Laziomar, il “Don Francesco” a tutti i costi e la ‘ndrangheta al Molo Vespucci.Nota dell’Associazione Caponnetto:In relazione a quanto oggi pubblicato da H24Notizie oggi 3 luglio una nota di chiarimento da parte sia dell’Amministrazione Comunale di Formia che della Prefettura di Latina –stante l’obbligo di questa di fare prevenzione antimafia- é quanto meno opportuna.l’attendiamo

Laziomar, il “Don Francesco” a tutti i costi e la ‘ndrangheta al Molo Vespucci

Domenica 03 luglio 2016 – 16:05    

di Francesco Furlan

Se in questo periodo dell’anno sosti a godere il panorama dal Ponte Tallini a Formia, ti accorgi subito di quante sono le persone in partenza e di ritorno dalle isole di Ponza e Ventotene. Una popolazione in movimento, che raddoppia d’inverno arricchita da colorati turisti affascinati dalle isole dell’arcipelago: un caos normale e benvenuto per gli isolani che li accolgono ma che giovedì e venerdì ha vissuto qualche fase critica con l’intervento al Molo Azzurra prima della Capitaneria di Porto e, il giorno successivo, della Guardia di Finanza.

A farla breve, partendo da diversi esposti giunti presso le sedi dei due Comandi istituzionali, era stata segnalata l’installazione di uno “scivolo” per la discesa dei mezzi recentemente montato sulla banchina, precedentemente “parcheggiato” per una quindicina di giorni nei pressi della biglietteria a Formia. A cosa servisse lì in realtà già lo si era immaginato da un po’, semplicemente osservando anche questo inverno le manovre del Don Francesco per effettuare rifornimento. O leggendo le cronache da Ponza. In particolare una nota diffusa dal primo cittadino isolano Pier Lombardo Vigorelli nel dicembre 2015. 

In particolare ci informava senza farci sapere a quale titolo, a proposito di una mancata partenza del traghetto Don Francesco che “La nave si è limitata a provare l’agibilità e la funzionalità della pedana realizzata per consentire un ottimo attracco a Ponza. L’esito non è stato soddisfacente al cento per cento e la pedana dovrà essere perfezionata”.

Esito non soddisfacente che si è ripetuto nel febbraio scorso quando un camion adibito al trasporto di un motore è rimasto bloccato sulla passerella: l’autocarro si era accasciato con il muso sulle lamiere della pedana, non riuscendo a scendere dalla nave e bloccando lo sbarco degli altri mezzi.

LO SCIVOLO PONZESE E QUELLO FORMIANO

Anche a Ponza dunque c’è uno “scivolo”. E non da poco tempo. Succede infatti che la decisione della Laziomar di dislocare l’imbarcazione Don Francesco in alcuni periodi dell’anno sulla rotta per le isole crei dei particolari problemi. Sull’isola lunata quello che serve uno “scivolo” per far sbarcare persone e automezzi dall’imbarcazione in condizioni di sicurezza essendo, evidentemente, il pescaggio al porto non sufficiente. Un problema che a Formia, si diceva all’epoca, non si sarebbe dovuto presentare perché la banchina al Molo Vespucci è stata adeguata ad accogliere navi di grandi dimensioni essendo stata costruita con l’intento di accogliere navi da crociera. Tra l’altro venendo dotata anche di una stazione marittima da cui però, a qualche tempo dagli annunci, è scomparsa proprio la Laziomar ritornata al Molo Azzurra.

Già ma allora perché il Don Francesco attracca al Molo Azzurra? La prima ragione è una di quelle verità che in molti conoscono ma in pochi vogliono ammettere: quando sono stati approvati i lavori al Molo Vespucci, maledettamente non si è pensato a dotare lo scalo di un punto di rifornimento per le imbarcazioni. Così proseguendo l’opera fino al termine senza colpo ferire, senza prevedere una variante (e peraltro ve ne era già stata un’altra pagata a caro prezzo).
E se forse il problema non si è creato per le navi grattacielo che vedrebbero favorevolmente lo scalo formiano ma magari ne preferiranno altri dove godere di più servizi, diversamente è stato per i traghetti e gli aliscafi che nel trascorso periodo invernale sono stati spesso visti manovrare nel porto: dal molo Vespucci al molo Azzurra dove effettuavano rifornimento, per poi tornare al molo Vespucci e far salire i passeggeri. Un’anomalia che si era già presentata nei mesi scorsi con gli isolani, abituali passeggeri, dichiaratamente disorientati e che, alla fine, ha insospettito anche le Fiamme GialleOltre questo, nessun apparente intoppo ma certamente qualche costo in più per la compagnia vedi rifornimento, addetti all’attracco, personale probabilmente più sottoposto a stress: il tutto mentre tra azienda privata finanziata dal pubblico, Laziomar, e maestranze è in corso un confronto sindacale con stato di agitazione che potrebbe portare a uno sciopero il 5 luglio, prima data utile indicata dalle organizzazioni sindacati Filt – Cgil, Fit – Cisl, Uiltrasporti– Uil.

