Lazio Connection

da Left Avvenimenti – settimanale dell’altritalia – 3/9 marzo 2006

 

 

Lazio connection

di Daniela Preziosi

 

 

 

 

L’Antimafia di Roma ha in corso più indagini che quella di Reggio Calabria. Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra fanno i patti con i clan albanesi e nigeriani. Il sostituto procuratore nazionale Luigi De Ficchy traccia la mappa criminale della regione.

 

 

Roma più di Reggio Calabria, la capitale della ‘Ndrangheta. Nel 2005 l’Antimafia capitolina ha iscritto a registro 204 reati fra associazione, traffico di stupefacenti, tratta di esseri umani e altri reati aggravati dalla finalità o modalità mafiose. Un numero «decisamente ragguardevole», secondo il sostituto procuratore nazionale antimafia Luigi De Ficchy. Per avere un’idea delle proporzioni, nello stesso periodo Palermo ha avuto 380 iscrizioni, Milano 161, Catania 269, Catanzaro 272, Salerno 308. Reggio Calabria 189. Ma i record vanno oltre la capitale. Secondo l’Eurispes, dal 1999 al 2003 il Lazio è stata la prima regione d’Italia per usura, con 129.870 vittime (la Campania ne aveva 89.659). Dal 1997 ad oggi è al secondo posto, per le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette. È un quadro impressionante, quello disegnato da De Ficchy. Pioniere del pool antimafia romano, il magistrato è stato il grande inquisitore della Banda della Magliana e da trent’anni si occupa della criminalità organizzata nel Lazio. Nel 1978 toccò a lui interrogare, in una villetta di Pomezia, Frank Coppola. Quel boss, che si trovava lì al confino, è il padre di tutte le infiltrazioni mafiose nella regione. Ma oggi la geografia criminale è cresciuta e si è complicata. Abbiamo chiesto al magistrato di aiutarci a capirla. A patto, dice lui, di non parlare di emergenza.

 

 

I dati sono impressionanti. Perché non vuole parlare di emergenza-Lazio?

 

 

 

Perché quello dell’emergenza è un luogo comune fuorviante. Finisce per sopravvalutare i singoli episodi e sottovalutare il fenomeno complessivo. Quella del Lazio è una storia criminale che nasce alla fine degli anni 60 e si sviluppa con caratteristiche peculiari. La criminalità romana cura in particolare il fronte economico. Sin da allora, la Banda della Magliana trafficava in stupefacenti ma reinvestiva in usura e attività finanziare. Oggi ci troviamo di fronte alla continuazione di quella storia. Con l’aggravante che all’epoca la Banda controllava il territorio. Ora le diverse mafie hanno campo libero, ciascuna ha i suoi punti di riferimento deputati a investire, a tenere contatti con il mondo imprenditoriale e politico. Per esempio, qui sono ormai consolidati i terminali delle attività economico-finanziarie di organizzazioni legate a Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta e dedite agli appalti pubblici. È stata individuata un’associazione transnazionale che riciclava ingenti capitali delittuosi e che aveva l’ambizione di partecipare alla realizzazione del Ponte di Messina. E ancora, si è specializzata nel condizionamento di attività economiche tramite alleanze con gruppi imprenditoriali. Tra i settori più soggetti alle infiltrazioni, quelli delle costruzioni e della cantieristica. Ma l’attività criminale prevalente resta quella sul fronte finanziario: usura e bancarotta. Si segnala una tenacia negli investimenti in società in stato di decozione pronte per essere rilevate dalle organizzazione mafiose. Con collusioni conclamate con il mondo bancario. Faccio notare però che l’aumento dei reati iscritti a registro dimostra anche che c’è una maggiore consapevolezza delle infiltrazioni grazie al controllo degli investimenti. La difficoltà consiste nel fatto che si tratta di movimenti non immediatamente visibili per le forze dell’ordine e l’opinione pubblica.

 

Qual’è la geografia della criminalità nella regione?

 

 

 

Teniamo presente che i gruppi sono flessibili, all’eterna ricerca di investimenti in attività produttive. Nella provincia di Latina è radicata una criminalità locale infiltrata dalla malavita calabrese e campana. Anche la zona del litorale romano è disgraziata. Fra Anzio e Nettuno è stata di recente scoperta un’organizzazione che faceva riferimento al clan Gallace. A Roma riemergono sodalizi intorno a elementi di esperienza criminale collaudata nella Banda della Magliana. Ci sono anche gruppi legati alla ‘Ndrangheta, alle organizzazioni campane, a Cosa Nostra e alle famiglie catanesi. Varie indagini hanno riguardato i Rinzivillo di Gela e i calabresi Bruzzaniti.

