Lecco, le mani della ‘ndrangheta sugli affari. «Ci descrivono come mostri, ma siamo mafiosi brava gente»

Il Corriere della Sera, 19 Maggio 2022

Lecco, le mani della ‘ndrangheta sugli affari. «Ci descrivono come mostri, ma siamo mafiosi brava gente»

di Barbara Gerosa e Cesare Giuzzi

La mafia calabrese ha infiltrato il tessuto imprenditoriale lombardo acquisendo consenso sociale e sostegno. La provincia di Lecco ha il record per le interdittive antimafia emesse negli ultimi due anni

«La gente ci descrive come fossimo dei mostri…Parlano come se fossimo delle persone senza scrupoli, come se fossimo cattivissimi, come se ammazziamo la gente così, a caso… No, non è vero. È che sappiamo farlo quando serve… io so essere cattivo quando serve… se non serve faccio la persona normale» . Vincenzo Marchio, 39 anni, condannato in primo grado a 12 anni, non era neanche nato quando nel lontano 1967 il boss Franco Coco Trovato sbarcò nella Brianza lecchese da Marcedusa in provincia di Catanzaro iniziando da manovale nell’edilizia, passando poi nel ‘74 per le rapine, fino a diventare nel giro di una manciata di anni il padrino assoluto del Nord della Lombardia. Da 30 anni è in cella con una condanna al carcere a vita.

Le interdittive antimafia

Eppure il suo nome è quanto di più noto e al tempo stesso impronunciabile. Perché in cinquant’anni la ’ndrangheta di Lecco ha messo radici così profonde da diventare uno degli esempi più fulgidi di come la mafia calabrese, ritenuta rozza e bovara, abbia saputo penetrare il tessuto imprenditoriale lombardo acquisendo consenso sociale e sostegno tra la popolazione del Nord. E non è un caso allora che proprio la provincia di Lecco abbia il record per le interdittive antimafia emesse negli ultimi due anni. Si tratta di provvedimenti che colpiscono le aziende riconducibili alle famiglie mafiose o che in qualche modo ne subiscano il condizionamento. Sono 26 i provvedimenti firmati dagli ex prefetti Michele Formiglio e Castrese De Rosa (uno poi revocato) ai quali va aggiunto quello siglato a inizio maggio dal neo prefetto Sergio Pomponio rivolto alla «Nuova carrozzeria lecchese» di via Tagliamento. Tra i soci Roberto Mandaglio, 44 anni, arrestato a novembre nell’operazione «Cavalli di razza». Un record negativo che restituisce l’immagine di una mafia che è sempre più attenta alle imprese e sempre meno violenta sul territorio.

Le alleanze tra i clan

Una precisa strategia, come spiega con la sua viva voce Marchio intercettato nell’inchiesta «Cardine-Metalmoney» eseguita nel febbraio di un anno fa. Gli ’ndranghetisti vogliono apparire buoni, benefattori. Ma anche questa non è una novità visto che già negli anni Ottanta «l’Unione commercianti deliberò di attribuire al ristorante Wall street» del boss Coco Trovato «e al suo titolare Eustina Musolino, una medaglia d’oro, mentre fu l’Ordine ospedaliero militare di Betlemme a riconoscere a Franco Coco Trovato il cavalierato dell’Ordine (su richiesta dell’Unione commercianti)». Brava gente, i mafiosi di Lecco. Anche se ammazzavano e sparavano, cercando di farlo però rigorosamente a Milano grazie all’alleanza con i potenti De Stefano di Reggio Calabria (la figlia sposò l’erede di don Paolino De Stefano) e il clan della Comasina guidato da Pepé Flachi. A Lecco, invece, i boss ricevevano onori e premi.

Il boss Cosimo Vallelonga

Succede anche cinquant’anni dopo quando sono tutti alla corte di Cosimo Vallelonga, boss condannato per mafiache nel «suo» mobilificio Arredomania di La Valletta Brianza, attività colpita proprio da interdittiva, era tornato a comandare e ad incontrare imprenditori, vittime e padrini. La vicenda è al centro dell’inchiesta Cardine-Metalmoney. Ma più che le 522 pagine dell’ordinanza firmata dal gip milanese Alessandra Clemente, a raccontare il clima che si vive ancora a Lecco è la lista delle parti civili, le vittime al processo. Una soltanto: Wikimafia, la libera enciclopedia sulle mafie. «Come è possibile che nonostante due condanne definitive per mafia, Vallelonga sia riuscito in così poco tempo a tornare a gestire i suoi affari in tutta tranquillità senza scatenare la riprovazione sociale che in contesti normali dovrebbe sorgere nella popolazione?», si chiede provocatoriamente il direttore Pierpaolo Farina. La risposta è nella storia, nel metodo con cui la ’ndrangheta ha saputo radicarsi su questo territorio.

«Tacita e remissiva acquiescienza»

«I tratti caratteristici della consorteria malavitosa da anni radicata nel territorio lecchese risultano essere idonei a formare, all’interno della società civile, quel senso di tacita e remissiva consapevolezza o acquiescenza al fenomeno criminale e ai suoi referenti», aveva ammonito il prefetto De Rosa. Parole che nel consiglio comunale che ha discusso la nascita della Commissione speciale antimafia — che si è riunita per la prima volta lunedì — sono state accolte con una presa di distanza da parte di diversi consiglieri: «Le parole dell’ex prefetto sono suonate eccessive e non corrispondenti alla realtà. Nessuno disconosce la presenza storica e attuale della mafia nel territorio, ma non accettiamo rilevi generici e immeritati di essere una comunità disattenta e poco critica con un sistema malavitoso».

Fonte:https://milano.corriere.it/notizie/lombardia/22_maggio_19/lecco-mani-ndrangheta-affari-ci-descrivono-come-mostri-ma-siamo-mafiosi-brava-gente-56c36150-d746-11ec-baec-5e239f3efe1e.shtml

 

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