PER EVITARE “GUAI” A PONZA FANNO COSI’ – VIDEO – (CON CIRCA 40 POSTI AUTO IN MENO)

Insomma, una situazione potenzialmente esplosiva anche considerato il consueto, e fortunatamente notevole, andirivieni dalle isole in questo primo periodo estivo. Ed ecco che in questo scenario, replicando a quanto fatto prima a Ponza, viene installato anche al Molo Azzurra uno “scivolo”, amovibile. Solo che qui si crea un altro problema che riguarda il demanio.

Ricordate una Ponza animata dalle voci delle persone o dal garrito stridulo dei gabbiani? Ci sono ancora. A quei suoni che per molti sono poesia si è però aggiunto il più meccanico stridio delle rampe che sul molo di Ponza, privato di quaranta parcheggi e letteralmente circondato da barriere a impedire l’avvicinamento di chiunque, in quei due particolari momenti della giornata, quando il traghetto arriva e quando riparte (quattro volte e con un costo aggiuntivo per la compagnia), muovono lo “scivolo”. Oltre che per ragioni legate alla sicurezza delle persone, infatti, lo “scivolo” non può sostare su suolo demaniale e, quindi, viene spostato prima e dopo ogni attracco.

video:https://youtu.be/lFYZ91RIjbs

SEQUESTRO SI’, SEQUESTRO NO… E L’ALTRA CRITICITA’ CHE NON TI ASPETTI

Al Molo Azzurra di Formia evidentemente valgono le stesse regole di Ponza ma per qualche ragione lo “scivolo” amovibile non viene per nulla movimentato lasciando così libero il demanio.

Un’evidenza che giovedì, infine, hanno raccontato diverse persone nei pressi dell’imbarco, ha fatto muovere la Capitaneria di Portoe, il giorno successivo venerdì, la Guardia di Finanza. Quest’ultima anche salita al quarto piano del Comune di Formia dove la questione è nota e stra creando un bel po di grattacapi all’Ufficio Tecnico. Come superare il vincolo paesaggistico esistente considerato anche che a Ponza si provvede diversamente?

A offrire una soluzione più logica, infine, sarebbe intervenuto direttamente il presidio giudiziario di Cassino che, di fronte all’azione della Capitaneria, e, venerdì, della Guardia di Finanza per le medesime ragioni, nelle stesse giornate ha fermato ogni tipo di operazione, anche alla luce del fatto che il servizio pubblico non può essere fermato, imponendo però nel più breve tempo possibile lo spostamento dell’imbarco e sbarco dei passeggeri nuovamente al Molo Vespucci dove, però, altro fatto clamoroso, non ci sarebbe ancora l’omologazione per la discesa dei passeggeri a causa di problemi di progettazione, realtà peraltro sancita dal Consiglio comunale di Formia lo scorso aprile quando, votando il punto relativo alla pianificazione delle opere pubbliche per il prossimo triennio 2016 – 2018, ha stanziato “50 mila euro per l’installazione al porto di scivoli (al Molo Vespucci) per il varo l’alaggio delle imbarcazioni”.

E non finisce ancora qua.

L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Avviandoci a conclusione di una storia che appare davvero singolare, soprattutto ci chiediamo se non era il caso, in assenza di risorse per costruirne nuove imbarcazioni, che pure dovrebbero esserci considerato che la Laziomar privata percepisce tredici milioni di euro l’anno di finanziamento pubblico dalla Regione Lazio, lasciare il Don Francesco su altre rotte piuttosto che su quelle dell’arcipelago laziale dove tutti questi problemi sta creando e ha già creato.

