Lotti, da Verdini a Consip l’intoccabile del Giglio magico sempre più ingombrante 

La Repubblica, 13 GIUGNO 2019

Lotti, da Verdini a Consip l’intoccabile del Giglio magico sempre più ingombrante

Prima ancora dei rendez-vous notturni con Palamara e Ferri, a discutere di nomine in magistratura, l’ex ministro aveva già alimentato polemiche e divisioni

DI SERGIO RIZZO

Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io. Avesse seguito questa massima anche Matteo Renzi, certamente le cose non gli sarebbero potute andare peggio di così. Perché la qualità e lo spessore di un politico si misurano anche dalle amicizie. E quella di Luca Lotti di sicuro si è fatta sempre più ingombrante. Ma lo era anche prima di conoscere i suoi rendez vous notturni con Luca Palamara, Cosimo Ferri e magari anche il patron della Lazio nonché oggi candidato ad acquistare Alitalia, Claudio Lotito, a discutere impropriamente di nomine in magistratura. Non esattamente “parole in libertà, opinioni espresse liberamente in un incontro che si è svolto in un dopocena”, come ha scritto ieri Lotti su facebook.

Giustificazione banale e inaccettabile per chi dovrebbe sapere bene quanto sia irrituale per un deputato ex ministro, per di più indagato nel caso Consip, lasciarsi andare a certe “parole in libertà” a proposito delle nomine di giudici che un giorno potrebbero, chissà, anche trovarsi fra le mani il suo dossier. Con interlocutori non proprio disinteressati, poi: fra cui un magistrato consigliere del Csm, Palamara, e un magistrato ex sottosegretario alla Giustizia, Ferri. Figlio di Enrico Ferri, il ministro socialdemocratico reso noto trent’anni fa dal limite dei 110 all’ora in autostrada, Cosimo era già finito in una bufera politica cinque anni fa con richiesta di dimissioni grilline perché scoperto da sottosegretario a spedire ai suoi colleghi sms di questo tenore: “Per le prossime elezioni Csm mi permetto di chiederti di valutare gli amici Lorenzo Pontecorvo (giudice) e Luca Forteleoni (pm). Ti ringrazio per la squisita attenzione, Cosimo Ferri”.

Una situazione alquanto pelosa e imbarazzante, insomma, nonostante quello che può dire Lotti. “Quindi ho commesso reati? Assolutamente no. Ho fatto pressioni e minacce? Assolutamente no”, ha insistito nel suo post. Sbagliando completamente toni e bersaglio. Perché qui reati, minacce o pressioni a parte, che è roba anche questa da magistrati, è innanzitutto una ragione di opportunità.

Quel post dice tutto del personaggio, entrato così in profondità nei gangli del potere da percepirne confini assai confusi. L’anagrafe informa che il futuro leader del Giglio magico, com’è battezzata la strettissima cerchia dei renziani, nasce a Empoli il 20 giugno 1982. Sono giorni caldissimi, e non per il termometro. La guerra delle Falkland è finita con la resa degli argentini, a Londra è stato appena scoperto il cadavere di Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati neri mentre Firenze è di nuovo nell’incubo del Mostro.

Lotti è il classico ragazzo prodigio: va bene a scuola e gioca bene a pallone. Ma il vero talento lo esprime in politica. A 22 anni è consigliere comunale della Margherita a Montelupo fiorentino. A 23 è già al seguito di Renzi presidente della Provincia di Firenze. A 24 diventa capo del suo staff. A 27 è capo di gabinetto di Renzi sindaco di Firenze. A 30, deputato. A 31, sottosegretario alla presidenza del consiglio con Renzi premier.

Tanta strada in poco tempo non si fa per caso. Lotti è l’uomo che organizza la campagna per le primarie del 2012, perduta da Renzi contro Pierluigi Bersani, e la successiva vittoriosa scalata ostile alla segreteria bersaniana. Lotti è la figura chiave del Patto del Nazareno, l’accordo sulla legge elettorale stipulato da Renzi con Silvio Berlusconi: premessa per la futura deflagrazione del Pd. Per la serie “Enrico, stai sereno”, Lotti è fra i fedelissimi renziani forse quello più determinato in assoluto nell’indurre Renzi a disarcionare Letta nel febbraio 2014. Al grido: “Ora o mai più”.

Lotti è pure il canale diretto con Denis Verdini, che quando Berlusconi dopo la nomina di Sergio Mattarella al Quirinale decide di mollare il governo, è lui che molla Berlusconi per restare con Renzi e tenerlo a galla. “Verdini? Non ha niente a che vedere con il Partito democratico”, si affanna a ripetere Lotti. Ma di quale intensità siano i suoi rapporti con l’editore del Giornale della Toscana lo sanno tutti. Anche i magistrati che stanno indagando sulla presunta compravendita di sentenze al Consiglio di stato.

Un bel giorno di luglio del 2018 i giornali pubblicano la notizia che Verdini è sotto inchiesta a Messina per il reato di finanziamento illecito. L’accusa dice che avrebbe chiesto a Lotti, quando il pupillo di Renzi era al governo, di sponsorizzare la nomina al Consiglio di Stato del giudice Giuseppe Mineo: che finirà a sua volta imputato per corruzione in atti giudiziari. Il tutto in cambio di 300 mila euro, intascati da Verdini per il movimento politico Ala da lui fondato, attraverso l’avvocato Pietro Amara. Ancora giudici. Ancora nomine.

Si dice che la politica sia una cosa sporca. Magari non è sempre così, ma chi è abituato a sguazzarci dentro sa che qualcuno certi lavoracci deve farli. Ben sapendo che c’è un dividendo da riscuotere. E per Renzi premier Lotti non è solo un amico, ma un pilastro intoccabile del suo potere, punta di diamante nella squadra dei fedelissimi. Un gruppo così solido e coeso da condizionare anche le scelte più pesanti. Sono rimaste misteriose, per esempio, le vere cause del trasloco nel 2015 di Graziano Delrio da palazzo Chigi al ministero delle Infrastrutture. Ma è un fatto che nel Giglio magico non tutti ne gradivano l’indipendenza di giudizio e ne condividevano le suggestioni: come quando volle a tutti i costi mettere a capo della commissione di Palazzo Chigi contro la criminalità organizzata “un magistrato formidabile, con un altissimo senso delle istituzioni”, disse. Era Nicola Gratteri. Ancora giudici. Ancora nomine.

 

 

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