”L’attualità di Levi ed il Mezzogiorno”,di Francesco De Notaris

”L’attualità di Levi ed il Mezzogiorno”,di Francesco De Notaris
L’AMICO FRANCESCO DE NOTARIS,GIA’ SENATORE DELLA REPUBBLICA,CI HA INVIATO QUESTA INTERESSANTE NOTA RELATIVA AD UN SUO INTERVENTO IN UN CONVEGNO SVOLTOSI IERI A NAPOLI SULLA FIGURA DI CARLO LEVI,NOTA CHE PUBBLICHIAMO MOLTO VOLENTIERI.
Coloro che mi hanno preceduto negli interventi hanno ben esposto su Carlo Levi ed il Mezzogiorno e mi sembra inopportuno operare inutili ripetizioni.
Propongo qualche riflessione e consegnerò il testo completo per l’eventuale pubblicazione.
Non prometto nulla di nuovo o di originale, visto la notorietà del personaggio intorno alla cui opera l’esercizio dello studio e della critica è stato ampio e approfondito.
Intanto dalle agende della politica e della cultura è scomparsa la questione meridionale. Anche la ricerca langue ed i migliori giovani non parlano. Sulle orme degli avi partiti con le valigie di cartone, .partono per il nord o per l’estero. In questi anni soltanto la CEI ha presentato Documenti.
Vedo studenti ed insegnanti del liceo ‘Levi’di Marano. Li invito ad essere più presenti nella loro città e più esigenti verso i loro Amministratori e più responsabili verso se stessi ed i concittadini. Lo dico perché l’Amministrazione del Comune di Marano è stata sciolta il 9 Giugno di questo anno. Una delle tante!
Da ex parlamentare vorrei sottolineare qualche tratto dell’esperienza del sen. Levi, a cominciare dalla sua biografia e, consentitemelo, ripensando a sue scelte , direi, definitive. Cercherò di riportare le parole di Levi, proponendo qualche chiosa ed evitando di compiacermi nell’ascoltarmi. E poi, per ricordare Levi occorre fare intendere le sue parole, senza alcuna mediazione. Ed ognuno ascoltando o leggendo è più che capace di contestualizzarle ed attualizzarle.
La ampia nota biografica che appare in un testo edito da Il Mulino e redatto dal Senato della Repubblica, dopo aver trattato della storia di questo medico, intellettuale e politico, condannato al confino-esilio, come militante di “Giustizia e Libertà”, poi esule e poi in Parlamento, termina con queste parole: ‘morì a Roma il 4 Gennaio 1975’.
Ed io credo che la nota abbia tralasciato il dato più significativo. Lo sottolineo.
Levi volle essere sepolto ad Aliano. Ed ecco la prima osservazione.
Carlo Levi aveva costruito dal 3 Agosto 1935 al 26 Maggio 1936 sull’ esperienza del confino a Grassano e ad Aliano in Lucania – Basilicata non solo un’ imponente mitografia contadina, ma anche le battaglie contro il blocco agrario, per la riforma, e perché il Mezzogiorno abbia una nuova classe dirigente. «Se abbiamo narrato di quel mondo immobile», ripeteva, « era perché si muovesse».
Dicevo che decise di essere sepolto ad Aliano. Per me questa è una scelta atipica, coraggiosa, un’anomalia incomprensibile se non valutata col metro di Levi: l’amore per la popolazione per la quale aveva lavorato ed il volere tenere fede alla promessa del ritorno.
Se in politica manca l’amore e la dedizione, di che cosa tale attività si sostanzierebbe?
Se manca l’amore allora si spiega perché “in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli”, (Levi dal suo romanzo).
Prevarrebbe il desiderio di primeggiare o l’idea dell’esercizio del potere utilizzando i fondi pubblici o la volontà dell’arricchimento, che nasce non certamente dagli emolumenti, perché gli emolumenti, anche i più ricchi, non rendono ricchi, non producono ricchezza.
Prevale talvolta l’idea di modificare il proprio status e quindi l’ambizione prende il nome di servizio, il rincorrere un incarico diventa obiettivo esistenziale, il compiacimento di sentirsi al centro dell’attenzione (e troppo spesso l’attenzione è interessata e le lodi sono frutto di ipocrisia di leccapiedi di professione – uso un’espressione adoperata da Papa Francesco -) è un’illusoria soddisfazione, e la cessazione dall’incarico viene vista come sconfitta mentre è nella logica degli eventi, perché ‘sic transit gloria mundi’.
