Litorale criminale: i tentacoli delle mafie sulla costa romana

Nell’immaginario collettivo nostrano troppo spesso, parte dell’opinione pubblica, guarda la mafia, ed in particolar modo la figura del boss, del criminale, con estremo distacco, come se fossero esclusivamente personaggi romanzati usciti da qualche fiction televisiva o frutto della fantasia di qualche sceneggiatore hollywoodiano. E’ spesso complicato rendersi conto di come la realtà sia ben lontana dal mondo cinematografico.

In territori come il nostro, dove la criminalità organizzata non è mai stata storicamente radicata, e dove solamente negli ultimi anni ha deciso di allungare i propri tentacoli, il fenomeno resta, ai più, quasi sconosciuto. Informazione carente e un terreno culturale arido, privo di difese immunitarie contro il fenomeno mafioso, ha spianato la via alle organizzazioni criminali che hanno deciso di trasferire nel Lazio le proprie attività illecite. Un business da miliardi di euro che camorra e ‘ndrangheta non si sono lasciate sfuggire. A Roma, e in tutto l’hinterland, i clan hanno deciso di reinvestire i propri capitali. Commercio e speculazione edilizia diventano i settori prediletti per il riciclaggio di denaro sporco e, come spiega il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone: “Le mafie scelgono Roma, in particolare, poiché qui riescono a mimetizzare meglio gli investimenti grazie ad un mercato molto ampio e dinamico.” Come già accaduto in molti comuni laziali, spesso per i gruppi criminali diventa fondamentale instaurare rapporti collusivi con le amministrazioni. Il copione è sempre lo stesso: a trattare con le autorità politiche locali vengono inviate figure imprenditoriali pulite, al di sopra di ogni sospetto, che possano aprirsi la strada verso investimenti commerciali ed edilizi senza troppi problemi.

Il litorale a nord di Roma, data la presenza dell’aeroporto internazionale di Fiumicino e del porto di Civitavecchia, diventa la zona prediletta dalle grandi organizzazioni criminali, italiane ed internazionali, dedite al traffico di stupefacenti, il settore decisamente più prolifico in termini economici. Nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia risalente al 2012, notiamo come siano numerose le operazioni compiute dalle forze dell’ordine per il contrasto al narcotraffico. Snodo fondamentale, l’hub “Leonardo da Vinci” dove, anche con l’aiuto di addetti ai lavori, transitano enormi quantità di droga, provenienti in larga parte dal Sud America. La collaborazione tra la squadra mobile di Roma e la Dea statunitense ha permesso di sgominare, nel 2011, un’organizzazione di narcotrafficanti internazionale che importava cocaina dalla Colombia via Santo Domingo. Ma non solo traffico di stupefacenti, tra le attività illecite particolare rilevanza assume il contrabbando di merci contraffatte. L’operazione “Vesuvio” ha portato alla luce come questo traffico interessasse direttamente Ladispoli, dove la merce contraffatta arrivava direttamente da fornitori legati alla Camorra. Dalle indagini è emerso come i clan camorristici Sarno – Mazzarella avessero tessuto rapporti stretti con malavitosi locali e rappresentassero una realtà fittamente radicata nella zona di Ladispoli e dintorni, dato, quest’ultimo, estremamente preoccupante.

Questo è quanto riportato in un passaggio nella Relazione annuale 2012 della DNA: “Dunque nel Lazio, e soprattutto a Roma, le organizzazioni mafiose non operano secondo le tradizionali metodologie, non realizzano comportamenti manifestamente violenti, non mirano a sopraffarsi per accaparrarsi maggiori spazi, ma anzi tendono a mantenere una situazione di tranquillità in modo da poter agevolmente realizzare quello che è il loro principale scopo: la progressiva infiltrazione nel tessuto economico ed imprenditoriale della Capitale allo scopo di riciclare, e soprattutto reimpiegare con profitto, i capitali di provenienza criminosa”. Insomma, le mafie, nel Lazio e lungo tutto il litorale romano, agiscono nell’ombra come entità invisibili che portano avanti un giro d’affari miliardario sotto gli occhi di tutti noi. Quello che possiamo fare per porre un freno al dilagante fenomeno malavitoso in impietosa ascesa lungo le nostre coste, è parlarne, essere consapevoli che il pericolo c’è, è reale e tangibile.

Dalle Istituzioni dobbiamo pretendere trasparenza ed un impegno concreto volto al contrasto di tutte le mafie, ma, o siamo noi cittadini a dar vita ad una Rivoluzione culturale improntata al rispetto della legalità, oppure questa è destinata a fallire ancor prima di cominciare. Educare alla legalità, all’onestà è l’arma più incisiva che abbiamo per indebolire, e magari un giorno debellare, la criminalità organizzata. La lotta senza quartiere alla mafia deve partire dal basso, dal genitore che racconta al figlio come i veri mostri non siano Dracula, l’uomo nero o Freddy Kruger, ma uomini che a quel bambino stanno portando via il futuro. La lotta alla mafia deve partire dal parroco, dal capo Scout, deve partire dai circoli dei partiti, ma soprattutto, la rivoluzione culturale deve partire necessariamente dalla scuola. Gli insegnanti hanno un compito fondamentale ed allo stesso tempo arduo, insegnare ai propri alunni, prima ancora delle tabelline e dell’alfabeto, cosa vuol dire essere cittadino del mondo, oggi. L’educazione civica deve tornare ad essere l’asse portante di tutto il percorso formativo di ogni ragazza e di ogni ragazzo, dalle elementari fino alle scuole superiori. Tutte le maestre e i maestri, tutti i professori e le professoresse hanno il dovere ed il diritto di guardare negli occhi la propria classe e potergli dire, citando Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”.

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