Mafia a Brindisi, il nuovo collaboratore di giustizia: “Ero il boss, pronto a fare guerra a tutti”

Mafia a Brindisi, il nuovo collaboratore di giustizia: “Ero il boss, pronto a fare guerra a tutti”

Febbraio 09, 2021

Andrea Romano, 35 anni, davanti ai pm dell’Antimafia di Lecce ha confessato di essere stato a capo di un clan mafioso con base nel rione Sant’Elia e ha consegnato un manoscritto: “Questi sono già affiliati e questi in attesa, dopo la promessa”. Nei verbali ha ricostruito i canali di approvvigionamento della cocaina: “Su navi dalla Grecia, 40 chili al mese”. Ha ammesso di aver avuto bombe e tritolo: “Per le estorsioni”. E di aver ottenuto telefonini in carcere e di essere anche riuscito a parlare con i suoi fidati attraverso la finestra dell’infermeria della casa circondariale di Brindisi che dava sulla strada: “Per comunicazioni urgenti

BRINDISI – “Ero io il boss del clan Romano-Coffa attivo a Brindisi e nella provincia, avevo il controllo di tutte le attività illecite e avrei fatto la guerra a tutti se avessero gestito gli affari senza darmene conto. Io decidevo le piazze di spaccio, le estorsioni, gli attentati e il versamento delle somme per il mio clan. Facevo riunioni a casa: in questo foglio ci sono i nomi dei miei affiliati e in questo, quelli in attesa, dopo la promessa”.

I PRIMI VERBALI DEL NUOVO COLLABORATORE DI GIUSTIZIA DI BRINDISI

Andrea Romano, 35 anni, di Brindisi, alias Ramarro per aver ereditato il soprannome dal padre Gino, morto di recente dopo essere riuscito a scampare alla guerra interna alla Sacra corona unita, parla in prima persona la prima volta che si trova a rispondere alle domande dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Lecce.

Confessa di essere stato il numero uno del clan mafioso con base a Brindisi, quartiere Sant’Elia, dove abita ed è ristretto con il braccialetto elettronico, dopo essere stato arrestato per rapine a Forlì. Nel suo appartamento avviene l’omicidio di Cosimo Tedesco, 52 anni, il primo novembre 2014, la mattina dopo la festa di Halloween organizzata per festeggiare il compleanno di un bambino, durante la quale avviene un litigio per futili motivi tra i genitori. Tedesco viene ucciso a colpi di pistola da Romano che per quel fatto di sangue sta scontando la condanna all’ergastolo (sentenza definitiva anche per Francesco Coffa e Alessandro Polito).

E’ un appartamento che si affaccia in piazza Raffaello, diventato per sua stessa ammissione, luogo di riunioni tra affiliati che spesso si presentano armati e che di usare pistole, bombe e tritolo non hanno timore.

IL NUOVO GRUPPO MAFIOSO A BRINDISI: IL CLAN ROMANO-COFFA

La prima ammissione, stando a quanto si legge nei verbali depositati venerdì scorso in sede di udienza preliminare a Lecce, arriva il 18 dicembre 2020, dinanzi al procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e ai sostituti Giovanna Cannalire e Carmen Ruggiero. E’ il verbale numero 1 che Andrea Romano firma dopo aver chiesto di incontrare i magistrati che lo accusano, per la prima volta, di essere a capo di un gruppo mafioso. Non più affiliato come risulta dalle dichiarazioni di collaboratori ritenuti attendibili, da ultimo Sandro Campana, morto suicida la primavera dello scorso anno. Ma il boss. Romano è detenuto nel carcere di Saluzzo, le misure anti Covid non rendono possibile il vis à vis, di conseguenza l’interrogatorio avviene in collegamento video sulla piattaforma Teams.

Nei giorni successivi, viene trasferito in una località segreta, nota unicamente al servizio centrale di protezione. E’ la conferma che Romano ha deciso di tagliare i rapporti con l’associazione di stampo mafioso, ma le ragioni al momento restano coperte da omissis. Non sono leggibili. Non ancora, almeno. Se le sue dichiarazioni siano autentiche, se cioè corrispondano al vero, a un pentimento non finalizzato all’ottenimento di sconti di pena di fronte alla prospettiva di morire in cella, lo diranno i mesi a seguire. In 180 giorni dovrà completare le sue dichiarazioni e nel frattempo, gli investigatori della squadra mobile di Brindisi e dei carabinieri ne verificheranno i contenuti.

DA AFFILIATO A CAPO DI UN GRUPPO DOMINANTE IN CITTA’: IL MEMORIALE DI ROMANO

Si sa che Andrea Romano, quel pomeriggio parla per due ore di fila, dalle 15,33 alle 17,20 e inizia raccontando di sé, in questo modo: “Intendo rispondere, sono convivente con ….e sono detenuto sin dal 2014 e ad oggi ho la piena disponibilità di un telefono cellulare nella mia cella”, si legge dopo una parte omissata.

I miei contatti con la esponenti della criminalità sono i seguenti”. (Nomi coperti. Sono tanti.)

Sino ad oggi io ero reggente su Brindisi. Ho ricevuto la massima carica di ‘crociata’. Tale dote è superiore a quella di padrino. Da quel momento in poi con omissis ci accordammo affinché la gestione di tutti i traffici illeciti fosse affidata a me anche per loro conto”.

