L’ODORE DEGLI AFFARI LOSCHI

Si levano dai resti dell’impianto per il trattamento dei rifiuti andato a fuoco ieri, al quartiere Salario di Roma, miasmi ancora più pericolosi delle diossine liberate dall’incendio. È lo stesso fetore che avvolge ormai da troppo tempo la capitale d’Italia, il puzzo degli affari loschi, degli interessi opachi, dei soldi sporchi fatti sulle spalle dei cittadini. Senza farla mai respirare. Con la politica intenta a specchiarsi in diatribe di corridoio, pronta solo a farsi cogliere di sorpresa. Ci si è messo anche il caso, stavolta, a sottolineare la maledizione. Mentre le fiamme divoravano 3 mila tonnellate di spazzatura con tutto quello che c’era intorno, le agenzie di stampa battevano le motivazioni della sentenza d’appello su Mafia capitale. Lì è descritto impietosamente il contesto agghiacciante in cui si sviluppavano quelle vicende. Prima di tutto intimidazioni e minacce, ma anche e soprattutto l’omertà di imprenditori e affaristi. Mafia, appunto. La mafia che ha strozzato Roma, e non è bastato evidentemente un processo a bonificare il clima. La magistratura indaga ora con l’ipotesi di disastro colposo sull’incendio, senza escludere nessuna causa. Nemmeno l’autocombustione. Ma è difficile non scorgere qualche impronta digitale del rogo doloso. Le fiamme partono verso le quattro del mattino, mentre l’impianto è fermo, non c’è quasi nessuno e le telecamere di sorveglianza sono spente da tre giorni. Circostanze pressoché identiche a quelle di un altro rogo, verificatosi al Salario tre anni fa, sempre alle quattro del mattino. In quel caso le indagini non appurarono la matrice dolosa del disastro. Ma per rimettere in sesto le macchine del Tmb dell’Ama ci vollero cinque mesi, e nel frattempo per smaltire le 600 tonnellate di rifiuti al giorno si fece ricorso ai privati. Nella fattispecie, va ricordato, l’immondizia fu recapitata agli impianti del Supremo, come a Roma è stato battezzato Manlio Cerroni, 92 anni, noto ai più perché padrone della discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta. Ora la capitale d’Italia, da tempo sul filo dell’emergenza rifiuti, rischia davvero di finirci dentro. Dopo un girotondo di poltrone (in due anni e mezzo il vertice dell’Ama è cambiato quattro volte) tanto veloce quanto non risolutivo di una situazione aziendale assai complicata. Ma al di là delle conseguenze immediate, questa storia travalica i confini di Roma: simbolo di un Paese incapace in qualunque campo del vivere civile di progettare il futuro, dove la politica si balocca azzuffandosi sugli inceneritori e gli impianti di compostaggio mentre l’immondizia sommerge le città e dilaga nelle discariche abusive, i roghi tossici ammorbano l’aria e il percolato inquina le falde acquifere. E la spazzatura diventa un grande affare per le imprese sane, ma si trasforma addirittura in oro zecchino per i signori della criminalità organizzata: secondo Legambiente il fatturato delle ecomafie è di 14 miliardi l’anno. E si capisce bene, purtroppo, perché in Italia il ciclo dei rifiuti debba rappresentare un problema costante. Gli affari che girano lì intorno sono troppo succulenti perché venga risolto, e poco importa se gli italiani devono pagare conti sempre più salati. Qui le tariffe più care d’Europa, e a Roma le più care d’Italia nonostante la pessima igiene urbana. Dice tutto la vicenda della Campania, con il nostro Paese condannato dalla Corte di giustizia Ue per non aver adottato sui rifiuti misure atte a salvaguardare la salute e l’ambiente. Ragion per cui da tre anni e mezzo i nostri contribuenti pagano alla Commissione europea una multa di 120 mila euro al giorno. Fino a oggi, almeno 150 milioni. Senza colpo ferire.

La Repubblica, 12 dicembre 2018



di Sergio Rizzo –  La Repubblica 12 Dicembre 2018

Archivi