Mafia Capitale, la verità di Buzzi: “Io e Carminati come Totò e Peppino. Le tangenti? Eravamo di lotta e di governo”

 

Il Fatto Quotidiano, Giovedì 16 marzo 2017

Mafia Capitale, la verità di Buzzi: “Io e Carminati come Totò e Peppino. Le tangenti? Eravamo di lotta e di governo”

di Andrea Palladino | 

È la melma. Densa, capace di insinuarsi in ogni poro di Roma. È la capitale, infetta, oltre che mafiosa. Ricatti, pezzi di storie di un passato grigio piombo che riemerge, potere e soldi, soldi per il potere. È la città diSalvatore Buzzi, imputato per 416 bis dove, fino a pochi anni fa, l’ex prefetto Giuseppe Pecoraro spiegava “la mafia non esiste, ci sono solo guerre tra bande”. È , in fondo, il ritratto senza pietà di un paese in coma perenne, con una economia fatta più di amici degli amici, di conoscenze e “sistemi gelatinosi” che di eccellenze.

Buzzi è alla terza udienza della sua deposizione fiume. Il suo legale, Alessandro Diddi, lo sollecita, segue lo schema difensivo che punta a smontare, prima di tutto, l’accusa più pesante, l’organizzazione mafiosa. Meglio puntare sui “cialtroni” romani, sul ritratto che il ras delle coopdella capitale vuole dare di se stesso e del suo amicoMassimo Carminati: “Sembravamo Totò e Peppino, altro che mafia capitale.Erano scene comiche, presidente, mi creda, scene comiche”. Le minacce del “cecato” dirette a Riccardo Mancini, l’amministratore dell’ente Eur che ritardava i pagamenti con le coop e che l’ex Nar voleva “far strilla’ come un’aquila sgozzata”? “Lui, Riccardo Mancini, preferiva dare 10 milioni alla società Condotte e ritardava i pagamenti con noi… Vergogna Mancini, se mi senti, vergogna! Altro che aquila sgozzata di Carminati”, grida, teatrale, Buzzi in videoconferenza da Tolmezzo. Per poi aggiungere la sua interpretazione della frase intercettata, usata dall’accusa per raccontare il sistema del nero Carminati: “Ma io poi… io… gli ho menato eh?”, diceva il “cecato” riferendosi a Riccardo Mancini. “Massimo si riferiva a trent’anni prima – spiega Buzzi in aula – Mancini era stato arrestato per ‘Terza posizione’, lo fecero parlare, ed era quindi considerato all’epoca un infame. Ma parliamo di 30 anni fa…”. Roba di altri tempi. Storie degli anni della banda della Magliana, degli agguati fascisti contro i magistrati, delle bombe e della procura capitolina “Porto delle nebbie”.

Roma, 2008: arrivano i fascisti
Ci sono diversi livelli nel complesso e lunghissimo racconto di Salvatore Buzzi, durato fino ad ora più di venti ore. C’è lo spartito della contabilità in nero tenuta da Nadia Cerrito, ricostruita nel dettaglio dall’avvocato Diddi e depositata nel corso dell’udienza. Versamenti per poco più di700mila euro concentrati nei due anni di indagini finiti negli atti del processo, il 2013 e il 2014. Ci sono i versamenti a Carminati, diventato socio delle coop di Buzzi. Ci sono le “dazioni” ai politici. Di destra, come Panzironi, l’amministratore di Ama all’epoca di Alemanno. E di sinistra, come D’Ausilio e Nucera, rispettivamente l’ex capogruppo Pd in consiglio comunale e il suo stretto collaboratore. Ci sono i soldi per la festa de l’Unità, quelli per il “tesseramento Pd”, quelli per Odevaine. Una parte di quel fiume di soldi usciti dalle casse delle cooperative fondate negli anni ‘80 da Salvatore Buzzi, l’enfant prodige della sinistra capitolina che è stato in grado di trasformarsi da imputato condannato per omicidio in imprenditore sociale di successo, a capo di più di duemila dipendenti. Una macchina che a Roma macinava voti, consensi e soldi.

C’è poi il flusso di coscienza di Buzzi, l’autodafè di quella classe dirigente che Roma l’ha governata dagli anni ‘90 in poi. Tutto andava bene fino al maggio 2008, quando in Campidoglio arriva Gianni AlemannoGià la notte della vittoria davanti al Marco Aurelio appaiono le braccia tese, i saluti fascisti. Tutto, in una notte, cambia. “Prima delle elezioni – ha raccontato Buzzi in aula alla terza udienza del suo esame – chiedemmo a Veltroni di ‘mettere in sicurezza’ le cooperative. Loro sottovalutarono all’inizio, dicevano ‘Tranquilli, tanto vinciamo noi’. Noi, però, li convinciamo e ci facciamo dare un affidamento per 18 mesi”. La campagna elettorale della destra romana aveva, però, puntato i fari proprio sul mondo delle cooperative sociali: “Gianni Alemanno fece la campagna elettorale promettendo alle imprese aderenti a Federlazio che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata quella di estromettere le coop sociali; noi avevano levato la gallina dalle uova d’oro alle imprese. E così fece”.

