Lo Stato che vuole la mafia

“Se la lotta alla mafia si facesse in modo continuativo e globale, senza tentennamenti nei momenti di tregua, senza accelerazioni e tensioni soltanto nei momenti di emergenza, se, insomma, si tenesse conto che la mafia non può essere vinta solo con gli strumenti della repressione dell’ala militare ma va affrontata anche come potere economico e nei suoi rapporti con le istituzioni, allora si potrebbe avere ragione della mafia”.

E’ Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della DDA di Palermo, che lo dice e mai in passato, come con queste parole, è stato reso chiaramente visibile il quadro della situazione in cui ci troviamo nel nostro Paese e, soprattutto, nella nostra Regione.

In particolare se si tiene conto del fatto che esse sono state pronunciate da un uomo delle istituzioni, da un magistrato che opera quotidianamente in prima linea, in trincea contro le mafie.

Un giudizio, quello di Ingroia, duro, tagliente, ma estremamente realistico, che ci costringe a porci delle domande inquietanti.

Lo Stato vuole o non vuole combattere veramente le mafie?

O dobbiamo dar ragione a Roberto Scarpinato, altro noto procuratore di Palermo, quando scrive che “ la corruzione e la mafia sembrano essere costitutive del potere “?

Stato bifronte, allora, che, mentre da una parte combatte le mafie, dall’altra, con le sue omissioni, i suoi ammiccamenti, le sue distrazioni, le sue carenze, le tante collusioni di alcuni suoi segmenti importanti, le alimenta?

Nessuno più di coloro che sono impegnati sul fronte dell’azione di contrasto delle mafie può parlare, con dovizia di particolari, delle difficoltà (e, diciamolo, dei pericoli), talvolta insormontabili, cui si trova di fronte quotidianamente.

Dalla carenza di meccanismi legislativi efficaci, ai comportamenti di moltissimi esponenti istituzionali e politici infedeli, all’impreparazione ed all’insensibilità di tantissimi altri.

Si agisce, quando si agisce, sempre nelle situazioni di emergenza, sotto la spinta emotiva di fatti traumatici e sempre con un basso profilo, mai, o quasi, colpendo i livelli alti, i comandi.

Limitandosi a perseguire il livello militare delle mafie, ignorando soprattutto quello politico.

E, quando magistratura e forze dell’ordine, osano alzare lo sguardo ed il tiro verso l’”alto”, il “sistema” innalza subito le barriere, come nel caso delle tante richieste di autorizzazione all’arresto negate.

L’idra, il mostro dalla mille teste.

Se ne può mozzare una, che, peraltro, subito si riproduce, quando ce ne sono altre centinaia che restano intatte.

La tela di Penelope che di giorno si tesse e di notte viene disfatta.

La latitanza sistematica delle classi dirigenti, politiche soprattutto ma anche istituzionali, nei luoghi e nelle circostanze in cui si parla di contrasto alle mafie.

Un segnale importante e significativo, questo, un avvertimento… che di certe cose non bisogna parlare.

Che il manovratore non va disturbato…

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