Luca Tescaroli in prima linea sulle indagini per criminalità e massoneria deviata

Luca Tescaroli in prima linea sulle indagini per criminalità e massoneria deviata

Luca Grossi

29 Giugno 2021

Il Procuratore aggiunto di Firenze racconta gli intrecci del “Potere Massonico” deviato in Italia

Nel corso delle sue indagini il procuratore aggiunto fiorentino Luca Tescaroli ha condotto indagini in cui ha partecipato in prima persona nel tentativo di far luce su determinati episodi in cui criminalità organizzata, politica, mafia, economia e finanza sono stati elementi caratteristici.
Esempi specifici ne sono la strage di Capaci, il crack del Banco ambrosiano, la morte di
 Roberto Calvi, l’indagine Mafia Capitale condotta insieme ai magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini e, in tempi più recenti, l’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993 in cui sono presenti nel fascicolo di indagine anche i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri il quale ha già finito di scontare la condanna a sette anni di reclusione inflittagli per concorso esterno in associazione mafiosa.
Al fine di scoprire ulteriormente i rapporti tra la cupola del crimine organizzato ed esponenti della massoneria deviata la rivista 
MicroMega ha intervistato il procuratore aggiunto di Firenze in merito al suo contributo per la realizzazione del libro “Potere massonico. La ‘fratellanza’ che comanda l’Italia: politica, finanza, industria, mass media, magistratura, crimine organizzato” edito da Chiarelettere e scritto dal giornalista e saggista Ferruccio Pinotti.
All’interno del libro infatti Tescaroli espone le sue argomentazioni supportato da documenti processuali e testimonianze di vari collaboratori di giustizia, per questo si può dire che le sue conoscenze fanno di lui uno dei magistrati più esperti anche in materia di rapporti tra massoneria deviata e crimine organizzato, di cui il magistrato ha potuto rendersi conto già nel corso del processo per la strage di Capaci avvenuta il 23 maggio 1992 per la quale è riuscito a far condannare in Appello gli autori materiali e i mandanti per un totale di 37 condanne inflitte (nell’aprile del 2000), di cui 29 ergastoli, cinque in più rispetto al primo grado.
“Attraverso lo studio del maxiprocesso, dell’ordinanza di Falcone e degli altri componenti del pool guidato da Antonino Caponnetto delle relative sentenze – ha spiegato il magistrato – mi sono reso conto della complessità e pericolosità dell’organizzazione mafiosa. Ho capito concretamente cosa significhi controllo del territorio, presenza della struttura mafiosa: la capacità di controllare gli appalti, il traffico di stupefacenti. E che tutte le attività che ruotano attorno al vivere criminale presuppongono anche un consenso sociale”.
“Dalla lettura degli atti del maxiprocesso – ha aggiunto Tescaroli – ho potuto anche prendere piena coscienza dei collegamenti nazionali e internazionali di Cosa nostra e della rete vasta dei suoi collegamenti con il tessuto economico del paese” e infatti “effettuai uno studio esteso di tutte le attività investigative seguite da Falcone, come il processo relativo a Rosario Spatola, la vicenda di Michele Sindona e i suoi contatti con i Gambino, gli Spatola e la mafia americana e si palesò in tutta la sua chiarezza il problema dei ‘colletti sporchi'” e “il fatto che la mafia cresce e prospera con la complicità di professionisti corrotti, di banchieri collusi e di un sistema politico esposto a pericolose vicinanze”.
Durante l’intervista il magistrato ha anche ricordato un aneddoto in cui 
Tommaso Buscetta gli disse, al termine di un colloquio, “Dottore, io sono con lei e spero di vedere condannati, prima di morire, gli autori dell’uccisione del giudice Falcone, anche se non penso che per alcuni sarà possibile”. A quel punto Tescaroli gli aveva chiesto a chi stesse facendo riferimento, “mi rispose con un sorriso, e mi augurò buona fortuna”.