Il popolo diventerebbe, così, strumento, e il dichiarato impegno diventa gradino per la propria scalata verso l’immaginato successo. E ditemi che non si corre tale rischio.
Capiamo lo spessore dell’Uomo Levi da quella sua decisione inaspettata. Un torinese che vuole riposare accanto ai contadini e agli emigrati tornati nella propria terra.
Basterebbe soffermarsi un attimo su questa decisiva espressione di volontà ed avremmo il quadro completo di Levi politico , che ha illustrato anche con l’arte pittorica la sua dedizione alla causa dei deboli delle nostre terre.
Dopo anni nel 1979 il nostro concittadino, il Maestro del neorealismo Francesco Rosi ci ha regalato un capolavoro con il film: “Cristo si è fermato ad Eboli”, girato quasi interamente in Basilicata, a Matera e nei luoghi citati dal libro.
Il Mezzogiorno non cambia con le chiacchiere ma con la fatica, con l’azione che è percorrere un pezzo di strada con coloro con i quali vivi e che sei chiamato a rappresentare ed a coinvolgere nel processo di crescita democratica.
Siamo proprio su un altro pianeta rispetto a ciò che è storia contemporanea. In questi ultimi anni abbiamo assistito alle gite elettorali di personaggi catapultati e piazzati in collegi, in liste, che ne hanno permesso l’elezione. Nominati e sconosciuti, lontani dai cittadini e dalle problematiche e dalle vicende dei territori e che hanno tradito l’idea stessa di rappresentanza, allontanando il popolo dalla politica e preparando il furto di democrazia anche attraverso il tentato stravolgimento della nostra Costituzione, che sancisce che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita”.
Ed ecco la seconda idea che desidero proporvi.
Levi non va in Senato a scaldare il seggio né ad impelagarsi nel politichese di rito, né ad aggiungersi a gruppi per costituire maggioranze parlamentari.
Levi, il 21 Dicembre 1963 esordisce con dichiarazione di voto per la fiducia al nuovo Governo Moro e dice subito: “ Le parole di molti oratori come quelle ad esempio di Lelio Basso, di La Malfa, di Bartesaghi, dello stesso onorevole Moro, nel patetico del suo superiore equilibrio e della sua fede di uomo di Stato ci hanno riportato ad un tempo in cui i problemi politici si mostravano come fondamentali, momenti vitali profondi. In parte la carica di queste passioni contrastanti indica la permanenza contraddittoria di antiche posizioni, e la loro urgenza di modificarsi, e insieme l’importanza delle scelte. Per questo ho ritenuto di dover parlare e motivare brevemente il mio voto: brevemente come si conviene alla giusta discrezione e alla naturale commozione di chi prende per la prima volta la parola davanti ad un così alto consesso, e limitandomi, come è giusto a dichiarazione di voto, ad alcune rapide considerazioni.
Come voi sapete io non parlo qui a nome di un Partito, né di una corrente, né di un gruppo organizzato: e non parlerei affatto oggi, ma mi limiterei a votare ed eventualmente a scrivere, come è mia abitudine, se non parlassi che per me solo.
Ma vorrei essere capace di rispondere alle richieste di molti, uomini e donne e soprattutto giovani, che vorrebbero essere intesi.
Essi appartengono a quell’Italia reale per cui la vita esiste e si forma come cultura e libertà: cultura non solo nel senso stretto e proprio di creatrice di opere, ma cultura nel suo farsi quotidiano nella vita del popolo; quella per cui hanno vissuto Gramsci e Gobetti; che si palesa in milioni di uomini, oscuri inventori, in se stessi di storia nella loro lingua semplice e significante che da loro ho cercato di apprendere”.
Nessuna sbavatura. Estrema chiarezza e sobrietà. Senso di responsabilità e dovere di rappresentanza. E conosceva la storia e gli uomini dei quali parlava.
I nostri giovani, gli studenti ed i lavoratori che cosa dicono rispetto al messaggio di Levi ed alle condizioni del sud ? Talvolta appare la nostalgia di un passato che esalta i governanti per i quali il sud è nelle attuali condizioni,
E poi ascoltate che cosa dice, a proposito del Governo al quale non avrebbe dato la fiducia annunciando il voto negativo: “ Come persone è forse il migliore Governo di questi anni…ci sono alcuni certamente onorabili e del tutto degnissimi….Non è certo che una questione di opportunità politica. Comunque conosciamo ed apprezziamo le capacità, il valore, le buone, le rette intenzioni di tutti e per conto mio sarò lieto di dare il mio contributo positivo a tutti i provvedimenti proposti che mi sembrano giusti o i migliori possibili”.
