Le mani dei Casalesi sui latticini di Sorrento, l’imprenditore: “Sapevo chi erano, ho rinunciato ai crediti”

IL Fatto Quotidiano

Le mani dei Casalesi sui latticini di Sorrento, l’imprenditore: “Sapevo chi erano, ho rinunciato ai crediti”

La Dda di Napoli ha lavorato sul monopolio camorrista delle forniture di mozzarelle nell’agro aversano. E ha ottenuto cinque misure cautelari: uno degli arrestati è Walter Schiavone, il figlio di “Sandokan”

di Vincenzo Iurillo | 8 LUGLIO 2021

Lo chiameremo Andrea. È il nome di fantasia con il quale copriremo l’imprenditore caseario di Vico Equense taglieggiato dal clan dei Casalesi e costretto ad accumulare crediti senza protestare. Una dimostrazione vivente che la presunta impermeabilità della costiera sorrentina alle infiltrazioni della camorra è una chiacchiera da bar. Una leggenda priva di fondamento.

Il verbale di Andrea è allegato agli atti di un’indagine della direzione distrettuale antimafia di Napoli. I pm hanno lavorato sul monopolio camorrista delle forniture di latticini nell’agro aversano. E hanno ottenuto cinque misure cautelari tra le quali tre arresti in carcere. Uno degli arrestati è Walter Schiavone, il figlio di ‘Sandokan’ Francesco Schiavone, superboss dell’omonimo clan di Casal di Principe (Caserta).

Andrea è il titolare di un paio di caseifici a conduzione familiare, uno dei quali nel nome evoca Sorrento, ma che in realtà ha sede a Vico Equense. L’11 luglio 2018 viene sentito dagli inquirenti come testimone e parte lesa. Gli chiedono se conosce Antonio Bianco, uno degli arrestati di tre anni dopo. Ascoltando quel nome, Andrea capisce il perché lo stanno interrogando. “Sì, lo conosco da molti anni e adesso comprendo il motivo della mia convocazione. Mi si è aperta la mente, nel senso che mi aspettavo un vostro invito in quanto Antonio, della ditta ‘Bianco Latte’, circa un mese fa mi ha convocato e ci siamo incontrati per due volte, prima presso il ‘caseificio dei Pini’ di Caivano e la seconda volta in Casoria nel piazzale dell’UCI Cinema”.

I contatti, precisa, sono avvenuti tra metà giugno e inizio luglio. Andrea aggiunge un dettaglio non da poco. “Solo adesso so che di cognome fa Bianco. Venti anni fa si presentò come Antonio Schiavone”. Un cognome falso, scelto apposta per far tremare i polsi.

Andrea spiega perché Bianco alias Schiavone lo aveva cercato: per comunicargli che dovevano interrompere i rapporti. Con queste testuali parole: “Teniamo la Digos addosso ed il mio ‘masto’ mi ha detto di fermarci per un periodo”. E non gli ha chiesto chi era il ‘masto’ (il suo capo, ndr)? “No, mi ero informato ed avevo capito che Antonio apparteneva ai Casalesi, tanto più per il cognome Schiavone con cui si era presentato a me”. Ma “non ho mai avuto il coraggio di approfondire la cosa né di sapere chi fosse il suo ‘masto”.

Andrea confessa che anche lui avrebbe voluto chiudere i rapporti da tempo. “Mi chiedevano di non fatturare e mi devono ancora circa 7.000-8.000euro, ma è noto che ‘i casalesi’ sono pericolosi… Pertanto né io, né i miei familiari abbiamo avuto il coraggio di dire ad Antonio che non volevamo più consegnargli i nostri prodotti”, circa 50 kg di latticini al giorno. Quanto ai crediti, tanti saluti e pazienza: “Avevo valutato un’azione di recupero, ma ci ho rinunciato. Sono intimorito. Temo conseguenze per me e le mie aziende, che sono l’unico mezzo di sostentamento di cinque famiglie”. Tra cui la sua.

Archivi