L’Italia,un Paese sotto il tallone delle mafie.

ECCO COME CI HANNO RIDOTTI L’INERZIA DI QUESTO STATO CHE NON FA ABBASTANZA PER DISTRUGGERE IL MOSTRO,LE MAFIE,E,SOPRATTUTTO,L’INDIFFERENZA DELLA MAGGIORANZA DEI CITTADINI CHE SI LIMITANO A CHIACCHIERARE , A LAMENTARSI,A FARE BLA BLA,MA SENZA FAR NIENTE DI CONCRETO  ,ZERO,DI FRONTE A UNA SITUAZIONE CHE ORMAI HA FINITO DI COMPROMETTERE LO STESSO AVVENIRE DEI NOSTRI FIGLI E NIPOTI COSTRETTI A SCAPPARE DALL’ITALIA PER GUADAGNARSI UN TOZZO DI PANE.
L’ITALIA E’ RIDOTTA AD ESSERE ,CON QUESTA GENTE,UN PAESE SENZA PIU’ SPERANZA DI UN AVVENIRE CHE LA VEDA FUORI DALLE GRINFIE DELLA CRIMINALITA’

Il dossier della Dia: ecco la nuova camorra, un mostro con 110 teste

di DARIO DEL PORTO e CONCHITA SANNINO
 2 febbraio 2016

Le cosche hanno dimostrato di potersi infiltrare “anche fuori regione in vari ambiti economici e amministrativi” e di saper “attrarre figure imprenditoriali”

Un mostro con 110 teste. È la camorra così come disegnata dall’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia. Un’organizzazione che, scrivono gli analisti, “si è insinuata in molteplici settori produttivi del Paese, con un’attenzione particolare verso alcune attività che rappresentano le eccellenze della produzione”. Le cosche hanno dimostrato di potersi infiltrare “anche fuori regione in vari ambiti economici e amministrativi” e di saper “attrarre figure imprenditoriali sempre più compenetrate nell’attività dell’associazione mafiosa”.

La camorra dispone ancora oggi di una “capacità di condizionamento culturale delle fasce più deboli della popolazione”, riuscendo spesso a “porsi come punto di riferimento unitario e alternativo allo Stato”. Questo nonostante la presenza di ben 110 clan sparsi sul territorio “cui vanno ad aggiungersi un fitto sottobosco di realtà criminali minori e le collaborazioni con gruppi di etnia straniera”. I mercati criminali dove questa collaborazione tra famiglie camorristiche e gruppi stranieri è più collaudata sono “quelli di portata transnazionale legati agli stupefacenti, alle armi, ai rifiuti, al riciclaggio, alla contraffazione”. Esemplare, a questo proposito, il caso citato dagli investigatori della Dia di un esponente del clan Piccolo di Marcianise che, nello scorso mese di maggio, fu assoldato da un gruppo malavitoso albanese per uccidere un rivale nel traffico di droga.

Alla criminalità organizzata campana è dedicato un intero capitolo della relazione trasmessa al Parlamento e riferita al primo semestre del 2015. Nella documentazione, si ripercorrono alcune delle principali indagini condotte dal centro di Napoli della Dia guidato da primo dirigente Giuseppe Linares. Inchieste dirette dal pool anticamorra della Procura e coordinate dalla Direzione nazionale antimafia con a capo il procuratore Franco Roberti.

Rimane elevato il pericolo di infiltrazione negli appalti e nelle amministrazioni pubbliche. Le cosche campane sono costantemente impegnate nel tentativo di condizionare gli enti locali. Le indagini, rileva la Dia, “hanno documentato come i clan si siano rivelati pronti a sfruttare la permeabilità delle istituzioni”. Quella che viene definita come la “spiccata vocazione” della camorra ad infiltrarsi “negli apparati economici e finanziari” induce gli investigatori a non escludere la possibile “scoperta di nuove realtà territoriali, allo stato apparentemente non compromesse, ritenute funzionali al reinvestimento di capitali illeciti”.

Oggi le cosche campane si muovono come “un soggetto economico in grado di operare sul mercato legale per acquisire una posizione dominante, se non monopolistica, di attività economiche”. In alcuni settori, come i traffici di rifiuti, stupefacenti, armi, nella contraffazione di documenti e banconote, i clan della camorra hanno dimostrato di saper “utilizzare tecnologie all’avanguardia”. Vecchi affari, strumenti all’avanguardia. Lo stesso discorso vale per il gioco e le scommesse dove la camorra “sembrerebbe aver riadattato le vecchie medotologie operative alle più complesse tecniche di gestione fraudolenta del gioco on line”.

Un capitolo a parte riguarda la presenza della camorra in altre regioni italiane. In Lombardia, ad esempio, sono stati segnalati esponenti di clan napoletani che avrebbero investito capitali per “acquistare aziende e subentrare nella loro gestione”. Lungo la pista della droga si rinvengono tracce di soggetti legati alle cosche campane in Piemonte come in Liguria, Fiuli Venezia Giulia, Abruzzo e Toscana. Dopo il terremoto dell’Aquila, imprenditori ritenuti vicini al clan dei Casalesi hanno fiutato l’affare della ricostruzione.

I soldi della camorra sono arrivati anche in Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, il cui contesto economico “continua a rappresentare un fattore di attrazione per la criminalità organizzata”. In particolare nell’edilizia, settore che costituisce “il fulcro intorno al quale vengono catalizzati tutta una serie di interessi criminali: dal collocamento di manodopera alla possibilità di stabilire contatti con professionisti e rappresentanti delle pubbliche amministrazioni”. E poi c’è il Lazio dove la presenza di gruppi camorristici viene definita “consolidata”, con interessi che “spaziano dal traffico di droga, alla gestione di attività alberghiere, ristorazione, commercializzazione di auto, immobiliare”. Camorra capitale, dunque.

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