Le cosche de noantris di Gianfranco Faillaci

 

Da “Avvenimenti” del 23 dicembre 2005

 

Le cosche de noantris
di Gianfranco Faillaci

 

Casamonica, Nicoletti, Fallace, Novella. Per i clan il Lazio non è più terra di passaggio. Qui la malavita è flessibile, fa affari in proprio. Ma onora le famiglie tradizionali

 

rmai la battuta circola nei commissariati, nelle caserme dei carabinieri e della finanza della capitale: «Con tutta questa “neve”, se continuano le proteste dei NoTav, possiamo chiedere di spostare a Roma le Olimpiadi Invernali di Torino». Una battuta, solo una battuta, che la “neve” in questione non attira certo gli sciatori, ma i cocainomani. Nei primi nove mesi di quest’anno, infatti, all’ombra del Colosseo sono stati sequestrati quasi cinquecento chili di cocaina, il 62 per cento più dell’anno scorso, spingendo il Lazio al terzo posto in questa speciale classifica dell’efficienza investigativa.

Sono gli stessi agenti, comunque, a fare notare che l’aumento dei sequestri denota anche una crescita dei traffici e dei consumi, anche se quest’anno, di overdose, sono morte “solo” 89 persone, mentre nel 2004 le vittime sono state 124. Inoltre, come segnalava Luigi De Ficchy, sostituto procuratore della Dirczione nazionale antimafia (Dna), durante un’audizione della commissione regionale sulla Sicurezza e la lotta alla criminalità, lo scorso 18 ottobre, il Lazio, dal 1977 a oggi, è al quarto posto per le segnalazioni dell’Ufficio italiano cambi su operazioni finanziarie sospette, al secondo se ci si limita al 2005; mentre è al primo posto, con quasi ISOmila vittime tra il 1999 e il 2003, nel settore dell’usura. Quest’anno, però, nella capitale, le denunce sono dimezzate e in provincia sono scese del 35 per cento. «È il segno che le campagne di dissuasione e prevenzione funzionano», sostiene il prefetto Achille Serra, riferendosi ai manifesti e agli spot televisivi fatti diffondere dal governo durante il 2005. Le associazioni antiusura, invece, fanno rilevare che la diminuzione delle denunce è da annoverare tra i “meriti” della ex-Cirielli, che riduce i tempi di prescrizione del reato da 10 a 6 anni. «L’usura è un caso emblematico -sostiene Lino Busa, presidente di Sos Impresa, nel Rapporto 2005 redatto dall’associazione -, soffre del grave limite di una difficoltà intrinseca nella ricostruzione delle prove e i processi durano mediamente oltre gli otto anni». Malgrado l’ottimismo del prefetto Serra, i risultati delle inchieste fanno dire a De Ficchy che «la penetrazione criminale, nel Lazio, sta assumendo caratteristiche di maggiore invasività e si sta consolidando progressivamente». Le parole del sostituto procuratore della Dna riecheggiano quelle contenute nella relazione annuale della commissione parlamentare Antimafia per Fanno 2003 (l’unica di questa legislatura, finora): «Nel Lazio le organizzazioni criminali autoctone evidenziano una forte flessibilità nel gestire traffici illeciti in collaborazione con presenze delle mafie classiche e transnazionali», aggiungendo che nella regione sono state riscontrate «tracce sensibili di presenze della criminalità siciliana, calabrese, pugliese e campana», specie della ‘Ndrangheta, i cui clan sono presenti in quasi tutto il territorio regionale: Roma, Latina e Prosinone sono «le province maggiormente permeate». Dopo lo scioglimento per condizionamenti mafiosi del consiglio comunale di Nettuno (Latina), la presenza criminale in quel territorio viene negata solo dall’ormai ex sindaco forzista, ma sono anni che le inchieste della magistratura documentano la penetrazione dei clan nell’Agro Pontino e sul litorale romano; sempre nella relazione del 2003, l’Antimafia denuncia la presenza, a Anzio e Nettuno, di «una ‘ndrina distaccata del “locale”» clan che fa capo alle famiglie della ‘Ndrangheta dei Ruga, Gallace, Novella e Metastasio. «La cosca “madre”, ben radicata in Calabria -spiega Enzo Ciconte, consulente della commissione Antimafia e neo presidente dell’Osservatorio sulla sicurezza e la legalità della Regione Lazio – aveva esteso le sue propaggini anche nelle zone di Anzio e Nettuno, dove, in seguito alla migrazione successiva alla falda di Guardavalle (comune calabrese sciolto per infiltrazioni mafiose un anno fa, ndr) dei primi anni 70, era nata una costala del “locale” (termine che indica le cosche della ‘Ndrangheta) autonoma nella gestione dei traffici illeciti dai vertici calabresi». Traffici illeciti incentrati principalmente sull’usura, le estorsioni e gli stupefacenti.

La relazione del 2003, però, non parla solo dei boss insediati a Nettuno, ma fa un lungo elenco delle presenze, «qualificate e numerose», di clan mafiosi nella regione. Elenco che abbiamo integrato con le risultanze di inchieste successive al 2003 e dal quale emerge una situazione preoccupante che potrebbe sfociare nello scioglimento di altri consigli comunali. Il caso di Nettuno è il primo nel Lazio e il terzo al di fuori delle regioni del Sud (nel ’93 è stato sciolto Bardonecchia, in provincia di Torino, e nel ’94 Montalbano Ionico, in Basilicata). Però, se si guardano i dati relativi ai 289 amministratori comunali rimossi per legami con le cosche, tra il 1991 e il 2002, si nota che dei 32 dell’Italia centrale, solo uno non era stato eletto in un municipio laziale. Insomma: i clan ci sono e si vedono. Secondo De Ficchy, come ha spiegato nel corso della sua audizione in Regione, l’azione delle mafie si sta rafforzando lungo quattro direttrici: da un lato ci sono le organizzazioni locali, “fi-glie” dell’ex Banda della Magliana, che mostrano «un’accresciuta vitalità» e che, attraverso accordi con esponenti delle mafie meridionali, «hanno raggiunto forme elevatissirne di capacità criminale con modalità di azioni dirette al controllo del territorio e di attività economico-commerciali». A tal proposito, ha citato l’esempio della capitale, dove «sodalizi criminali costituiti intorno a grappi come Nicoletti, Fasciani, Terribile e Casamonica» si sono «integrati con esponenti di gruppi meridionali». I Casamonica, tra l’altro – ha aggiunto il magistrato -, hanno esteso le loro attività a comuni della Tuscia (l’alto viterbese) tradizionalmente estranei alle presenze mafiose. Le altre linee di tendenza vedono «il consolidamento della presenza di esponenti delle tradizionali organizzazioni di stampo mafioso»; la crescita delle associazioni criminali che si dedicano al traffico di stupefacenti; e, infine, «l’aumentata pressione da parte delle presenze criminali straniere». Uno scenario che, come filtra da Palazzo San Maculo, troverà ampio spazio nelle relazioni conclusive – di maggioranza e di minoranza – della commissione parlamentare Antimafia. •

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