Notiamo come Levi rispetti le Istituzioni e sappia distinguere tra il giudizio sugli uomini anche in buona fede ed il giudizio sulla linea politica non condivisa.
E poi esprime perplessità di fondo su una questione importantissima relativa al proprium del centro-sinistra (con il trattino o senza. Ricordate?). Ecco le sue parole: “ed è questo incontro, come suol dirsi, tra Partito socialista e Democrazia cristiana una specie di incontro di Teano nel quale non sai se sia Garibaldi Nenni a portare al Re Moro l’Italia popolare, o il Re Moro, come temono alcuni, a consegnarla a Garibaldi”. Sintesi che è un tratto di pennello.
Ed ancora: “E’ dunque questa una politica conservatrice intelligente ed efficace, al posto di una politica conservatrice, ottusa e suicida. La scelta è fatta e in sé, dal suo punto di vista, è la sola possibile. Questo è il nuovo come necessità. Ma quel nuovo che è nelle cose e nella vita e nel cuore degli uomini e che è nato da mutamenti che vanno ai termini del mondo, da scoperte che cambiano i fondamenti secolari del pensiero, da lotte di liberazione che sprigionano dal buio caotico dell’inesistenza nuove forme e nuove volontà umane, centinaia di milioni di uomini nuovi e nuovi pensieri e sentimenti, quel nuovo che è nelle cose non si contenta di essere riconosciuto come un fatto, un oggetto, di cui si deve tenere conto per difendersene, per evitarne l’urto, per salvare le nostre vecchie vite, strutture, interessi, idolatrie.
Quel nuovo, poiché veramente esiste, opera in modo autonomo e vuol essere protagonista, non essere un momento della necessità, ma un momento della libertà. E tocca a lui , non viceversa, riconoscerci, per scoprire in noi, eventualmente, le proprie radici, il proprio cuore antico”.Quale differenze con le cantilene alle quali siamo abituati sul nuovo che avanza, sui veloci cambiamenti che lasciano noi immobili, come i contadini lucani!
Anche sulla questione meridionale Levi si tenne lontano dal professionismo. Scrisse: 
“ Tutti mi avevano chiesto notizie del Mezzogiorno […] Alcuni vedevano in esso un puro problema economico e tecnico, parlavano di opere pubbliche, di bonifiche, di necessaria industrializzazione, di colonizzazione interna, o si riferivano ai vecchi programmi socialisti, ‘rifare l’Italia’. Altri non vi vedevano che una triste eredità storica, una tradizione di borbonica servitù che una democrazia liberale avrebbe un po’ per volta eliminato. Altri sentenziavano non essere altro, il problema meridionale, che un caso particolare della oppressione capitalistica, che la dittatura del proletariato avrebbe senz’altro risolto. Altri ancora pensavano a una vera inferiorità di razza, e parlavano del sud come di un peso morto, per l’Italia del Nord, e studiavano le provvidenze per ovviare, dall’alto, a questo doloroso dato di fatto. Per tutti, lo Stato avrebbe potuto fare qualcosa, qualcosa di molto utile, benefico, e provvidenziale […] , e mi avevano guardato con stupore quando io avevo detto che lo Stato, come essi lo intendevano, era invece l’ostacolo fondamentale a che si facesse qualunque cosa. Non può essere lo Stato, avevo detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato.
Fra lo statalismo fascista, lo statalismo liberale, lo statalismo socialistico, e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo-borghese come il nostro cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo soltanto quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte”.
Amare conclusione e ovvia consapevolezza:
“Questo è quello che ho appreso in un anno di vita sotterranea”.
“Ecco: i due veri partiti che, come direbbero nel Mezzogiorno, si lottano, le due civiltà che stanno di fronte, le due Italie, sono quella dei ‘Contadini’ e quella dei ‘Luigini'”.
