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Lettera di Graviano a Cartabia. Ora si muovono i pm di Firenze

Il Fatto Quotidiano

Lettera di Graviano a Cartabia. Ora si muovono i pm di Firenze

La Procura che indaga sulle stragi del ’93 acquisirà la missiva Il boss aveva già scritto a Beatrice Lorenzin, sentita di recente come teste

di Giuseppe Pipitone | 15 GIUGNO 2021

La lettera che Giuseppe Graviano ha scritto a Marta Cartabia ha acceso l’interesse della Procura di Firenze. L’ufficio inquirente che indaga sulle bombe del 1993 chiederà al ministero della Giustizia di acquisire copia della missiva, inviata da Graviano dal carcere di Terni una decina di giorni dopo il giuramento del governo Draghi. Su questa storia, rivelata dal Fatto, Cartabia non ha voluto rilasciare dichiarazioni, mentre dal suo dicastero fanno sapere che “all’attenzione del ministero e del Dipartimento amministrazione penitenziaria arrivano centinaia di lettere dei detenuti di ogni circuito e ogni caso viene esaminato e inoltrato agli uffici competenti per le opportune verifiche”. È andata così pure per la missiva del boss delle stragi? “Anche questa lettera è stata trasmessa al Dap”, dicono da via Arenula, assicurando che “da parte della ministra, non c’è stata e non ci sarà alcuna risposta”. Al Fatto risulta che il Dap non ha poi dato seguito alla lettera di Graviano.

Questa volta, dunque, all’uomo che custodisce i segreti delle stragi lo Stato non ha risposto. Sembra sia andata diversamente, invece, nell’agosto del 2013 quando il boss di Brancaccio aveva preso carta e penna per scrivere a Beatrice Lorenzin, all’epoca ministra della Salute in quota Pdl: tra le altre cose il mafioso faceva riferimento alla “provenienza dei capitali per formare il patrimonio della famiglia Berlusconi”, auspicando il coraggio di qualche politico per “abolire la pena dell’ergastolo”. Di quella corrispondenza ha parlato lo stesso Graviano quando al processo ’ndrangheta stragista ha sostenuto: “Il ministero mi ha risposto che stava portando avanti tutto quello che avevo chiesto. Io avevo quella lettera ma è scomparsa quando mi hanno trasferito ad Ascoli nel 2014”.

Questa vicenda è stata ricostruita dalla Procura di Firenze, che a novembre scorso ha interrogato la Lorenzin come persona informata sui fatti. Tra le anomalie riscontrate dagli investigatori, anche il fatto che in quella lettera Graviano si rivolgeva all’allora ministro, ma la busta era stata poi inviata alla Presidenza del Consiglio: solo dopo fu “girata” al ministero. Otto anni dopo Forza Italia è tornata al governo per la prima volta e Graviano ha scritto subito a un’esponente dell’esecutivo. Lo ha fatto alla vigilia della sentenza della Consulta che nell’aprile scorso ha decretato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo: se il Parlamento non approva una nuova legge entro un anno, anche i boss che non collaborano con la giustizia potranno sperare di ottenere la libertà dopo 26 anni di carcere. “Emerge una tempistica meritevole di approfondimento, sia per quanto riguarda la prima lettera che quest’ultima. Anche perché nel frattempo si è interposta l’udienza del processo ’ndrangheta stragista in cui Graviano ha, secondo molti, detto e non detto volutamente perché doveva inviare messaggi”, dice Nicola Morra. Il presidente della commissione Antimafia si riferisce allo show del boss di Brancaccio davanti alla Corte d’assise di Reggio Calabria: uno spettacolo fatto di messaggi trasversali dal velato sapore ricattatorio e accuse tutte da dimostrare. Ha parlato di “imprenditori del nord che non volevano fermare le stragi”, ha sostenuto di aver incontrato Berlusconi “almeno tre volte” a Milano, di averlo conosciuto tramite suo nonno, che negli anni 70 avrebbe finanziato l’uomo di Arcore con 20 miliardi di lire.

In aula Graviano ha pure annunciato l’uscita di un libro sulla storia della sua famiglia: di quella pubblicazione, però, non si è poi più avuta alcuna notizia. Per il momento, evidentemente, invece di un libro Graviano ha preferito scrivere una lettera alla ministra della Giustizia. Il contenuto di quella missiva non è noto: l’ordinamento penitenziario, infatti, non prevede il controllo della corrispondenza dei detenuti quando questi si rivolgono ad autorità come il capo dello Stato o il guardasigilli. Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, è uno dei pochi politici a commentare la vicenda: “Anche se non ne conosciamo i contenuti questa missiva preoccupa e inquieta per il solo fatto che sia stata scritta”.