Le campagne elettorali di Latina in mano ai clan: parlano i pentiti

Il Caffè, n. 559 dal 19 novembre al 2 dicembre 2020

Le campagne elettorali di Latina in mano ai clan: parlano i pentiti

I clan, i candidati e tanti soldi: gli investigatori indagano sul periodo successivo alla caduta di Zaccheo

Clemente Pistilli

Sarebbe partito da lontano l’inquinamento delle campagne elettorali in provincia di Latina, con i clan di origine nomade impegnati ad acquistare voti e ad attaccare manifesti per candidati pronti a pagare decine di migliaia di euro pur di ottenere la vittoria. E i pentiti hanno dato anche una data precisa, quella che avrebbe segnato uno spartiacque tra affarucci sporadici e un vero e proprio business per le organizzazioni criminali. Tutto sarebbe cambiato tra il 2010 e il 2011 quando, dopo la caduta anticipata della giunta di Vincenzo Zaccheo e il commissariamento, a Latina venne eletto sindaco Giovanni Di Giorgi. Facendo queste ipotesi, su quest’ultimo e su alcuni esponenti di Fratelli d’Italia sembrano così ora concentrati gli investigatori della squadra mobile e la Direzione distrettuale antimafia di Roma che, dopo l’operazione denominata “Alba Pontina”, sul fronte degli illeciti elettorali sono già arrivati alle richieste di rinvio a giudizio per i voti che il clan Morelli avrebbe acquistato per l’allora candidato sindaco e attuale capogruppo regionale della Lega, Angelo Tripodi, e all’arresto dell’ex consigliera regionale di centrodestra ed ex candidata a Terracina nelle comunali del 2016, Gina Cetrone, oltre ad aver avviato approfondimenti sull’attacchinaggio che a Latina nello stesso anno avrebbe compiuto il clan Di Silvio per la Lega e sui voti che i collaboratori di giustizia hanno sostenuto essere stati incaricati di comprare per il candidato leghista Matteo Adinolfi. Il nome di Di Giorgi era già spuntato fuori dopo il ricorso al Riesame fatto da Gina Cetrone, nell’ordinanza con cui i giudici, riferendosi alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Agostino Riccardo, avevano specificato che l’ex consigliera regionale già conosceva il clan “anche in relazione alle precedenti campagne elettorali di Maietta e Di Giorgi”. In un’informativa della squadra mobile agli atti dell’inchiesta Dirty Glass, è stato ora specificato che Riccardo, “prima come appartenente al clan Travali e poi come accolito del clan Di Silvio, ha gestito le campagne elettorali di Gina Cetrone sia per le elezioni regionali del 2013 che per le comunali di Terracina del 2016”, ricevendo denaro per l’acquisto di voti e che sette anni fa la stessa Cetrone si affidava ai Travali “presso cui era stata introdotta da Giovanni Di Giorgi”. L’ex sindaco dunque tramite tra un pezzo di politica e la criminalità nomade. E si arriva così alla data in cui nelle campagne elettorali pontine tutto sarebbe cambiato. Lo stesso Riccardo, rispondendo alle domande dei magistrati, ha specificato infatti che l’attività dei clan in campagna elettorale “nasce con Catani Sandro”, nel 2006-2007, aggiungendo però che “era all’epoca un’attività lecita”, portata avanti da lui, Angelo Morelli, Francesco Viola e Giancarlo Alessandrini, gli ultimi due, a detta sempre del pentito, poi a capo della curva del Latina Calcio e “stipendiati da Maietta Pasquale”. Dopo le elezioni sarebbero diventate business per il crimine. “La corruzione – ha sostenuto Riccardo – è iniziata con il governo Di Giorgi, ovvero con il candidato a sindaco Di Giorgi. Là è tutta una mafia fra imprenditori e lui. In quel periodo c’era Di Giorgi, Maietta, Cetrone e Calandrini; abbiamo fatto per loro sia la compravendita dei voti che l’affissione dei manifesti. Ci davano una cartina delle circoscrizioni, per far votare la gente ed avere un riscontro sui voti venduti. Ogni voto veniva pagato dai 100 ai 150 euro”. E ha anche aggiunto che poi, “in occasione delle regionali del 2013”, tramite Di Giorgi il clan Travali prese “l’appalto” dalla Cetrone, svolgendo anche un incontro presso la Pagliaroli spa, a cui, oltre alla candidata, avrebbero preso parte l’allora marito della Cetrone, Umberto Pagliaroli, lo stesso Riccardo, Viola, Alessandrini e Di Giorgi, il quale avrebbe detto che il clan aveva fatto già campagna per lui. Il pentito ha quindi precisato che Viola promise 500 voti dei tifosi della curva del Latina Calcio alla Cetrone, “ma poi i voti andarono a Calandrini, amico di Maietta Pasquale, che così aveva disposto”. Particolare che nel 2016 avrebbe portato il clan Di Silvio a gestire la campagna elettorale per l’ex consigliera regionale al posto del clan Travali, facendo anche da scorta, in occasione di una manifestazione elettorale, ad Armando Cusani, intervenuto a sostegno della Cetrone: “Nessuno si permese di strillare all’arrvo di Cusani. Noi eravamo il clan Di Silvio, anche fuori territorio la gente sapeva chi eravamo e nessuno quel giorno si permise di fiatare”. Ancora: “Nelle campagne elettorali di Maietta Pasquale, Gina Cetrone, Giovanni Di Giorgi, il gruppo Travali capeggiato da Angelo ha garantito l’affisione dei manifesti e l’acquisto di voti in tutte le zone di nostra competenza. Abbiamo ricevuto per questa attività complessivamente 500mila euro, tutti dati in contanti in varie tranches, tranne Di Giorgi che aveva fatto 5 o 6 assegni a Vera Travali”. Infine Riccardo ha riferito agli investigatori di colloqui avuti tramite i social con una serie “di politici favoriti dai gruppi ai quali ho partecipato”. “Tra questi – ha affermato – ricordo Gina Cetrone, Raffaele Del Prete, Pasquale Maietta, Fanti Andrea e forse altri”. E le indagini vanno avanti.

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