L’ex poliziotto ”delatore” che faceva soffiate ai boss grazie a un aggancio nei servizi

L’ex poliziotto ”delatore” che faceva soffiate ai boss grazie a un aggancio nei servizi

Aveva rapporti coi fratelli Marino del mandamento di Brancaccio. Avrebbe stretto un accordo con un agente dei servizi ignoto temendo si venisse a sapere in giro

22 Giugno 2020

di AMDuemila

Raccontava la verità o era tutta una messinscena per assicurarsi i 750 euro mensili che i boss gli garantivano per passare loro notizie sugli appostamenti della polizia?
E’ questo quello che gli investigatori della Dda di Palermo stanno tentando di capire sul presunto aggancio con un agente dei servizi segreti da parte dell’ex poliziotto “delatore” (così lo ha definito il gip)
Vincenzo Di Blasi, arrestato venerdì dalla Squadra Mobile di Palermo nell’ambito della seconda tranche dell’indagine “Spaccaossa”, avviata a novembre scorso. Secondo gli inquirenti Di Blasi avrebbe stretto un rapporto con i fratelli Marino (Stefano e Michele), boss di Brancaccio, come accertato dai numerosi dialoghi intercettati. “Una sorta di rapporto di servizio tra l’ex ispettore, stabilmente incaricato della ricerca di notizie, e Marino che lo retribuiva con versamenti mensili di denaro”, scrivono gli investigatori. A loro, Di Blasi avrebbe svelato i numeri di targa dei mezzi utilizzati dalle forze dell’ordine, l’ubicazione di telecamere di sorveglianza o l’imminenza di operazioni di polizia nella zona di Brancaccio. Tutte informazioni preziosissime che Di Blasi sosteneva, appunto, di aver raccolto da un agente dei servizi segreti. Un certo “pesce spada” con il quale pare stesse per concludere un accordo, come scrive Il Giornale di Sicilia.
“Per quanto riguarda quella cosa… importante, la settimana prossima sapremo se accettano…” diceva intercettato l’ex poliziotto a uno dei fratelli boss.
Chi era “pesce spada”? In cosa consisteva l’accordo che stava stringendo? A recepire informazioni sensibili da passare magari al clan di Brancaccio? Non è dato sapere, dalle intercettazioni non si può scendere a conclusioni precise ma la Dda sta facendo le verifiche del caso. “Di Blasi – scrive il gip Roberto Riggio – rassicurava Marino sull’affidabilità dei soggetti appartenenti ai servizi di informazione con cui si relazionava”. La notizia di quell’accordo Marino, scrive il gip, “temeva che potesse essere messa in circolazione e in particolare che arrivasse alla Squadra Mobile”. “Enzo, stiamo attenti”, dice Stefano Marino intercettato a Vincenzo Di Blasi che risponde “Minchia stiamo attenti… qui la testa ci fanno saltare”. “Una volta che… se andrà in porto… che ancora lui deve parlare con il generale” spiega l’ex ispettore Di Blasi e Marino che gli chiede: “Il funzionario… che polizia?”. “No – risponde Di Blasi – il funzionario è un commissario, un dirigente… il vice questore come lo vuoi chiamare? In questo ufficio ci sono… poi c’è il comandante che è un generale dei carabinieri. E poi c’è la polizia che fa le sue cose, i carabinieri… la finanza che fanno le cose, quello non sa cosa fa quello, questo gruppo a Palermo lo sai quanti sono? Solo due persone… e raccolgono informazione… quando c’è la cosa giusta… direttamente al presidente del Consiglio, non c’entra niente la squadra mobile”. Queste le parole di Di Blasi a Marino. Resta da capire se si trattava di millanterie per garantirsi la fiducia del clan e quindi delle buste paga o se quell’aggancio con il “pesce spada” avesse qualche fondamento di verità.

Passato torbido


Vincenzo Di Blasi, ex ispettore di polizia non è nuovo a legami con esponenti delle organizzazioni mafiose. L’ex poliziotto ha scontato una condanna definitiva a sei anni di carcere per concorso esterno in mafia. Nel 2009 erano venuti alla luce i suoi contatti con la famiglia di Roccella. Scontata la pena è tornato a riallacciare i rapporti lasciati in sospeso, su tutti quelli con i fratelli Marino con i quali era in contatto da tempo. Il suo nome appare anche tra le carte dell’inchiesta sul caso di lupara bianca di Emanuele Piazza, il giovane cacciatore di latitanti assassinato da Cosa nostra il 16 marzo del ’90. Di Blasi, indagato per corruzione ma poi prosciolto, sempre per aver fornito informazioni su indagini in corso in cambio di denaro, conosceva di persona Piazza. Entrambi avevano fatto lotta greco-romana vedendosi più volte al commissariato di San Lorenzo verso la fine del decennio. In quel commissariato, come scrive Il Giornale di Sicilia, lavorava anche il poliziotto Antonino Agostino. Anche lui cacciatore di latitanti e anche lui ucciso da Cosa nostra (venne ammazzato il 5 agosto 1989 insieme alla moglie incinta Ida Castelluccio). Vincenzo Di Blasi parlò di entrambi i delitti su cui ancora oggi i familiari sono in attesa di verità e giustizia. Il contenuto dei suoi dialoghi, intercettati lo scorso anno sull’omicidio Piazza e Agostino, però, sono secretati.

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

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