È un momento chiave per politica romana, ed è uno degli architravi dell’inchiesta Mafia capitale: su questo terreno, di difficoltà di relazione con il mondo politico del Campidoglio, si sarebbe innestato – secondo l’accusa – il link con il mondo “nero” di Massimo Carminati e la ricerca dei nuovi referenti, saldando un’alleanza rosso-nera. “Il 16 novembre di quell’anno facciamo la prima manifestazione sotto il Campidoglio”, racconta Buzzi. È un crescendo: manifesti con il titolo “La febbre Alemanno”, scioperi della fame e, alla fine, uno striscione trainato da un aereo “pagato da me, dalle coop, ma con l’appoggio del Pd, che chiesi a Maroni”. Buzzi arriva al punto di acquistare una pagina de Il Riformista per una lettera aperta al sindaco e a presentare un esposto in Procura. Alla fine del 2009 si trova però lui sotto la lente di un’indagine, con una perquisizione in una delle sede sociali da parte della Finanza e un interrogatorio da parte del pm Paolo Ielo, due anni prima dell’avvio delle indagini su mafia capitale.

Ama e Panzironi
Con il 
cambio di amministrazione muta anche la dirigenza della municipalizzata Ama, il gestore della raccolta dei rifiuti, dello spazzamento e del verde della capitale. Arriva Franco Panzironi, uomo di stretta fiducia dell’area di Alemanno. Secondo il racconto di Salvatore Buzzi una prima mediazione arriva da dove meno te l’aspetti, ovvero da Antonio Passarelli, già consigliere di amministrazione di Ama in quota Rifondazione comunista: “Il Prc e Alemanno fanno un accordo – spiega Buzzi – e Passarelli viene nominato a capo di Ama Servizi ambientali, società che si occupava degli appalti nella provincia di Roma”. Su questo punto era intervenuto anche Giovanni Hermanin – già pezzo importante della politica ambientale a Roma epoca Rutelli e Veltroni – che aveva raccontato: “Uno dei consiglieri, Antonio Passarelli, che si trovava nel cda in quota Rifondazione Comunista, dopo pochi mesi venne messo a capo di un’altra partecipata di Ama. Non so se esistesse un accordo politico fra Rifondazione e Alemanno ma ci ho pensato più volte”.

Il racconto prosegue, entrando nel cuore del sistema che si stava creando: “A un certo punto parlo con Passarelli, abbiamo dei problemi con Panzironi, dobbiamo vederci, gli dico. Ci vediamo a Valle del Salto, ad un albergo, che era il punto più vicino a tutti. Ci vediamo con Guarany e Passarelli, il 25 agosto del 2009. Passarelli ci dice che Panzironi voleva 100mila euro (70 noi e 40 passarelli) gli dico che non gli avremmo dato una lira, che non avevamo mai pagato”. È solo l’inizio, “non è mica finita qui, il film continua”, spiega Buzzi.

La delibera 60, norma criminogena
In realtà Gianni Alemanno aveva già fatto un 
prima delibera a favore delle cooperative sociali, la delibera 60, una delle norme definite “criminogene” dal magistrato Alfonso Sabella nell’epoca della sua partecipazione alla giunta di Ignazio Marino. “In realtà quella delibera non è stata mai applicata – ha spiegato Buzzi – se non per lo 0,20 per mille dei fondi della spesa corrente! Nulla!”. In pochi mesi le cose cambiano. Da Ama arrivano i primi contratti per 5 milioni di euro. Buzzi non ha difficoltà nell’ammettere il versamento di vere e proprie tangenti a Franco Panzironi, all’epoca amministratore delegato Ama. A lui a alla fondazione che lo vedeva impegnato insieme ad Alemanno. Una cifra complessiva di poco meno di 500mila euro, con una parte da250mila in nero. Rate ricostruite nei minimi dettagli da Salvatore Buzzi e in parte riscontrabili anche nella contabilità presentata dai suoi legali nel corso dell’udienza. Franco Panzironi – dopo la deposizione – chiede la parola e annuncia una querela nei confronti di Salvatore Buzzi. E Alemanno? “Mi ha chiesto i soldi, sempre in chiaro (legalmente, ndr) solo tre volte. Una volta come contributo elettorale, un’altra per una cena. Non me li ha mai chiesti in nero”, assicura Buzzi. Per poi specificare: “Sulla fondazione non so dire nulla, non lo so per chi erano i soldi che versavo… Io non posso interloquire su questo”.

