Lotta all’omertà, il prezzo del coraggio

Lotta all’omertà, il prezzo del coraggio

19 DICEMBRE 2020

L’alleanza Stato-cittadino contro il crimine

DI GIUSEPPE PIGNATONE

In una recentissima serie tv che ha catturato l’attenzione di milioni di spettatori, Giuseppe Fiorello interpreta il ruolo di un cittadino che per ragioni di lavoro entra casualmente in contatto con una rete di narcotrafficanti e accetta, pur controvoglia, di agire da infiltrato nell’organizzazione, consentendo così, tra mille pericoli, il sequestro di un enorme quantitativo di droga. Egli vede, però, travolta la sua vita precedente ed è costretto tra difficoltà e sofferenze a cominciarne una nuova, con una diversa identità fornitagli dalla polizia (nell’ambito di un programma di protezione, peraltro, che è stato poi molto migliorato da una legge del 2018). La sceneggiatura della fiction si ispira a una storia realmente accaduta, con l’ovvia aggiunta di forzature drammatizzanti e spettacolarizzazioni necessarie allo share.

Se ne parliamo qui è perché il modello di collaborazione Stato-cittadino proposto dalla tv potrebbe far sorgere nel telespettatore un dubbio non peregrino: è giusto che il prezzo del dovere civico sia lo stravolgimento di un’intera esistenza, anche per chi non ha scelto di fare il poliziotto, né tanto meno il delinquente? Per rispondere a questa domanda – che sintetizza il dilemma di tante persone oneste costrette a decidere se chinare il capo oppure ribellarsi e denunciare le pretese mafiose – occorre uscire dal caso estremo, direi eccezionale, dello sceneggiato Rai e calarsi nella realtà molto meno eroica che raccontano i processi e l’informazione che ne da conto, di solito e salvo rarissime eccezioni nelle cronache locali (e anche questo scarso rilievo non è un bel segnale). Queste cronache confermano che l’omertà rimane un fenomeno diffuso e non solo al Sud. Un esempio? Al termine di un processo contro una cosca di ‘ndrangheta insediatasi in provincia di Varese, il pubblico ministero ha richiesto la trasmissione degli atti relativi a 14 persone offese (cioè quasi tutte le vittime dei mafiosi) ipotizzando altrettanti casi di falsa testimonianza, dato che esse hanno negato persino i fatti che emergevano con tutta evidenza dalle indagini.

Per fortuna le eccezioni esistono, come per esempio quella dei commercianti e imprenditori palermitani che hanno fatto arrestare i loro estortori (si veda questo giornale del 2 novembre: I ribelli di Palermo) o la condotta, nello stesso processo varesino di cui s’è detto, di un giovane imprenditore che ha prima respinto le richieste di denaro e poi i tentativi di imporsi come socio da parte del boss del paese in cui il giovane intendeva avviare una nuova attività. Denuncia che ha portato agli arresti degli ‘ndranghetisti e, dopo la conferma in udienza, anche alla sentenza di condanna. Nelle intercettazioni di quell’inchiesta risuonano le stesse frasi che vengono ascoltate in Calabria o in Sicilia: “qualunque cosa lui fa in quella zona lì, avrà solo problemi”, e ancora “sono io che vado lì e scasso tutto”. Infatti, ai capi opposti del Paese, la pretesa dei mafiosi è la stessa: impadronirsi del territorio e lucrare su ogni attività che vi si svolga. Con l’aggravante che ben diversi sono, tra Nord e Sud, il contesto economico e le ricchezze in gioco.

Per quanto coinvolgente sia l’esempio proposto dalla tv, è certo che ai cittadini viene richiesto qualcosa di molto lontano dall’infiltrarsi in contesti criminali per conto delle forze dell’ordine (che per questo genere di azioni possono contare su professionisti ben addestrati). Agli imprenditori, per esempio, specie quelli che guidano realtà di notevole rilievo, lo Stato chiede semplicemente di restare nel campo della legalità senza cedere alla tentazione di scorciatoie che aprano la porta a gruppi mafiosi in grado di porsi come agenzie di servizi, ovviamente illegali. Una storia emblematica di simili derive illecite, emerge da una recentissima sentenza del tribunale di Bologna relativa a un importante operatore del settore alimentare che, trovandosi in difficoltà finanziarie e gestionali, si era rivolto a un gruppo ‘ndranghetista, di cui faceva parte anche un politico locale, perché lo “agevolasse” nei rapporti con i fornitori, con gli enti pubblici e perfino con le banche. Ma c’è di più. La stessa azienda, impegnata in una controversia civile con un altro grosso operatore economico lombardo, ha rimesso la risoluzione della vertenza alla decisione delle cosche di ‘ndrangheta presenti nei due territori. Ovvero la mafia è stata chiamata a sostituire lo Stato in una delle sue funzioni essenziali, la giurisdizione. Naturalmente tutto questo ha avuto un prezzo salato: in denaro, in forniture, in assunzioni di personale e – in prospettiva – nell’ingresso della cosca nella compagine societaria. Questo percorso perverso, purtroppo non inedito, è stato rallentato dapprima dal fallimento della società – provvidenziale, in questo caso – e poi dall’arresto degli ‘ndraghetisti, che ha finalmente convinto gli imprenditori a confermare quanto già emerso dalle intercettazioni, riferendo nei dettagli l’intera vicenda ai magistrati.

Credo sia di importanza decisiva che i cittadini, e gli imprenditori in particolare, mantengano salda la fiducia negli organi dello Stato, che hanno già dimostrato di saper rispondere alle denunce con azioni repressive rapide, concrete ed efficaci, preoccupandosi anche, e prima di tutto, di tutelare – secondo moduli operativi ormai collaudati – le persone offese. Ed è altrettanto necessario che gli operatori economici, ma anche i pubblici funzionari, i professionisti, i politici e tutte le categorie sociali, siano pienamente consapevoli che allacciare rapporti con le mafie, supponendo di sfruttarne il potenziale economico e di violenza, non solo origina possibili responsabilità penali, ma è sempre un “affare” estremamente pericoloso perché – come viene detto in una intercettazione – “alla fine quelli si vogliono prendere tutto, anche la vita”.

 

Fonte:https://rep.repubblica.it/

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