L’onore di chi dice no

L’onore di chi dice no

06 GENNAIO 2021

La donna uccisa dalla ’ndrangheta in Calabria

DI GIUSEPPE SMORTO

La madre pregava gli assassini: «Ditemi almeno dov’è sepolta». La verità del pentito è la più atroce: non ci sarà un posto dove piangere Maria Chindamo. Era una donna, ha avuto il torto di dire no, in quella parte di Calabria controllata dal clan Mancuso. Era una commercialista, aveva un’azienda di ulivi e agrumeti, voleva prendere una seconda laurea in giurisprudenza. Come aveva osato? Maria si era separata dal marito, lui si era suicidato. È stata rapita esattamente un anno dopo. Ma come in tante storie di mafia, la “questione privata” era in realtà una storia di un fondo non ceduto, di soldi sporchi, di contanti rifiutati. Perché sì, quelle terre sono fertili e ambite, cresce la cipolla di Tropea, fanno la ‘nduja e l’olio buono, a pochi chilometri il mare è cobalto e si vedono le Eolie. La terra è oro, è potere.

Narcotrafficanti di livello internazionale, i Mancuso non sopportavano nemmeno il no della famiglia Vinci, ma come si permettevano? Volevano allargare la loro proprietà, fecero saltare il figlio Matteo, con un’autobomba, come in una guerra. A Limbadi, a pochi chilometri da dove è scomparsa Maria Chindamo. Il timbro della ferocia e dell’impunità. La sorella di Matteo Vinci ora vuol fare la magistrata, la madre Rosaria quel giorno accusò il clan: «Qualcuno è venuto a trovarmi per le condoglianze – era l’aprile 2018 – non tanti: ma magari hanno paura». Era una donna e non aveva paura Teresa Cordopatri, la baronessa che vide morire ucciso il fratello nella Piana di Gioia Tauro: anche loro non volevano vendere ai malavitosi. Teresa ha lottato per la verità fino alla fine, ha difeso il podere fino ad andare in rovina, senza Stato, appoggiandosi infine a una cooperativa sociale. Negli anni ’90 diventò un simbolo della lotta alla ‘ndrangheta, chissà se qualcuno la ricorda ancora.

Tragedia copre tragedia, chissà quanti si sono arresi e hanno venduto, in quella parte di Calabria. Sembra incredibile, ma su in montagna o nella vallata del La Verde, girano ancora le “vacche sacre”. Rovinano i raccolti, abbattono i recinti, chissà chi è il padrone. Furono protagoniste di memorabili inchieste tv, quando ancora non esisteva internet. La ‘ndrangheta resta sopruso quotidiano, generazione dopo generazione.

Ma a quelli che considerano la Calabria una regione perduta, ultima in tutto, naturalmente ultima ora anche nella percentuale vaccinati, un buco nero senza speranza, popolato di bestie che danno i cadaveri ai porci e che tagliavano l’orecchio ai rapiti, o li uccidevano a mazzate, come successe a una povera insegnante di Ardore che si chiamava Raffaella Scordo, proprio a loro vanno ricordati alcuni fatti. Il clan Mancuso sarà sul banco degli imputati al maxiprocesso che sta per aprirsi a Lamezia Terme: si tratta dell’inchiesta “Rinascita-Scott” condotta dal procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri. A Polistena, mezz’ora d’auto da Limbadi, in una terra confiscata alla mafia, cresce una clementina che molti di voi si sono trovati a tavola a Natale. A Rosarno, i braccianti che vivono nelle baraccopoli hanno chiesto migliori condizioni, più sicurezza dopo l’investimento di un lavoratore: alcuni comuni hanno lanciato un progetto per dar loro una casa decente. Nelle scuole, come ripetono giudici, dirigenti e prof, cresce una generazione libera. Nella Locride, molti agricoltori hanno aderito al consorzio Goel bio, “per difendersi insieme”. E soprattutto, i tre figli e il fratello di Maria Chindamo hanno deciso di portare avanti l’azienda di famiglia, di non vendere.

Non dimentichiamoli. Del resto non solo la connivenza, anche l’indifferenza hanno fatto della ‘ndrangheta l’organizzazione criminale più potente del mondo. Con il suo sorriso, Maria sarà l’ultima foto di una lunga lista, nella marcia della Memoria che ogni estate l’associazione “DaSud” organizza in Aspromonte, Italia.

Fonte:https://rep.repubblica.it/

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