Ha ammesso di essere stato “operativo, principalmente, nel traffico di droga e nella gestione di gruppi di fuoco”. Ha confessato di aver fatto estorsioni e poi ha fornito nomi e ruoli. “Per le forniture di droga, è stata fatta un’alleanza tra le varie famiglie della provincia brindisina”. Alleanza avvenuta durante il periodo in cui Andrea Romano era detenuto nel carcere di Taranto. Contatti, secondo il brindisino, anche con Lecce per il traffico di stupefacenti. A questo punto Romano “si dichiara pronto a redigere un memoriale a riferire quanto altro a sua conoscenza in ordine agli episodi criminosi commessi dal suo gruppo e da altri sul territorio di Brindisi”.

Il manoscritto in effetti risulta consegnato, alla presenza dell’avvocato Giancarlo Raco del foro di Lecce, diventato difensore di fiducia di Romano: “Sono stato affiliato formalmente a Francesco Campana nel periodo in cui lo stesso era in libertà all’incirca nel 2009”. Francesco Campana, finito in carcere e condannato  per l’omicidio di Antonio D’Amico, fratello dell’ex uomo Tigre della Sacra corona unita, Massimo, è considerato ad oggi il capo della frangia cosiddetta storica della Sacra corona unita, riconducibile al gruppo di Tuturano, frazione di  Brindisi. Campana è stato costretto a fare i conti con i pentimenti di entrambi i fratelli, prima Sandro e poi Antonio.

LA PRIMA AFFILIAZIONE DI ROMANO IN UN SOTTOSCALA CON FRANCESCO CAMPANA

L’affiliazione di Romano, stando al suo racconto, avviene “all’interno di un sottoscala di un’abitazione del rione Cappuccini a Brindisi”. E’ la zona in cui è cresciuto ed è qui che inizia a compiere le prime rapine quando non è ancora maggiorenne. “In quel periodo – dice – ero sottoposto alla sorveglianza speciale e nell’occasione era presente anche Campana. Si trattò di una vera e propria affiliazione e  venni riconosciuto come facente parte di un gruppo di fuoco per conto di Francesco Campana su  Brindisi e province, a capo di un gruppo di miei ragazzi”. Ci sono poi, quattro fogli pieni di omissis che riassumono le tre ore di interrogatorio rese da Romano il quale, al termine consegna dieci figli scritti a penna, fronte e retro, più della metà dei quali non è leggibile essendo secretata.

Sono in chiaro, invece, i nomi di alcuni brindisini già in carcere: “Associati al mio clan sono Alessandro Coffa, mio braccio destro, Francesco Coffa patrino 8, Alessandro Polito patrino 8 e Burim Fatani quartino 7”. Romano li ha scritti in stampatello maiuscolo e ha fatto riferimento ad alcuni brindisini  la cui affiliazione è stata “promessa”, vale a dire dichiarata ma non ufficializzata.

CANALI DI APPROVVIGIONAMENTO DROGA DALLA GRECIA E ARMI DALL’ALBANIA

Nei giorni seguenti, il brindisino ha spiegato quali siano stati i canali di approvvigionamento della droga, cocaina in particolare, e quelli delle armi.

Nel verbale del 22 gennaio scorso si legge: “Il canale di approvvigionamento della cocaina è la Grecia, attraverso un brindisino, già dal 2014-2015”. Il nome consegnato da Romano corrisponde a quello di un ex contrabbandiere della città, che è “trasferito direttamente in Grecia e che ha contatti con le famiglie malavitose calabresi”. “Il traffico – spiega  – avveniva caricando la cocaina sulle navi, ogni carico si aggirava intorno a 30-40 chilogrammi e i viaggi avevano una cadenza mensile”. La droga arrivava nel porto di  Brindisi e veniva smistata.

Le armi, invece, stando a quanto raccontato da Romano arrivavano dall’Albania:

Venivano trasportate su gommoni, con sbarchi nella zona di Cerano. C’erano tre persone che si occupavano di reperirle, poi venivano detenute negli spazi comuni di alcuni condomini”.

LA DISPONIBILITA’ DI ARMI E TRITOLO, I PIZZINI E LE COMUNICAZIONI DALLA FINESTRA DEL CARCERE

Il clan aveva la disponibilità anche di bombe e tritolo: “Un soggetto, abitante nel rione Sant’Elia, mi consegnò bombe C4 nell’anno 2014”. Il nome e il soprannome del brindisino sono stati omissati. “Le bombe servivano per compiere atti intimidatori ai danni di esercizi commerciali e per attentati alle auto per questioni riguardanti la gestione dello spaccio di droga”.

Qualche giorno prima, il 15 gennaio, Romano parla di come faceva per impartire le direttive ai suoi affiliati, dopo il suo arresto: “I miei ordini, le ambasciate, erano orali ma soprattutto pizzini scritti anche perché ero a conoscenza che i colloqui potevano essere intercettati”, dice ai pm dell’Antimafia di Lecce. “I pizzini venivano consegnati in entrata e in uscita durante i colloqui di un detenuto (il cui nome non è leggibile, ndr) con i propri familiari e poi consegnati ai reggenti del clan, su mia disposizione”.

Romano prosegue: “Nel mese di luglio 2016 sono ritornato al carcere di Brindisi e in alcune circostanze, quando dovevo dare delle disposizioni urgenti, ci servivano di omissis, detenuto prima di fronte alla mia cella e successivamente spostato nel reparto infermeria  dove vi era una finestra che si affacciava direttamente sulla strada e quindi era possibile comunicare all’esterno”.

Romano ha incontrato i pm dell’Antmafia cinque volte, l’ultima il 22 gennaio scorso.

Fonte:https://www.iltaccoditalia.info/2021/02/09/mafia-a-brindisi-il-nuovo-collaboratore-di-giustizia-ero-il-boss-pronto-a-fare-guerra-a-tutti/

 

 

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