Le mani delle mafie sulla Sanità sia pubblica che privata

Sanità, miniera d’oro per le mafie

17 apr 2015 |  Narcomafie

di Giuseppe Baldessarro
urlRappresenta il 77% della spesa complessiva delle regioni, una vera miniera d’oro su cui le mafie hanno già messo gli occhi. Soldi, tanti soldi, sotto forma di appalti, forniture di beni e servizi. E non è solo una questione di business economico. Mettere le mani sulla sanità significa anche potere. Consenso sociale che deriva dalle assunzioni e dalle promozioni da riservare ad amici ed amici degli amici. Un sistema che si completa poi con la trasformazione in consenso elettorale da utilizzare per nuove alleanze. A Sud del Paese i boss gestiscono da tempo il comparto della sanità pubblica e privata, ma ora è al Nord che guardano.

Secondo la Commissione parlamentare antimafia «La Lombardia, a oggi, è la regione del nord in cui si rilevano i principali casi di penetrazione mafiosa in ambito sanitario. E la ‘ndrangheta ancora una volta ricopre una posizione apicale tra le differenti organizzazioni, rivestendo il ruolo di protagonista nei più eclatanti episodi di infiltrazione sinora verificatisi nel Settentrione».

Le cosche calabresi fanno leva sulla politica che «ha abbassato la soglia di legalità (alto grado di clientelismo e di corruzione) agevolando le infiltrazioni dei clan mafiosi nel settore, sia in forza di logiche oggettive sia in forza di logiche di scambio». Si parla di «un sistema di fedeltà politiche come regolatore supremo della gestione delle carriere del personale medico-sanitario. Nomine politiche di direttori generali sanitari, direttori ospedalieri e primari di reparto che rispondono a logiche particolaristiche a discapito dei principi di meritocrazia e responsabilità». E ancora «varchi strutturali alla corruzione, attraverso un processo di liberalizzazione spinta del sistema sanitario regionale». Il ventre molle della sanità lombarda è rappresentato dal sistema dei rimborsi pubblici relativi alle prestazioni mediche di istituti privati accreditati e gli appalti di servizi e forniture funzionali all’attività ospedaliera (ristorazione, forniture mediche, servizi di pulizia, lavanderia, edilizia) affidati in via privilegiata ad aziende o cooperative collaterali o addirittura “figlie” del potere politico regionale». Un sistema complessivamente permeabile in assenza controlli.

Solo per ricordare le più recenti inchieste lombarde, lo studio selezione due casi. Il primo, riguarda la vicenda dell’Asl di Pavia e del suo direttore generale Carlo Antonio Chiriaco. Che «rappresenta senza ombra di dubbio l’episodio di infiltrazione più grave mai verificatosi in Lombardia, un esempio della commistione tra il mondo politico, il sistema medico-sanitario e l’universo mafioso attivo sul territorio lombardo». Il secondo «rappresenta un interessante (ed eloquente) tentativo di delocalizzazione degli investimenti di uomini legati a una tra le famiglie più potenti della ‘ndrangheta, quella dei Condello di Reggio Calabria, che giungono dalla propria regione per fare affari nel settore sanitario privato lombardo».

Chiriaco non è solo è contemporaneamente ai vertici dell’Asl e della ‘Ndrangheta lombarda. La sua figura s’intreccia anche con il misterioso suicidio del funzionario amministrativo dell’ufficio appalti all’ospedale San Paolo di Milano, Pasquale Libri, avvenuto pochi giorni dopo gli arresti dell’operazione Infinito. Il suicidio, un drammatico volo dall’ottavo piano nella tromba delle scale in ospedale, evoca uno snodo chiave del rapporto sanità-mafia sull’asse Pavia- Milano.

Chiriaco e Libri vantavano collaborazioni professionali di lunga data. Già nel 2003 avevano lavorato fianco a fianco alla Dentai Building ed entrambi figuravano tra i protagonisti di un appalto dei servizi infermieristici del carcere di Opera, a cui Chiriaco aveva partecipato con il consorzio “Fatebenefratelli”. Secondo la procura di Milano, Pierluigi Sbardolini, all’epoca direttore amministrativo del San Paolo, avrebbe inteso favorire nella vincita della gara d’appalto il direttore dell’Asi pavese, il quale aveva presentato il suo progetto per il tramite di Edo Sergio, medico della stessa Asl nonché componente della commissione giudicatrice. Sedeva al tavolo della medesima commissione anche Pasquale Libri, quale responsabile degli appalti del nosocomio milanese. Secondo gli inquirenti, il suicidio di quest’ultimo sarebbe collegato all’inchiesta Infinito, e alle conversazioni intercettate dagli inquirenti in cui Libri discuteva con Chiriaco di ripartizione di poltrone, appalti e possibili affari che il vertice dell’Asl avrebbe potuto concludere con Rocco Musolino, zio della moglie di Libri e considerato uno dei vecchi boss della ‘ndrangheta aspro montana. Tra l’altro, il Pm Alessandra Dolci, durante la requisitoria del processo Infinito, ha sostenuto che la questione dell’appalto al San Paolo non riguardasse solo gli interessi della ’ndrangheta. Ai clan calabresi si sarebbero infatti affiancati anche uomini di Cosa nostra legati a Benedetto Capizzi, capo della commissione provinciale di Palermo arrestato nel 2009. Un appalto da due milioni di euro per i servizi infermieristici del carcere che ospita Totò Riina, e una serie di boss di primissimo piano sia siciliani che calabresi.