A nord di Roma, in centri come Rignano Flaminio, Morlupo e Sant’Oreste operano soggetti collegati alla ‘Ndrangheta. A Rieti gli iraniani gestiscono il traffico di immigrati clandestini con passaporti falsi e di droga con pasta di oppio. A Fondi, Formia e Gaeta si registra la presenza di nuclei affiliati ad organizzazioni campane e calabresi. C’è poi una costellazione di gruppi che non fanno dei cartelli, perché qui c’è spazio per tutti. Anche perché è mancata l’attenzione verso questo fenomeno da parte delle amministrazioni. Lo scioglimento del consiglio comunale di Nettuno dimostra che negli anni il tessuto si è sempre più inquinato. Là, la presenza dei Gallace risale a venti anni fa. Chi se ne doveva accorgere non se n’è accorto. La magistratura e le forze dell’ordine purtroppo arrivano sempre tardi, a cose fatte, quando il fenomeno è ormai radicato.

 

Dei clan operanti nel Lazio si pensa generalmente che siano un terminale, un fenomeno di importazione. Siamo diventati invece un epicentro delle mafie?

 

 

 

Sì, e non si tratta di una novità. Alcuni appartenenti alla Banda della Magliana avevano un background criminale che hanno in seguito sfruttato per infiltrarsi nel mondo amministrativo, paramministrativo e bancario. Così nella zona di Anzio e Nettuno si era inserita un’organizzazione che faceva capo alla ‘Ndrangheta ma che costituiva su territorio una ‘ndrina autonoma, collegata alla casa madre ma che aveva finalità proprie e reclutava in proprio.

 

Dopo lo scioglimento del consiglio comunale di Nettuno, c’è chi sostiene che lo stesso destino toccherà alla vicina Ardea. Cosa manca alle istituzioni centrali per riconoscere rapidamente le infiltrazioni?

 

 

 

Mafia significa da sempre intreccio con le istituzioni, attraverso la corruzione, le infiltrazioni nelle amministrazioni. Ma si tratta di fenomeni rapidamente riconoscibili, né è possibile sciogliere su due piedi un consiglio democraticamente eletto. La vicenda di Nettuno è straordinaria: si tratta del secondo comune sciolto per mafia fuori “dalle regioni a rischio”. Il primo era stato Bardonecchia. Per questo ritengo normale che la decisione abbia richiesto tempo. Ma le cose cambiano, per fortuna. Oggi verifico un ottimo rapporto tra il mio ufficio e la Regione, che sta lavorando per acquisire una panoramica completa del fenomeno. Serve uno scambio di informazioni costante fra gli enti specializzati e depositari di competenze. La Procura nazionale concentra in sé le conoscenze criminali e le può mettere a disposizione anche degli enti territoriali, se si tratta di dati non riservati. Questo rapporto ha già portato a un fatto importante, la costituzione in parte civile della regione in due processi in corso. L’inquinamento del territorio è un danno per la collettività. Ora sarebbe importante che questa scelta diventasse patrimonio anche della Provincia, e del Comune.

 

Eppure ci sono casi in cui l’informazione non modifica le scelte degli enti locali. Penso alla vicenda del raddoppio del porto di San Felice Circeo. Le forze politiche e i cittadini denunciano la presenza di investimenti di capitali non puliti. Senza alcun risultato.

 

In generale, rispetto alle infiltrazioni criminali riguardanti gli appalti, il fatto che in alcune società vi siano legami parentali a persone con precedenti non cristallini a volte non basta a mettere in piedi un procedimento. Se ci si trova di fronte a un riciclaggio di secondo o terzo grado, chi deve indagare si trova di fronte a capitali puliti. Diventa difficile per bloccare un appalto o un’infiltrazione. Diverso è se lo strumento per bloccarlo è amministrativo. Ma spesso anche per questo nel nostro paese si aspettano le condanne passate in giudicato. Capisco il garantismo, ma in questi casi spetta alla politica agire, laddove ve ne sono gli estremi.

 

Sul territorio laziale il giro di affari della coca raggiunge i 250 milioni di euro l’anno. 1140 per cento degli stupefacenti passa da questa zona. Per la Procura nazionale cosa rappresenta il Lazio?

 

 

 

Le statistiche della Dirczione centrale antidroga, che riguardano i sequestri di droghe leggere e pesanti anche se ormai, per la nuova legge, la distinzione è meno rilevante dicono che il numero delle operazioni messe in piedi nella regione è fra i più alti d’Italia. Nel 2004 è stata la terza regione per sequestri di cocaina e marijuana e la quarta per l’hashish. Ma il dato più grave è il numero dei morti per overdose: il Lazio è la prima regione d’Italia, e Roma la prima città. Vuoi dire che da noi il consumo è rilevantissimo. Del resto, a causa dei porti e degli aeroporti, il canale di traffico serve per tutta Italia. Per questo a Roma sono insediate anche molte organizzazioni straniere. Facilmente, come dicevo. Per le modalità violente con cui si muove, la criminalità albanese è la più visibile, traffica stupefacenti in tutta Europa. Da qualche tempo si fanno spazio gruppi nigeriani che trafficano la cocaina che arriva dal Sud america. In Nigeria pare vi siano depositi dai quali la droga parte per l’Italia. In entrambi i casi le organizzazioni si occupano anche della tratta degli esseri umani, con modalità non meno violente. Poi c’è una criminalità meno visibile, quella russa, che considero molto preoccupante perché si infiltra nelle attività economiche avendo alle spalle dei capitali sterminati.

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