Le mafie ora preferiscono il Nord

Rivedere gli schemi, riformulare i giudizi
L’ora di aprire gli occhi. Le cosche preferiscono il Nord
«L’affermazione che Milano sia la capitale della ’ndrangheta, quanto meno sotto il profilo economico-finanziario, non deve destare stupore, né dare scandalo, quasi che si fosse con tale definizione imbrattato un territorio immune da questo tipo di contaminazioni. Non è così». Parole chiare quella della Procura nazionale antimafia nella recentissima Relazione annuale relativa al 2008. Non sorprendono, dunque, l’operazione di ieri contro le cosche di Isola Capo Rizzuto, da anni ‘stanziali’ in Lombardia, ma anche quella a Modena contro il clan camorrista del casalesi, o ancora l’arresto in Olanda del superlatitante Giovanni Strangio, il responsabile della strage di Duisburg.

E le altre recenti inchieste in Abruzzo, Lazio, Umbria, Marche. Mafia da export, ma non per scappare, nascondersi. Mafia da export per fare affari. Non da oggi. Neanche da pochi anni. L’inchiesta di ieri parla di una presenza massiccia in grossi appalti, compresa la Tav. Parla di imprese mafiose che, a colpi di intimidazioni, si accaparrano commesse e lavori. Mafia di terza generazione che, carica dei ricchissimi profitti del traffico di droga, investe e lavora dove conviene. Non solo ipotesi di lavoro. I numeri parlano chiarissimo. Circa il 15 per cento delle aziende confiscate alle varie mafie in tutt’Italia si trova il Lombardia: 161 su 1139 (dati aggiornati al 31 dicembre), quasi il doppio di quelle in Calabria (appena 81). Proprio come domenica diceva ad Avvenire il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri: «In Calabria restano le briciole, qualche supermercato, qualche palazzo», o i terreni che da sempre sono simbolo di potere. Ma gli affari si fanno dove conviene. E dove si può operare meglio, senza clamore, perché si è meno conosciuti e perché l’ambiente non è preparato ad affrontare l’infiltrazione mafiosa, o la sottovaluta.

Ma ormai è storia di decenni. Prima legata ai boss inviati in soggiorno obbligato, alle loro famiglie ‘emigrate’ (emigrazione coi soldi…) in tante regioni del Nord. Poi al flusso di denaro sporco in cerca di investimenti per ripulirsi. Così alberghi, ristoranti, locali notturni, esercizi commerciali di ogni tipo diventano ‘lavanderie’ del gruzzoli dei boss: pecunia non olet e così tutto avviene senza disturbo, o quasi. Eppure i segnali sono stati più che evidenti. Forse pochi ricordano ma il 28 aprile 1995 il governo sciolse il consiglio comunale di Bardonecchia, grosso centro montano piemontese, proprio per infiltrazione delle cosche calabresi e siciliane sia nell’amministrazione locali che negli appalti. Roba di 14 anni fa, ma ancora prima era stato lo stesso Giovanni Falcone ad interessarsi degli affari mafiosi in Lombardia. Si parlò di ‘Milano connection’ e molti si sentirono offesi: non era possibile… Invece l’invasione, silenziosa e pesante, è andata avanti. Tollerata o, almeno, non presa sul serio. Ed ora le cosche portano al Nord e all’estero le proprie imprese: movimento terra, edilizia, cemento.

Ma anche import-export, soprattutto nel settore ortofrutticolo. Imprese pulite, gestite da imprenditori organici (mafiosi ma dalla fedina penale pulita) o dai figli e nipoti dei boss, giovani che hanno studiato, che conoscono il mondo degli affari e delle banche. Come il rampollo della famiglia Piromalli di Gioia Tauro che operava da anni, prima di essere arrestato, nell’ortomercato di Milano. Mafia globalizzata che, quando serve, non dimentica i metodi spicci della violenza, ma che sempre più preferisce quelli subdoli e silenziosi dell’infiltrazione. Approfittando, come ora, dei momenti di crisi. Da tempo magistrati e investigatori, ma anche imprenditori attenti, hanno lanciato l’allarme sulla presenza di ‘fondi sovrani mafiosi’. Già perché per i boss la crisi finanziaria non esiste, anzi è una splendida occasione.

Antonio Maria Mira
(tratto da Avvenire)
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