La sanità, secondo la relazione «costituisce un punto di approdo ambito da tutte le organizzazioni mafiose di rispetto». E lo dimostra anche il secondo caso «Protagonista della storia, è un gruppo di soggetti organico alla famiglia mafiosa di Rosarno “Pesce-Bellocco” rappresentato nella vicenda da Domenico Arena e Gianluca Favara». Nella sostanza c’erano da un lato esponenti di ‘ndrangheta della locale di Lonate Pozzolo rappresentata da Vincenzo Rispoli, dall’altro lato ordinari gruppi di usurai di origine bergamasca. «L’inusuale sodalizio – si legge nella relazione – guidato dalla delegazione calabrese, si era prepotentemente inserito all’interno delle attività di un imprenditore milanese – Agostino Augusto – con lo scopo di assumere il totale controllo degli affari da lui gestiti e, in particolare, della impresa attiva nel settore medico-sanitario Makeall Spa». Si parla di una casa di degenza per bambini legata ancora una volta al citato Policlinico San Matteo di Pavia in costruzione a Costa de’ Nobili (PV), dell’accreditamento della Rsa (Residenza Sanitaria Assistenziale) presso il servizio sanitario regionale e quattro case di cura, rispettivamente dislocate a Orta San Giulio (No), Silvano d’Orba (Al), Monticelli Pavese (Pv) e Pinerolo Po (Pv). Se parlare del fatto che la Makeall era impegnata in attività appetibili per gli affiliati di Rosarno. In questo senso era titolare di numerosi appalti «per la ristrutturazione di case di cura e cliniche private, nonché impegnata in affari nell’ambito del sistema sanitario regionale legati a concessioni e deleghe». Nella stessa inchiesta spunta anche il nome di Pasquale Rappoccio, imprenditore del settore sanitario e massone, sospettato di essere la faccia “pulita” di cui i clan reggini «si serviva per penetrare il mondo medico-sanitario lombardo». Grandi affari e non solo. Sono numerosi anche i casi di «infiltrazioni “collaterali”, quelle che producono utilità derivanti da attività di servizio alla funzione sanitaria (appalti minori per forniture, onoranze funebri, edilizia, ristorazione, servizi di pulizia e lavanderia)». Secondo lo studio gli ospedali rappresentano «un insospettabile luogo di ritrovo per gli esponenti di organizzazioni criminali». I quali, approfittando del ricovero di un affiliato, si possono riunire per discutere pacificamente di affari o, addirittura, per indire veri e propri summit di mafia in luoghi sottratti di norma al rischio delle intercettazioni ambientali». E’ questo il caso della famiglia di ‘ndrangheta Flachi e degli incontri “d’affari” dei suoi esponenti all’interno dell’ospedale Galeazzi di Bruzzano (periferia nord di Milano). Mediante il supporto logistico di due funzionari amministrativi dipendenti dell’ospedale, Giuseppe Flachi con il figlio Davide, organizzavano vere e proprie riunioni di ”lavoro” a cui partecipavano altri soggetti, tra cui Paolo Martino (l’emissario della cosca dei De Stefano di Reggio Calabria), Giuseppe Romeo, Aldo Mascaro con il figlio Gianluca». Uscendo ora dal “modello lombardo”, la relazione da conto casi di infiltrazione a Torino e in Emilia Romagna. Qui, nel 2012, l’allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu affermava che la criminalità organizzata aveva “messo le mani” anche sulla sanità privata della Regione. Diceva infatti «sappiamo che la criminalità organizzata ha già acquistato anche qui delle case di cura». Il Presidente si riferiva al comune emiliano di Ferrara e a un’indagine della Guardia di Finanza, la quale aveva accertato che alcune cliniche della città erano state acquistate da parte di gruppi ‘ndranghetisti». Altri segnali giungono poi dalla Valle d’Aosta e dal Triveneto.

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