“[…] Ebbene: chi sono i Contadini? Sono prima di tutto i contadini: quelli del Sud, e anche quelli del Nord: quasi tutti; con la loro civiltà fuori del tempo e della storia, con la loro aderenza alle cose, con la loro vicinanza agli animali, alle forze della natura e della terra , con i loro dei e i loro santi, pagani e pre-pagani, con la loro pazienza e la loro ira(…) 5 
Ma non sono soltanto i contadini, sono anche naturalmente i baroni […], quelli veri, con il castello in cima al monte: i baroni contadini. […] E poi ci sono gli industriali, gli imprenditori, i tecnici: soprattutto quelli della piccola e media industria, e anche qualcuno della grande: non quelli che vivono di protezioni, di sussidi, di colpi di borsa, di mance governative, di furti, di favoritismi, di tariffe doganali, di contingenti, di diritti di importazione, di privilegi corporativi. Gli altri, quelli che sanno creare una fabbrica, quel poco di borghesia attiva e moderna che, malgrado tutto, c’è ancora nel nostro paese, per quanto possa sembrare un anacronismo. E anche gli agrari, magari i grossi proprietari di terre, ma quelli che sanno dirigere una bonifica, ridare una faccia alla terra abbandonata e degenerata. […] E gli operai, […] la grande massa operaia abituata all’ordine creativo della fabbrica, alla disciplina volontaria, al valore che sta nelle cose. Non importa come la pensino, in quale partito siano organizzati: sono Contadini anche loro, e non solo perché vengono dalla campagna; ma perché, su un altro piano, hanno la stessa sostanza: la natura per loro non è più la terra, ma sono torni, frese, magli, presse, trapani, forni, macchine; con questa natura di ferro, sono a contatto diretto, e ne fanno nascere le cose, e la speranza e la disperazione, e una visione mitologica del mondo. Sono Contadini tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano. Sono Contadini anche gli artigiani, i medici, i matematici, i pittori, le donne, quelle vere non quelle finte. Infine, siamo Contadini noi: […] quelli che si usano chiamare, con una parola odiosa, gli “intellettuali”[…]. […] quelli che io definisco Contadini sarebbero i produttori: e se vi piace, usate pure questo termine”.
“E i Luigini, chi sono? Sono gli altri. La grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi d’inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano. Sono la folla dei burocrati, degli statali, dei bancari, degli impiegati di concetto, dei militari, dei magistrati, degli avvocati, dei poliziotti, dei laureati, dei procaccianti, degli studenti, dei parassiti. Ecco i Luigini. Anche i preti, naturalmente, per quanto ne conosca molti che credono a quello che dicono […]. E anche gli industriali e commercianti che si reggono sui miliardi dello Stato, e anche gli operai che stanno con loro, e anche gli agrari e i contadini della stessa specie. […] Poi ci sono i politicanti, gli organizzatori di tutte le tendenze e qualità […]. Ce li metto tutti: comunisti, socialisti, repubblicani, democristiani, azionisti, liberali, qualunquisti, neofascisti, di destra e di sinistra, rivoluzionari o conservatori o reazionari che siano o pretendano di essere. E aggiungete infine, per completare il quadro, i letterati, gli eterni letterati dell’eterna Arcadia […]. […] i Luigini sono la maggioranza. […] Sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. […] perché ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. […] I Luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l’esercito, la Giustizia e le parole. I Contadini non hanno niente di tutto questo: non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni. Sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui”.
I contadini ebbero tasse e servizio militare obbligatorio. Questo rappresentò per loro lo Stato unitario. Poi venne il brigantaggio ed i Signori da borbonici diventarono Savoia e da Savoia e fascisti divennero repubblicani. Immobili pur cambiando divise e distintivi. 
“Per la gente di Lucania, Roma non è nulla: è la capitale dei Signori, il centro di uno Stato straniero e malefico. Napoli potrebbe essere la loro capitale, e lo è davvero, la capitale della miseria, nei visi pallidi, negli occhi febbrili dei suoi abitatori, nei bassi dalla porta aperta pel caldo, l’estate, con le donne discinte che dormono a un tavolo nei gradoni di Toledo; ma a Napoli non ci sta più, da gran tempo nessun Re; e ci si passa soltanto per imbarcarsi. Il Regno è finito: il regno di queste genti senza speranza non è di questa terra. L’altro mondo è l’America…….Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini della Lucania se mai questi uomini senza Stato potessero averne una……I contadini vanno in America, e rimangono quello che sono: molti vi si fermano, e i loro figli diventano americani; ma gli altri, quelli che ritornano dopo venti anni sono identici a quando sono 
partiti…. Il contadino è quello di prima come una pietra su cui sia passata per molto tempo l’acqua di un fiume in piena, e che il primo sole in pochi minuti riasciuga. ..Poi tornano… e in pochissimo tempo è tornata la miseria, la stessa eterna miseria di quando tanti anni prima erano partiti. E con la miseria torna la rassegnazione, la pazienza… Il 1929 fu l’anno della sventura…Era l’anno della crisi americana…ed i propagandisti del nostro governo chissà perché andavano dicendo che in Italia c’era lavoro per tutti e ricchezza e sicurezza e che dovevano tornare……e tornarono al paese e vi restarono invischiati come mosche in una ragnatela.
