Le incoerenze e le carenze della Regione Lazio in materia di una seria lotta contro le mafie. Vogliamo parlarne?

ANTIMAFIA. DUE IMPOSTAZIONI: QUELLA PAROLAIA E QUELLA DELLA DENUNCIA

Non sono discordanti, purché si integrino.

Noi privilegiamo la seconda: quella dell’inchiesta e della denuncia. Da sempre.

Non demonizziamo i convegni, le settimane della legalità, i corsi e quant’altro, ma li riteniamo improduttivi se non sono accompagnati dall’impegno sul territorio a scovare i mafiosi, soprattutto quelli annidati nelle istituzioni e nella politica, a denunciarli e possibilmente a farli arrestare.

Collaborando con le forze dell’ordine e con la magistratura, che non vanno lasciate sole a combattere questo cancro che sta distruggendo il Paese e sta mettendo a repentaglio un futuro normale, pacifico, sereno, democratico dell’Italia.

Qualche settimana fa una nostra delegazione, composta dal Presidente, dal Vice Presidente e dalla Presidente organizzativa, ha voluto incontrare l’Assessore alla Sicurezza della Regione Lazio Luigina di Liegro per esternarle le nostre preoccupazioni circa l’impostazione della politica regionale in materia di lotta alle mafie.

Un incontro con un esame a 360 gradi della politica regionale nella materia.

Da tale incontro siamo usciti soddisfatti perché esso è servito, se non ad altro, a far comprendere all’Assessore Di Liegro le “criticità” da noi lamentate.

Una moltitudine di soggetti –Commissione Sicurezza, Osservatorio, Casa della Legalità –che agiscono ognuno per conto proprio, senza un filo conduttore che li unisca e li coordini, che costano fior di quattrini e che, salvo qualche eccezione, non incidono, a quanto si vede, sul piano pratico di un’azione efficace contro le mafie.

Non bastano le lamentazioni, le analisi, le enunciazioni, le parole insomma, per cambiare una situazione che si va aggravando nel Lazio sempre di più, con le mafie che per poco non sono diventate padrone perfino delle nostre stesse case, mentre lo Stato –vedi il “caso Fondi” –resta indifferente, se non inerte.

Ci sono situazioni di quasi assoluta inerzia sui territori – le Procure della Repubblica di Latina e Frosinone che non si muovono sufficientemente, la Guardia di Finanza della provincia di Latina che fa poco o niente sul piano delle indagini patrimoniali – che non sono state mai prese in considerazione dai vari soggetti regionali.

Si fanno, invece, convegni, conferenze, settimane della legalità, riunioni su riunioni e, quando –come nel caso dell’audizione sulla presenza mafiosa sul territorio di Civitavecchia, Tarquinia, Tuscania, Bracciano, Viterbo, presenza che noi abbiamo accertato lavorandoci un anno e più e fornendo a chi di dovere non chiacchiere ma prove –noi, neppure invitati inizialmente pur essendo quelli più informati e presenti, abbiamo tentato di parlare in un incontro che non esitiamo a definire inconcludente e parolaio, la Presidente della Commissione Sicurezza della Regione non ci ha consentito di farlo.

Ma c’è di più.

Abbiamo appreso che di tutti i soggetti creati dalla Regione Lazio, quelli citati, alcuni rispondono della loro attività all’Assessore alla Sicurezza, altri direttamente alla Presidenza.

Non c’è, insomma, univocità di azione, coordinamento.

La mano sinistra non sa quello che fa la destra e viceversa.

Siamo sconcertati per questo comportamento della Regione Lazio che pur va menando vanto di essere… paladina della legalità.

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