ‘pentito’: ”E’ stata la fiducia che Buscetta nutriva in Falcone a convincerlo ad aprire lo scrigno dei segreti di Cosa Nostra”
Roma, 28 mar. (Adnkronos) – “Non ci sarebbe stato il collaboratore di giustizia Buscetta senza il magistrato Falcone. Per avere un nuovo Buscetta, servirebbe un altro Falcone”. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso sottolinea, nell’intervista all’ADNKRONOS – a dieci anni dalla morte del primo ‘pentito’ della mafia, avvenuta il 2 aprile del 2000 – il binomio indissolubile tra le rivelazioni del boss di Cosa Nostra e il metodo investigativo del giudice Giovanni Falcone poi assassinato, come il collega Paolo Borsellino, dalla mafia. “E’ stata la fiducia che Buscetta nutriva in Falcone a convincerlo ad aprire lo scrigno dei segreti di Cosa Nostra, dalla sua struttura interna alle fonti di finanziamento; e a dare la conferma dell’esistenza di una ‘cupola’, di una ‘commissione provinciale’, dei ‘mandamenti’, quando persino l’esistenza della mafia stessa, intesa come organizzazione criminale, era messa da tanti ancora in dubbio – osserva Grasso – Non dimentichiamoci che c’era ancora chi parlava solo di singoli gangster o di realtà romanzesca sullo stile del libro e del film sul ‘Padrino’, di problema etnico connaturato alla sicilianità o, sul versante opposto, di invenzione per diffamare la Sicilia”. Ricorda Grasso: “Persino sul termine ‘mafia’ Buscetta fece chiarezza. Noi ci interrogavamo sull’origine e sul significato di questo termine. E invece, Buscetta disse ‘Voi parlate di mafia, noi non la usiamo affatto questa parola, noi parliamo di Cosa Nostra’. Insomma, con lui si cominciò in senso letterale dall’abc”. L’importanza delle dichiarazioni del ‘pentito’ Buscetta sono ormai fuori discussione: “Senza di lui, non avremmo potuto riscrivere la storia della mafia e dell’antimafia”. Ma Falcone si fidò subito di lui? “No – risponde il procuratore Grasso – perché lui per definizione non poneva la questione sul piano della fiducia ma su quello dei riscontri concreti, su quello che definiva come ‘dare contezza’ delle accuse e delle rivelazioni che faceva e che dovevano trovare poi conferme nelle indagini”. Così, “la ‘macchina da guerra’ che si mise in moto consentì di sollevare il velo sui livelli alti dell’organizzazione mafiosa, sui mandanti e non solo sugli esecutori materiali dei delitti”. Ma in Buscetta vi era anche un ‘pentimento’ interiore o solo un interesse personale, diretto, a parlare? “Sgombriamo subito il campo dal cosiddetto pentitismo – premette Grasso – La parola ‘pentito’ è un’invenzione giornalistica, nata forse perché il termine ‘collaboratore di giustizia’ era troppo lungo per entrare nei titoli dei giornali…”. Prosegue il procuratore nazionale antimafia: “Il concetto di pentimento riguarda la categoria dell’etica, della morale, della coscienza. Qui si parla più semplicemente di un ‘patto’, di un ‘contratto’ in base al quale il reo si obbliga a dire tutto ciò che sa e a consegnare i propri beni di origine criminale e, in cambio, ottiene la protezione dello Stato per sé e i suoi familiari, benefici processuali e sconti di pena. Nulla di più né di diverso”. Buscetta “fu il primo a decidere di collaborare. Lo fece già a partire dall’estate del 1984, mentre la cosiddetta legge sui ‘pentiti’ è del 1991: dunque – osserva Grasso – ci vollero ben sette anni per avere una norma giuridica e altri dieci per modificarla”. Perché accettò di collaborare, al di là della fiducia in Falcone? “Aveva perso tutti i suoi familiari, erano stati uccisi i suoi figli: non aveva nulla e nessuno da perdere e in qualche modo fu il suo modo per vendicarsi, una volta catturato in Brasile”. Secondo il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti, “il tempo ha dimostrato tutta l’importanza della collaborazione di Tommaso Buscetta, grazie al quale è stato possibile capire il modello organizzativo di Cosa nostra”. Li Gotti, che è stato anche avvocato difensore di ‘don Masino’, racconta all’ADNKRONOS: “Non solo ha consentito di individuare livelli di responsabiltà” dell’organizzazione criminale “ma ha anche di accertare la collusione con la politica e diverse sentenze hanno confermato le sue ricostruzioni”. ”Oggi, grazie ai collaboratori – osserva Li Gotti – non esistono fatti di mafia sui quali esista una sorta di buio assoluto. Magari non c’è tutta la verità, ma non c’è nemmeno l’oscurità completa”.

Archivi