Luigi Einaudi ed i Prefetti

“Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo (… ). ”

I prefetti, Matteo Renzi e Luigi Einaudi

Matteo Renzi vuole ridurre le prefetture dalle attuali 105 a 40, una per ogni regione più quelle nei territori ad alto rischio di infiltrazione delle mafie. Luigi Einaudi, invece, voleva addirittura abolire la figura del prefetto, una “lue inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone“. E proprio “Via il prefetto!” era il titolo di un suo lungo articolo pubblicato il 17 luglio 1944 – con lo pseudonimo di Junius – su “L’Italia e il secondo Risorgimento”, supplemento a “La Gazzetta ticinese” (poi riedito nel volume “Il buon governo. Saggi di economia e politica 1897-1954, a cura di Ernesto Rossi, Laterza, 1955). Ricordare questo scritto dello statista piemontese non è una curiosità archivistica. Oltre alla sua prosa polemica tesa e limpida, quel che rende oggi straordinaria la lettura delle sue pagine è la lucidità e la forza con cui le tare storiche della struttura e dell’apparato dello Stato unitario vengono messe in rapporto diretto con il sistema istituzionale, in un momento in cui un rinnovamento radicale sembrava a portata di mano. Democrazia e prefetto “repugnano profondamente l’una all’altra”, sosteneva Einaudi. “La classe politica – aggiungeva – non si forma se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente responsabile per l’opera propria”. Perciò il “delenda Carthago” della democrazia liberale era, per lui, la scomparsa del simbolo sommo di una macchina centralizzata, esposta a ogni tipo di malversazioni e sprechi di pubblico denaro.
Non si tema dall’abolizione del prefetto, ammoniva da ultimo, alcun danno per l’unità della nazione. Dannosi, invece, sono “una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali [… ]“. Mi fermo qui. Ce n’è abbastanza per riproporre questo testo alla riflessione dei riformatori odierni, con la speranza che esso non venga scambiato con quelle “Prediche inutili” pure assai care allo stesso Einaudi.

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