Le mafie sul litorale romano

Quali sono le zone del Lazio in cui le cosche mafiose hanno affondato le proprie radici? Iniziamo dal Comune di Nettuno, città di mare a circa 60 km da Roma. Sin dagli anni Novanta vi si registrano episodi criminali, per lo più intimidazioni e minacce, ai danni di politici e amministratori sia della zona che del vicinissimo comune di Anzio. A qualcuno viene incendiata l’auto, a qualcun altro lo stabilimento balneare ma gli inquirenti non sono sicuri si tratti necessariamente di una mano mafiosa. Fino a quando, tra il 1993 e 1998, nel corso di una serie di operazioni volte allo smantellamento di un traffico di droga nazionale ed internazionale, le piste conducono proprio ad Anzio e Nettuno. Diversi ordini di cattura colpiscono personaggi noti e poco noti affiliati, si scoprirà, ad una ‘ndrina calabrese molto potente, quella dei Gallace-Novella. Nel maggio 2002, il procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia di Roma, Italo Ormanni, e il dottor Luigi De Ficchi riferiranno alla commissione parlamentare antimafia “di una forte presenza di organizzazioni criminali nell’area in questione”, riferendosi al clan Gallace-Novella come ad un gruppo ormai ben radicato. Ci sono dei basisti ad Anzio e Nettuno. C’è chi si occupa di far arrivare la droga e chi di riciclare il denaro sporco per conto delle “madre-patrie” calabresi. Nelle operazioni cade anche la testa di qualche imprenditore locale e di almeno un politico. E’ il febbraio del 2003 quando l’onorevole Carlo Leoni, attraverso interrogazione parlamentare, denuncia l’evidente, ma non ancora riconosciuto, radicamento mafioso lungo questo tratto di costa laziale. “Secondo la Direzione Distrettuale antimafia della Procura di Roma”, dirà Leoni, “le città di Anzio e Nettuno presentano forti infiltrazioni di criminalità organizzata; importanti indagini dell’Autorità giudiziaria hanno più volte evidenziato l’inserimento di sodalizi criminali dediti al narcotraffico e all’estorsione, mentre la stessa D.D.a. ha rilevato, nel recente passato, pesanti collusioni tra politica e malavita nella vicina Pomezia”.

Ma non sono solo le ‘ndrine calabresi a stabilirsi sulla costa laziale. Secondo gli inquirenti anche cosa nostra è presente, con i clan Torsello e Mazzei. Dieci anni prima le forze di polizia avevano incastrato Francesco Giuseppe Corso, nipote del leggendario boss Frank Coppola, divenuto capo di una organizzazione di stampo mafioso dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti che avrebbe operato stabilmente nella zona. Secondo gli inquirenti, i membri dell’organizzazione hanno contatti frequenti con politici e imprenditori locali. Contatti che magistratura e polizia temono si siano tramutati in rapporti stabili con i centri amministrativi: e i timori risultano fondati. Dai resoconti stenografici delle sedute parlamentari pubblicati sul sito del Senato, emergono legami della giunta comunale nettunese con Franco D’Agapiti, destinatario insieme a Corso ed Enrico Paniccia dei mandati di arresto del 1993 e condannato nel 1994 a 14 anni di reclusione “(in seguito ridotti a sei) per aver diretto e costituito un’associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti” (così l’interrogazione parlamentare degli onorevoli Vendola e Deiana, 23 novembre 2004). Per gli inquirenti D’Agapiti è un esponente di spicco della malavita organizzata locale nonché il primo importante tassello che ricolleghi le cosche mafiose ai vertici politici locali. Nel luglio del 2003, infatti, Leoni e Rugghia denunciano i rapporti tra D’Agapiti e l’allora assessore alle attività produttive del comune di Nettuno, Vincenzo Guidi. Sebbene prima di tale denuncia fossero emersi indizi gravi circa la presenza mafiosa nella zona, e nonostante si fossero verificati nuovi episodi intimidatori a danno di politici anziati – tra il 2000 e il 2005, infatti, si inasprisce il numero di attentati contro imprenditori e politici dei due comuni – nessuno aveva ancora osato parlare di “cosca” in queste zone. Al punto che, il 7 marzo 2003, nel corso di una riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica indetta dal prefetto di Roma per analizzare la situazione del comune di Anzio, si escludevano “situazioni concernenti l’ordine pubblico” tali da giustificare “particolari allarmismi”. L’anno seguente gli Onorevoli Vendola e Deiana avrebbero ripreso le parole del comitato, criticandole per la contraddittorietà delle conclusioni: in quel periodo, secondo i deputati, gli episodi di radicamento mafioso nell’area costiera sono sempre più eclatanti.

