Lo Stato si prende i beni strappati ai boss. Anche a Frosinone ci sono beni sottratti alle mafie

In base ai dati aggiornati a fine 2008 sono 8.446 le proprietà non più in mano alle cosche. A Casal di Principe, patria dei Casalesi, un enorme immobile che era dei clan, ospiterà la caserma dei carabinieri. A Frosinone l’ex villa di Giuliano sarà casa-albergo per le vittime delle violenze sessuali. Ma spesso i padrini riescono a tenerseli coprendoli di ipoteche o mandandoci a vivere anziani o disabili. Ecco la mappa del recupero.
Qualche giorno fa, quando il questore di Reggio Calabria Carmelo Casabona ha preso in mano l’elenco dei beni da recuperare dalle mani delle ’ndrine locali, ha sgranato gli occhi: 45 unità immobiliari, alcune già confiscate da anni, ma ancora occupate dagli astuti padrini.

Ieri il provvedimento di sgombero dell’Agenzia del Demanio è stato notificato a famiglie del gotha di ’ndrangheta: Aquino, Cataldo, Cordì, Pelle, Pesce e Piromalli. I poliziotti hanno liberato 13 appartamenti del cosidetto ‘Condominio Aquino’, una gioielleria a Marina di Gioiosa e ancora villini e fabbricati a Locri, Polistena, Palizzi, Reggio Calabria, Stilo, San Luca, Rosarno, Gioia Tauro. Un patrimonio per milioni di euro, che da tempo avrebbe dovuto essere in possesso dello Stato, se si considera che alcuni immobili erano stati confiscati in via definitiva alla fine degli anni Novanta. In molti casi i beni erano stati assegnati ai Comuni per fini sociali, ma mai utilizzati.

Con qualche situazione paradossale, come quella di un appartamento con magazzino e due box auto in località Vena, a Bova Marina, confiscato tre anni fa a un 60enne e destinato ai carabinieri del Comando provinciale, che finora non avevano potuto metterci piede. Non è la prima volta che lo Stato spazza via sacche d’ignavia: un anno fa, sempre nel Reggino, 374 tra sindaci, assessori e funzionari comunali di vari paesi erano stati denunciati per omissione d’atti d’ufficio dal Ros dei carabinieri, che aveva scovato centinaia di beni ancora in mano ai clan. I dati aggiornati a fine 2008 dicono che i beni confiscati in Italia sono 8.446.

Fra il sequestro preventivo (l’atto che congela un patrimonio sospetto in attesa che il processo penale si concluda) e la confisca (che lo sottrae definitivamente dalla disponibilità dell’indagato e lo affida allo Stato), in passato ci volevano dieci anni. Oggi non più, come conferma il commissario straordinario del governo, Antonio Maruccia. E lo Stato ha intensificato l’azione repressiva anche sul fronte dei sequestri: a maggio il Viminale ha fatto sapere che, nel 2008, sono stati tolti alle cosche fra immobili, vetture e denaro, beni per 4 miliardi di euro, il triplo del 2007. E tre giorni fa, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, manifestando soddisfazione per un’operazione che ha bloccato un patrimonio di 50 milioni di euro del clan dei Casalesi, ha affermato con euforia: «I risultati che stiamo ottenendo quest’anno nella lotta alla mafia hanno pochi precedenti».

In Campania, nella sola provincia di Napoli, sono oltre 600. E nel Casertano, ce sono quasi quattrocento: in quella che veniva chiamata, nel Ventennio, la ‘Terra di lavoro’, scampoli di rinascita e qualche posto di lavoro potrebbero arrivare proprio dal recupero dei patrimoni di camorra: in prefettura a Caserta sono al vaglio 70 proposte, che riguardano 100 beni, come un enorme immobile che – se tutto va bene – ospiterà una caserma dei carabinieri proprio a Casal di Principe, patria dei Casalesi. Anche nel Lazio, in provincia di Frosinone, l’ex villa di Carmine Giuliano diverrà una casa-albergo per vittime di violenze sessuali, mentre a Gaeta, in uno stabile sottratto al clan Magliulo, nascerà un centro per persone anziane. Le somme di denaro, invece, è previsto che confluiscano su un Fondo presso il ministero della Giustizia per finanziare l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura contro la criminalità.

Le assegnazioni tempestive, dopo la confisca, potrebbero evitare il rientro dei picciotti. Ma i trucchi, spiega un investigatore, sono vari: si possono seppellire di ipoteche gli immobili, per allungare l’iter burocratico. O si può farvi entrare di fatto un conoscente anziano o disabile, per rendere arduo lo sfratto. Nel peggiore dei casi, quando la procedura sta per concludersi, qualcuno sfascia tutto, in modo che lo Stato non possa fruire del bene, a meno di costosi interventi di restauro. «Anche mettere il bene all’asta sarebbe un rischio – conclude l’investigatore – , perché in un paesino siciliano o calabrese chi potrebbe comprarlo se non un prestanome del boss?». Infine, c’è il capitolo delle aziende. Durante il procedimento giudiziario bisogna sostenerle e riuscire a non farle chiudere, per non offrire ai padrini un facile argomento: con noi la gente lavorava, con lo Stato no.