Infine, andando alla base del problema, ovvero il Molo Vespucci, va detto che i lavori realizzati per la “sistemazione della banchina del porto ed interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale”, in particolare un lotto di quei costosi lavori, sono sì state opere particolarmente sfortunate e apparentemente infinite ma anche oggetto di molti dubbi. 

Nel 2011, infatti, furono affidati alla Icem di Minturno che nel novembre 2013 fu oggetto di un’interdittiva antimafia, provvedimento confermato nel dicembre 2014 perché, riportava “Il Messaggero”, “considerata in base a un’informativa dei carabinieri di Crotone vicina a società della ‘ndrangheta” da cui la revoca dei lavori per “il rifacimento del litorale di Minturno, la difesa del litorale del porto neroniano di Anzio e interventi per il dissesto idrogeologico a Baschi, in Umbria” ma non di quelli ottenuti a Formia al molo Vespucci e alla Darsena di Caposele.

Come del resto si legge anche nell’interrogazione parlamentare del 18 maggio 2016 presentata al Ministro dell’Interno Angelino Alfano dai senatori Simeoni, Vacciano, Maurizio Romani, Mineo, Bignami, Mastrangeli, Bencini, De Pietro, Molinari, Fucksia che già avevamo riportato e che qui riproponiamo.

Atto n. 4-05827 – Pubblicato il 18 maggio 2016, nella seduta n. 628

– Al Ministro dell’interno. –

Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:

a seguito di procedura di gara, il Comune di Formia (Latina) procedeva a affidare alla società Icem Srl, quale ditta aggiudicatrice del bando, i lavori relativi al completamento delle opere riguardanti la banchina del porto, nonché altri interventi di adeguamento e messa in sicurezza della zona portuale, provvedendo altresì alla creazione di un punto di pronto soccorso; lavori prontamente eseguiti e conseguentemente liquidati come si evince dalla determinazione dirigenziale n. 26 del 5 maggio 2013;

a seguito di numerosi articoli apparsi, essenzialmente, sulla stampa locale e testate on line, si è avuto modo di apprendere che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro si era interessata alla ditta perché avrebbe impiegato in subappalto mezzi e personale di imprese ritenute vicine alle cosche della ‘ndrangheta crotonese durante i lavori di completamento ed ammodernamento del porto di Caposele, Formia;

ancora, sul quotidiano on line “Il Caffe.tv”, edizione di Anzio e Nettuno, il 19 aprile 2014 sarebbe apparso un articolo dal titolo “Antimafia, la Regione revoca l’appalto a una ditta al lavoro al porto di Anzio”, ove veniva riportata la notizia secondo la quale «a seguito della comunicazione da parte della Prefettura di Roma agli uffici regionali della interdittiva antimafia nei confronti della società Icem Srl, con sede a Minturno in provincia di Latina, aggiudicataria di un appalto per l’affidamento dei lavori per l’antico Porto Neroniano di Anzio, la Direzione regionale Ambiente ha provveduto immediatamente alla predisposizione degli atti necessari alla rescissione del contratto e alla liquidazione dei costi per le opere già eseguite, così come previsto dalla legge in materia»;

orbene, quanto finora esposto non costituirebbe un caso isolato di affidamento da parte dell’amministrazione locale di appalti a ditte considerate contigue, se non appartenenti, ad ambienti della criminalità organizzata. Ed invero, anche un’altra ditta, la Costruzioni generali Cimorelli SpA, già affidataria di lavori dei sistemazione del lungomare di Gianola-Santo Janni, sempre a Formia, per un valore complessivo di 1.167.371,91 euro, sarebbe stata oggetto di indagini da parte della Procura di Campobasso, nonché del Corpo forestale dello Stato. Nell’ambito dell’operazione “Eldorado”, che nel 2008 ha portato a 10 rinvii a giudizio e 5 richieste di misure cautelari, sarebbe finito anche il titolare della ditta, Antonio Cimorelli, indicato anche quale responsabile dei lavori di messa in sicurezza degli argini del fiume Biferno e della diga del Liscione in Molise, il quale sarebbe accusato, insieme ad altri, del reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso, nonché al danno ambientale. Su Cimorelli, inoltre, peserebbe anche l’accusa di furto aggravato per aver venduto clandestinamente, secondo la ricostruzione del Corpo forestale, ad altre ditte tonnellate di materiale inerte di risulta. Infine, la Procura di Campobasso, nel motivare la richiesta di rinvio a giudizio dell’imprenditore intimava «L’azienda dell’imprenditore isernino Cimorelli che subappaltò i lavori di rifacimento degli argini del Biferno deve sospendere l’attività e la partecipazione a gare d’appalto»;