Intanto le indagini sulle attività illecite proseguono e il 22 settembre 2004, a coronamento della inchiesta Appia-Mithos, i carabinieri del Ros eseguono 25 ordinanze di custodia cautelare in carcere per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti contro il clan Gallace-Novella. “Tra gli arrestati”, si riporta nell’interrogazione parlamentare del 23 novembre 2004, figurano “Aldo Ludovisi e Nicola Perronace, entrambi ritenuti organici al clan Gallace e accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso; Aldo Ludovisi fino ad un anno fa (2003 ndr) era componente del Consiglio di Amministrazione della casa di riposo comunale di Nettuno-Tosi (nominato dalla giunta comunale)”. Verranno poi scarcerati dal Tribunale di Sorveglianza, sebbene continuino ad essere indagati. A questo punto gli inquirenti si concentrano soprattutto sui rapporti tra il clan Gallace-Novella e l’amministrazione comunale di Nettuno, portando alla luce una serie di indizi idonei a spingere il Ministro dell’Interno e il Consiglio dei Ministri a commissariare il Comune per presunte infiltrazioni mafiose. Il 25 maggio 2005 la Prefettura di Roma notifica ai dirigenti comunali l’atto di commissariamento: gli organi amministrativi sono sospesi da tutte le funzioni, eccetto l’approvazione del bilancio e i provvedimenti essenziali che, se non adottati, paralizzerebbero la vita della cittadina. La commissione deputata all’accertamento delle infiltrazioni mafiose di insedia il 3 giugno dello stesso anno e in 60 giorni deve verificare che gli indizi alla base del commissariamento siano concreti e la presenza mafiosa effettivamente radicata. Compito non semplice, ma gli inquirenti partono dal dato secondo cui il clan Gallace-Novella sarebbe dedito a infiltrazioni in seno alla pubblica amministrazione nell’ambito delle procedure per l’assegnazione di pubblici appalti. Nell’analizzare la gestione del comune, infatti, emerge un quadro di disorganizzazione e cattivo impiego delle risorse economiche, dovuto sia alla frammentarietà della maggioranza politica di destra che ad un rispetto spesso equivoco dei doveri di correttezza e imparzialità imposti per legge. L’humus ideale, in sostanza, per far sì che organizzazioni criminali esercitino pressioni e addirittura si sostituiscano agli organi decisionali nell’assegnazione delle gare d’appalto e nella destinazione dei finanziamenti pubblici. Per ora aleggia la figura di un uomo, diverso dall’allora sindaco e interno al governo del comune, che avrebbe avuto inspiegabili quanto ampi potere di gestione e decisione. Nonché rapporti con un esponente della Banda della Magliana.

Le indagini sono ancora in corso e coperte da segreto istruttorio. Non tutti gli esponenti politici inizialmente coinvolti potrebbero essere condannati per associazione mafiosa ed è bene distinguere tra cronaca e accertamenti giudiziari. Per tanto, salvo il riconosciuto radicamento dei clan mafiosi nelle zone di Anzio e Nettuno da parte del Ministero dell’Interno, nulla ancora è stato deciso sui possibili collegamenti tra questi e i vertici politici locali. In dubio, pro reo.

Per saperne di più:
Interrogazioni Parlamentari sulle presenza mafiose nelle zone di Anzio e Nettuno

(tratto da www.rivistaonline.com)

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