Da un’impresa di Caltanissetta, sotto sequestro per mafia, arriva un atto di coraggio. Da qualche giorno all’ingresso del cantiere edile c’è un cartellone messo dall’amministratore giudiziario Elio Collovà: «Qui si costruisce la legalità», c’è scritto. È forse la prima volta che in Sicilia un amministrazione pro tempore si espone pubblicamente. Un segnale nuovo, profumato di zagare e di cambiamento, che sarebbe piaciuto a Falcone e Borsellino.

GLI ULTIMI CASI
Catanzaro.
Beni per 11 milioni di euro sono stati confiscati l’11 luglio scorso, dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) di Catanzaro, a Piero Spensierato (49 anni) nato a Paola (Cosenza). Grazie a un lungo lavoro d’intelligence, con ricostruzioni di movimenti bancari e patrimoniali, gli agenti hanno individuato un complesso residenziale a tre stelle con quaranta stanze, un’impresa di costruzioni e un’azienda vivaistica. Spensierato era stato condannato dalla corte d’appello di Catanzaro per il reato d’usura, il 6 dicembre 2007. In modo definitivo il 3 marzo di quest’anno.

Messina. Un vasto appezzamento di terreno d’oltre 320mila metri quadrati, con annessi fabbricati rurali e una ditta individuale di coltivazioni agricole a Caltagirone (Catania). E ancora, un terreno agricolo di 20mila mq, con un antico casolare a Santa Marina a Reitano (Messina). Questi gli averi per un valore superiore ai 6 milioni di euro, sequestrati mercoledì al boss mafioso Sebastiano Rampulla (63 anni) ritenuto capo di Cosa nostra della provincia di Messina, Catania ed Enna. Diverse le condanne in appello. Per l’operazione “Dioniso” del luglio 2005, 14 anni di reclusione. Per “Icaro” 7 anni e quattro mesi. Estesa per altri due anni, la misura di prevenzione della sorveglianza speciale.

Cosenza. Mobili ed immobili per un importo complessivo superiore ai 3 milioni di euro. Un’impresa individuale, il 50% del capitale della società della moglie, sei autovetture di prestigiose marche (Mercedes e Bmw), autocarri, abitazioni, terreni agricoli, sono stati tolti sempre mercoledì 15 dagli agenti della Dia, al boss Antonio Forastefano (39 anni) di Cassano Ionio (Cosenza). Era in carcere per estorsione pluriaggravata, danneggiamento, incendio, detenzione e porto in luogo pubblico d’armi – anche da guerra –, detenzione illecita, di stupefacenti, usura e rapina aggravata. È ritenuto capo della cosca mafiosa sul territorio dell’alto Ionio cosentino con estensione dalla Basilicata alla Calabria.

I progetti. A Milano, al numero civico 29 di viale Jenner, a due passi dal centro islamico, si trova un bell’appartamento di 167 metri quadri: ampio, spazioso, dotato anche di un box. Apparteneva a una cosca mafiosa, ma presto ospiterà «una comunità protetta per anziani, gestita direttamente dal Comune», fa sapere con orgoglio l’assessore alle Politiche sociali, Mariolina Moioli. È solo un esempio della piccola-grande riscossa antimafia, avviata un anno fa all’ombra della Madonnina. Lo aveva annunciato nel 2008 il sindaco, Letizia Moratti, in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone: il Comune avrebbe preso in carico tutti i beni confiscati a cosa nostra, ’ndrangheta e camorra e altri gruppi mafiosi, per dare «una risposta forte contro la criminalità, anche nei suoi aspetti economici». Le mafie infatti investono al Nord: la Lombardia è la quarta regione per beni confiscati alle mafie, dopo Sicilia, Campania e Calabria. E così Palazzo Marino ha dato l’esempio: un primo bando ha assegnato a fini sociali 46 immobili, avviando iniziative «per l’autonomia abitativa dei giovani, per l’accoglienza e l’accompagnamento delle giovani madri con minori o altre per i padri separati e per persone tossicodipendenti».

Nel 2009, un secondo bando ha assegnato altri 12 lotti a enti e associazioni. E infine, due settimane fa, la Giunta ha approvato un terzo bando per 14 immobili (appartamenti, box, magazzini) affidati a titolo gratuito a cooperative ed enti di volontariato impegnati nell’assistenza a categorie fragili. Anche nel Lazio si trova un gran numero di beni confiscati: ben 328, secondo dati recenti, ai quali si sommano 99 imprese nate da attività illecite, «di cui 84 solo a Roma, a dimostrazione – spiega l’assessore regionale alla Sicurezza, Daniele Fichera – che le organizzazioni criminali hanno individuato nella Capitale un luogo privilegiato per i propri traffici illeciti». Di quegli immobili, 221 sono stati trasferiti ai Comuni, 13 sono in corso di trasferimento e 94 non hanno ancora avuto una destinazione. Per dare un segnale forte e sbloccare le pastoie della burocrazia, l’assessorato regionale alla sicurezza ha varato due bandi stanziando, per il triennio 2009-2011, due milioni di euro l’anno per riqualificare e riutilizzare case, terreni e aziende, più altri 300mila euro l’anno per organizzare, in quei siti, iniziative di legalità.

Vincenzo R. Spagnolo
(Tratto da Avvenire)
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