Le mani delle mafie sull’edilizia nel Lazio

Cosche E MATTONI
I camorristi e le ‘ndrine calabresi nel grande affare dei cantieri sul litorale a sud di Roma. Tra lottizzazioni, speculazione immobiliare, spiagge e alberghi vista mare, dove si usa più il cemento che il piombo e gli abusi edilizi sconfinano fin nei parchi naturali
Peticone non ha ancora quarant’anni, ma i soldi gli girano tra le mani ad una velocità che fa una certa impressione. Ville ai Parioli, società a Caserta, centro d’affari nel sud del Lazio. A Peticone, com’è meglio conosciuto nel giro Massimo Anastasio Di Fazio, detto anche l’ambasciatore, gli hanno trovato quasi dieci milioni di euro di provenienza dubbia. Una cifra che ti fa sentire onnipotente. Faceva l’immobiliarista, specializzato in grandi affari, in alberghi, lottizzazioni, ville vista mare. «Agge statu con l’onorevole, e un amico suo che si è comprato l’Ambassador, una società che hanno fatto un albergo in Brasile… e mo vanno a vede’ pure quest’albergo, chi fa prima se lo piglia», racconta al telefono a Riccardo Izzi, l’amico assessore all’urbanistica. È il 2006, sta vendendo un albergo di lusso a Terracina ma non sa che i carabinieri del Ros lo stanno ascoltando. Lo seguono da mesi, cercano di ricostruire quel mix tra ‘ndrine calabresi e cosche casertane che controllano il sud del Lazio.
Peticone – secondo la Dda di Roma – si occupava di usura e mercato immobiliare. Fondi – dove abita e lavora – sembra un cantiere immenso, con ville da boss, campeggi abusivi, lottizzazioni che puzzano di soldi riciclati, scheletri di case abbandonate. Ha una costa da sogno, che le cosche del casertano vorrebbero mettere sotto la loro tutela. Oggi che la costa Domizia è ormai in buona parte distrutta, il grande affare dei cantieri vista mare e del turismo d’assalto si è spostato al nord, entrando nel Lazio. Una lenta ascesa, che si è rafforzata negli anni ’90, quando nel sud del Lazio i casalesi – attraverso il clan Mendico – hanno ucciso imprenditori, nascosto armi, aperto aziende e preparato il territorio.
Passando il fiume Garigliano, confine naturale a nord della Campania, il paesaggio del primo comune laziale, Minturno, appare subito sconvolto dal piano casa dell’abusivismo cronico. C’è un villaggio, sulla costa, che è una vera e propria città nella città. Si chiama Pantano Arenile, e ufficialmente non esiste. La toponomastica è informale, i cartelli con le vie delle strade sono preparati dagli abitanti, venuti in buona parte da Caserta e da Napoli. Nel 2007 la polizia provò ad intervenire duramente contro le tantissime costruzioni abusive, ma nulla è accaduto, le villette costruite velocemente e alla buona sono tutte lì.
I comuni del basso pontino sono considerati ormai territorio organico all’organizzazione dei casalesi. Secondo la Dda di Roma i comuni di Castelforte, Santi Cosma e Damiano e Minturno sarebbero l’area di influenza più diretta del gruppo guidato da Ettore Mendico, già arrestato nell’operazione Spartacus. Lottizzazioni, cantieri pubblici, speculazione edilizia sul litorale, alberghi e spiagge: qui il cartello dei casalesi usa più il mattone che il piombo.
Salendo più a nord – lasciando Minturno alle spalle – si apre la piana di Fondi, la piazza di Peticone, che qui aveva la base per speculazioni immobiliari in tutto il sud pontino. Deve avere una vocazione edilizia particolare Fondi, conosciuta anche come Fazzonia, dal nome del senatore di Forza Italia Claudio Fazzone, che in città è una specie di monarca assoluto, padrone anche lui di una megavilla sequestrata mesi orsono per abusivismo. L’8 settembre scorso il prefetto Frattasi ha presentato a Maroni la richiesta di scioglimento per infiltrazione mafiosa. Un dossier di centinaia di pagine, frutto di mesi d’investigazione. Al centro della presunta connivenza tra ‘ndrine calabresi (i Bellocco Pesce, i Tripodo, i Trani), camorristi e politici locali c’è sempre l’edilizia. «Il settore urbanistica ha oggettivamente agevolato gli interessi economici di Salvatore La Rosa, pregiudicato», si legge, tra l’altro, nella richiesta di scioglimento.
Salendo ancora e raggiungendo Gaeta, Formia e il Circeo, la mafia del cemento trova gli affari più lucrosi, dove la costa è spartita a colpi di decine di milioni di euro. Sul promontorio di Gaeta – baia spettacolare – c’è una villa immersa completamente nella macchia mediterranea. Da fuori è quasi impossibile vedere le costruzioni in pietra, i sentieri, le dependance. E’ impossibile anche vedere gli ampliamenti abusivi e i metri cubi rubati. E così la Guardia di Finanza ha dovuto usare un aereo fatto arrivare da Pratica di Mare per capire cosa stava accadendo in quello che aveva l’aria di essere un megacantiere. Durante un blitz sono venuti poi alla luce i cantieri che la guardia di finanza ritiene abusivi i lavori, mentre sospetta sembra essere la provenienza dei capitali. L’area, posseduta dalla società Vertulasia – amministrata dall’avvocato di Casal di Principe Francesco Iorio -, è oggi sigillata, e la direzione distrettuale antimafia sta indagando per capire la strada dei tanti soldi investiti.
L’abusivismo nel sud del Lazio non si ferma neanche dove iniziano i parchi naturali. Nella macchia del Circeo le villette e gli ampliamenti abusivi hanno raggiunto la cifra di un milione e duecento mila metri cubi. Tremila domande di sanatoria presentate ai comuni di San Felice e di Sabaudia, che, invece di respingerle, perché non sanabili, le hanno mandate alla direzione del Parco del Circeo. Hai visto mai che qualcuno si distragga, devono aver pensato.
Non c’è inchiesta dell’antimafia nel sud del Lazio che non s’incroci con l’edilizia. Una pressione di soldi e di cemento che spinge anche verso la provincia di Roma, nei Castelli romani, dove oggi molti cantieri sono controllati da imprese di Caserta. Nel Lazio un comune – Nettuno – è già stato commissariato per infiltrazione mafiosa ed oggi il ministro Maroni, dopo sette mesi d’istruttoria, ha presentato al consiglio dei ministri il provvedimento per lo scioglimento del comune di Fondi. Ma Berlusconi sembra non avere nessuna fretta, sulla questione c’è una sorta di silenzio tombale. «La camorra è un problema serissimo che riguarda assolutamente il Lazio», ha ricordato Marrazzo. Ma cosche e mattone contano troppo in Terra di lavoro.
Andrea Palladino

(Tratto da Il Manifesto)

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