Di lotta e di governo”
“Signor presidente, alla fine noi eravamo di lotta e di governo: 
con Ama pagavamo le tangenti ed eravamo di governocon i giardini (la manutenzione del verde pubblico, ndr) eravamo di lotta… all’epoca di Alemanno funzionava così per noi”, racconta Buzzi con un certo sarcasmo. Non spiega, però, dove collocare Massimo Carminati, l’amico che ritrova dopo i trent’anni in un bar all’Eur, grazie all’intervento dell’amministratore dell’ente Eur: “Me lo hanno presentato. Vengo chiamato da Pucci o Mancini, il 14 settembre 2011, per andare all’Eur. In tutta questa situazione con Alemanno, per fortuna c’era Mancini. Lo avevo conosciuto in carcere, come Pucci”. Tutti personaggi della Roma nera che il patron delle coop aveva incontrato proprio a Rebibbia negli anni ‘80, quando era detenuto per un omicidio. A lui, comunista, lo misero nel reparto dei detenuti neofascisti “per farmi un dispetto”, aveva raccontato già all’inizio della sua deposizione.

Consigli per gli acquisti”
Gli appalti con l’ente Eur erano sempre stati particolari, ha raccontato Buzzi: “Facciamo una prima gara per il periodo 2000-2003 e ci ritroviamo una società australiana in Ati. Erano, come dire, ‘consigli per gli acquisti’ che ci arrivavano. Poi per il periodo successivo ci ritroviamo con sei società, 
un condominio litigioso. Nuovi consigli per gli acquisti”. E alla fine – spiega – anche Massimo Carminati è stato un pezzo di quei “consigli per gli acquisti” che andavano rispettati: “Io perdevo la gara se non mettevo dentro Carminati, lo ha portato Mancini! Il processo è Carminati e Mancini, non Carminati e Buzzi! Più chiaro di così!”.

Da quel ritrovarsi dopo anni nasce un’amicizia. O una alleanza mafiosa, secondo la tesi dell’accusa. “Ci vedevamo spesso, Noi eravamo diventati a quel punto amici, un uomo di cultura, lui era gradevolissima come persona, generoso, apprezzava poi i miei aspetti sociali. Era una persona molto colta e si era sviluppata una amicizia profonda tra me e lui”. Un carattere opposto, ha ricostruito, doveCarminati non faceva vacanze, curava i suoi quattro cani – “erano belve” – ed evitava la vita mondana.

Carminati non era un personaggio qualsiasi nella Roma nera: “Ad un certo punto iniziava a temere indagini su di lui, sul fronte Finmeccanica: mi diceva che portava i soldi per questa società ai politici nazionali”. Soldi veri, ci tiene a precisare Salvatore Buzzi, mettendo in secondo piano gli affari delle cooperative sociali: “Qui stiamo parlando di Mafia Capitale ma è nell’appalto della metropolitana di Roma C che si concentra tutto, quello è il più grande appalto. Li c’è Finmeccanica, il gruppo Caltagirone e quello Toti e noi stiamo appresso a mafia capitale, ma questo è il vero filone”.  La figura di Carminati diventa importante per Buzzi, una sorta di passe-partout per entrare nel mondo dei neri arrivati con Alemanno, secondo la tesi dell’accusa. Quando Riccardo Mancini, amministratore dell’ente Eur, ritarda il pagamento delle commesse per gli appalti che vedevano un interesse del “cecato”, interviene: “Carminati non si capacitava con questa cosa… e che doveva fare? Mancini mi fa un bonifico da 150mila euro; gli spiego che non avremmo potuto pagare le tredicesime”.

Levame ‘sti nomadi”
L’ultimo capitolo del racconto di Salvatore Buzzi si è poi concentrato sul
 campo nomadi sulla via Pontina, alle porte di Roma: “Prima erano vicino all’università Roma 3 e il rettore disse a Veltroni ‘”levame ‘sti nomadi da qui’ – ha raccontato Buzzi – Il comune prova a mandarli sull’Aurelia, ma non ci riesce”. Ed ecco che entra in scena Odevaine, “che fa un capolavoro”. “Acquista un terreno dal gruppo industriale di Deodati, si mette d’accordo con la Regione Lazio all’epoca di Marrazzo, e sposta questi 1000 nomadi”. Per il successo dell’operazione vengono “versato tutti i mesi 15 mila euro a testa ai due capi tribù, attraverso cooperative e associazioni. Ma era tutto regolare… Un vero capolavoro!”. Un sistema “di lotta e di governo”.

 

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