considerato che:

la peculiare penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto imprenditoriale del Paese ha reso necessario che l’ordinamento nazionale si dotasse di idonei strumenti volti a contrastarne l’infiltrazione, fornendo, altresì, alle pubbliche amministrazioni adeguate misure perché ne impediscano il coinvolgimento viepiù durante lo svolgimento e l’assegnazione di gare d’appalto e altri affidamenti;

il decreto del Presidente della Repubblica n. 252 del 1998, “Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia”, prevedeva, precipuamente a tale scopo, che, per la stipula di contratti in misura eccedente un determinato valore, le pubbliche amministrazioni, nonché gli enti pubblici e altri soggetti indicati all’art. 1, dovessero previamente acquisire dalla Prefettura territorialmente competente le informazioni necessarie relativamente alle imprese interessate;

laddove dalle verifiche effettuate dal prefetto emergessero elementi tali da indurre a considerare le imprese interessate all’appalto suscettibili di infiltrazioni mafiose, le amministrazioni sarebbero tenute a non procedere alla stipula del contratto;

le disposizioni contenute nel regolamento, così come modificate e trasfuse nel capo II del decreto legislativo n. 159 del 2011, noto quale “codice antimafia”, identificano, invero, all’art. 84, comma 3, l’informativa antimafia anche “nell’attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate”;

l’art. 91 del codice antimafia stabilisce che il prefetto possa desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa, oltre che dai provvedimenti di condanna anche non definitivi per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali, anche da “concreti elementi da cui risulti che l’attività di impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata” (comma 6);

al comma 7, rinvia ad un apposito regolamento, da adottare con decreto del Ministro dell’interno, l’individuazione delle “diverse tipologie di attività suscettibili di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa per le quali, in relazione allo specifico settore d’impiego e alle situazioni ambientali che determinano un maggiore rischio di infiltrazione mafiosa, è sempre obbligatoria l’acquisizione della documentazione indipendentemente del valore del contratto, subcontratto, concessione, erogazione o provvedimento di cui all’articolo 67″;

considerato inoltre che:

il Tar Campania, con sentenza n. 10732/2003, rilevante ai fini di quanto esposto, afferma che il documento interdittivo «non deve, evidentemente, fondarsi su prove certe di infiltrazione se non di appartenenza dell’impresa all’organizzazione criminale, prove che, ove sussistenti, fonderebbero procedimenti penali a carico dei soggetti coinvolti ed altri provvedimenti (…), ma è sufficiente che essa ponga a proprio fondamento elementi volti a dimostrare collegamenti tra impresa e mondo criminale»;

nelle motivazioni il Tar Campania sottolinea altresì che tali elementi non debbano caratterizzarsi quali “meri sospetti”, bensì «tali da sorreggere una valutazione che, pur frutto di un apprezzamento latamente discrezionale, risulti non illogica, tale cioè da dimostrare con ragionevolezza il “pericolo” (non la certezza) dell’infiltrazione mafiosa»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda inviare una commissione di accesso, affinché sia appurata la correttezza di tutte le procedure amministrative adottate nel conferimento dell’appalto alla Icem Srl, nonché le motivazioni per le quali la ditta, già destinataria di interdittiva antimafia relativamente ai lavori di rifacimento del porto di Anzio (Roma), non sia stata interessata da alcun provvedimento prefettizio relativamente ai lavori di completamento e ammodernamento della darsena del porto di Formia;

se intenda, nell’ambito delle proprie attribuzioni, intraprendere qualsivoglia misura, al fine di impedire il reiterarsi di circostanze per le quali soggetti considerati contigui, se non addirittura appartenenti, ad ambienti malavitosi risultino aggiudicatarie di appalti pubblici”.

fonte:www.h24notizie.com

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