L’omicidio del “Banchiere di Dio”
“Mafia, politica corrotta, massoneria e ambienti vaticani: in Italia i poteri forti sono legati tra loro da una forte commistione di interessi. Il caso Calvi-Ambrosiano esemplifica in maniera lampante questi legami”.
Sono state queste le parole con cui il procuratore di Firenze ha descritto l’omicidio del banchiere 
Roberto Calvi, avvenuta a Londra nel giugno 1982, in concomitanza al crack del Banco ambrosiano.
Al tempo infatti 
Luca Tescaroli ricopriva la carica di Pubblico ministero e si era spesso scontrato con il ruolo della massoneria deviata. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino – considerato il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra – ha raccontato di aver conosciuto Roberto Calvi tramite il Giacomo Vitale (cognato del super boss Stefano Bontate) il quale lo aveva indicato come un “banchiere di Milano, un personaggio importante, anche perché gestisce dei soldi nostri”.
Tutto questo era avvenuto nella sede della loggia massonica Camea a Santa Margherita Ligure e per Tescaroli era 
“una chiara indicazione in ordine al fatto che il Banco si impegnasse per riciclare il denaro sporco della mafia. Circostanza che è stata confermata anche dalle dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, il pentito Antonino Giuffrè il quale ha “riferito che vi era un ‘covo a tre’: Cosa nostra, una certa massoneria e Marcinkus. Questi collaboravano tra loro. Ben presto Calvi, nella seconda metà degli anni Settanta e fino agli inizi degli anni Ottanta, è entrato in un grosso giro di denaro, proveniente dal traffico di stupefacenti. Marcinkus era particolarmente esposto con Calvi ed era coinvolto, come riferisce Giuffrè, ‘in certi discorsi con Sindona’. Giuffrè ha riferito che Marcinkus era uno degli amministratori dello Ior e riciclava soldi della mafia” ha detto il procuratore aggiungendo che Antonino Giuffrè “ha segnalato che i soldi della mafia confluiti nel Banco hanno permesso a Calvi e allo Ior di finanziare i movimenti anti-sovietici in Europa dell’Est, a partire da Solidarnosc (un sindacato fondato a settembre 1980 n.d.r), in Polonia”.
Infine Tescaroli al processo per l’omicidio del “banchiere di Dio” è stato costretto a chiedere nel 2016 l’archiviazione del procedimento che vedeva coinvolti, a vario titolo, figure come
 Licio GelliFlavio Carboni (faccendiere di Sassari classe 1932) e l’allora 007 italiano Francesco Pazienza nonostante una sentenza avesse riconosciuto l’omicidio come causa di morte di Calvi.
Nel panorama a tinte fosche dei primi anni Ottanta, si era assistito, dopo l’assassinio di Aldo Moro – ha esposto il magistrato – all’invadenza della loggia massonica P2 nei più delicati gangli degli apparati statali e militari, e al consolidarsi di cointeressenze finanziarie, soprattutto in società offshore alle Bahamas, tra il piduista Roberto Calvi (iniziato al grado di maestro, tessera n. 1624, rilasciata il 1° gennaio 1977), la Banca vaticana, guidata da Paul Marcinkus, e la criminalità mafiosa”.
Tuttavia il gip 
Simonetta D’Alessandro al tempo ha sostenuto, nonostante l’archiviazione delle indagini che “lo forzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa nostra, ma non tutta Cosa nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali che, secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Di più non è stato possibile fare” ha detto il gip, sottolineando che Tescaroli ha “parlato credibilmente di un sistema economico integrato, ha proiettato sullo scenario del delitto presenze simbolo: Calò che è Cosa Nostra, da Bontate a Riina; Diotallevi e Casillo, che sono la banda della Magliana e la nuova camorra organizzata, sodalizi entrambi al servizio della mafia corleonese; Pazienza e Mazzotta, che sono il Sismi; Gelli, Carboni e Kunz che sono la P2, Marcinkus che è lo Ior, che è Sindona, che è Calvi”.

Il “mondo di mezzo” di Mafia Capitale
Sempre collegandosi al processo per l’omicidio di 
Roberto Calvi emerge un’altra figura, Ernesto Diotallevi, ex componente della Banda della Magliana il cui figlio secondo un’informativa del 18 giugno 2013 del Ros, risulta il più attivo “nella ricerca di contatti nel mondo della massoneria e degli appartenenti al mondo dei servizi segreti che potessero avvantaggiarlo nella sua attività di faccendiere”.
Un mondo grigio quindi quello dell’inchiesta denominata ‘Mafia Capitale’ di cui il pm Tescaroli si è occupato nel corso degli anni.
“Pur non essendo stata accolta dalla Corte di cassazione la nostra impostazione per cui il sodalizio doveva farsi rientrare tra le associazioni di tipo mafioso, i fatti accertati rimangono gravi – ha detto il pm commentando le condanne ottenute – è stata riconosciuta l’esistenza di due associazioni per delinquere e quasi tutti i delitti. È indiscutibile la gravità dei fatti accertati con sentenza definitiva ottenuta in tempi rapidi, nonostante l’elevato numero degli episodi delittuosi, il numero di imputati, la complessità delle vicende. La gravità della condotta di amministratori pubblici e criminali comuni non viene sminuita da una qualificazione giuridica diversa. La sentenza di appello, come del resto la stessa Cassazione in fase cautelare, aveva accolto la nostra impostazione sulla associazione mafiosa, ritenendola caratterizzata da tratti peculiari rispetto a quelle tradizionali”.
Infine il magistrato ha inoltre evidenziato che 
“è stato messo a nudo un intreccio tra politica, affari e, per usare le parole di uno dei suoi più autorevoli e pericolosi esponenti, Massimo Carminati, quel “mondo di mezzo”, un luogo dove si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, di estorsori e di usurai, di gruppi che operano illecitamente con l’uso di armi, trafficanti di droga”. Il magistrato conclude: “Al di là degli specifici procedimenti giudiziari e delle inchieste di cui mi sono occupato, ritengo necessario che il tema dei “colletti sporchi” e dell’area grigia tra economia, politica, affari, massoneria e mafie venga affrontato con legislazioni sempre più specifiche e con normative sempre più avanzate che consentano agli inquirenti e alla magistratura giudicante di agire in modo più̀ efficace verso questi gravi fenomeni che inquinano la nostra vita sociale e civile. Naturalmente, a ciò va coniugata un’azione preventiva di formazione culturale e di moralizzazione”.

Fonte:
 micromega.net

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