L’America si è allontanata…soltanto la posta porta continuamente qualcosa che viene da laggiù…Da Roma non arriva niente. Non era mai arrivato nulla….La guerra d’Abissinia era cominciata…, guerra fatta proprio per i contadini che avrebbero avuto terra da coltivare…..Di quella terra promessa che bisognava prima togliere a quelli che l’avevano non si fidavano. Quelli di Roma non avevano l’abitudine di fare qualcosa per loro….; se quelli di Roma hanno denaro da spendere per la guerra, perché non aggiustano prima il ponte sull’Agri che è caduto da quattro anni e nessuno ci pensa a rifarlo? Potrebbero anche arginare il fiume, farci qualche nuova fontana, piantare degli alberi nei boschi invece di tagliare quei pochi che rimangono. Di terra ne abbiamo anche qui: è tutto il resto che ci manca”.
A distanza di anni sembra che nulla sia cambiato. I Governi continuano a dire che si va bene e c’è la ripresa; le guerre si fanno, dicono, per la democrazia e per farci stare meglio ed invece si muore e si peggiora; denaro non ce ne è per le opere necessarie, per la sicurezza del paesaggio e nostra, mentre c’è sempre denaro per inviare soldati in finte missioni di pace e per costruire il solito ponte di Messina, che non serve.
Qualche mese dopo il terremoto del Novembre 1980 un grande Convegno rinnovò a Torino, e Diego Novelli ne era il Sindaco, nel nome di Carlo Levi l’attenzione che il Paese dimostrò alla gente terremotata del Mezzogiorno. Levi aveva riproposto in termini nuovi il meridionalismo in Italia, impegnando la società italiana ad acquisire come problema nazionale il problema del Mezzogiorno. Lo sviluppo del 
Mezzogiorno è un elemento di ripresa dell’economia nazionale e riguarda la giustizia sociale. Non possiamo dimenticare i 400.000 emigrati dalla Basilicata ed oltre 50.000 soltanto in Piemonte a Torino. Oggi i migranti vengono dall’altra sponda del Mediterraneo nei nostri territori, mentre i nipoti ed i pronipoti di quei contadini lucani, poveri e ignoranti, emigrati in America per restare o per poi ritornare , dopo gli studi hanno deciso di migrare per trovare lavoro dignitoso e qualificato. Storia di migrazioni di poveri che hanno fame.
Oggi le multinazionali cercano il petrolio in Basilicata e le terre restano abbandonate.
La questione dei giacimenti petroliferi, della economia prodotta, della ricaduta sull’occupazione è discorso complicato ed i risultati non sono soddisfacenti per la comunità, per la popolazione della regione.
Il Mezzogiorno non è più quello del tempo di Levi, di Gobetti , né del tempo di Gramsci (vedi nota). Le alleanze non sono quelle pensate da Levi o Gramsci.
Il Mezzogiorno è l’insieme di numerosi Mezzogiorno. Il divario con il nord permane in questa terra che è confine dell’Europa.
Credo che di immutato c’è il dato della inadeguatezza delle classi dirigenti meridionali mentre la borghesia di una volta è quasi scomparsa e ha modificato il proprio carattere e la povertà aumenta e la ricchezza si concentra nelle mani di pochi.
Sembra attuale il grande discorso che Levi pronunziò il 26 Ottobre 1966 sui provvedimenti da adottare nei confronti della Città di Agrigento.
Si trovò Levi dinanzi ad “una realtà sfigurata”. La Commissione di inchiesta, presieduta da Michele Martuscelli sulla frana del 19 Luglio 1966, documentò “ le colpe e le infrazioni di legge, la collusione di amministratori, di politici e di speculatori, la degradazione degli organismi locali, regionali e centrali, e i modi per eludere e violare la legge e la situazione in cui si trovano insieme come controllori e controllati i funzionari e i tecnici del Comune di Agrigento. E’ tutto il modo di agire di un gruppo di potere locale del tutto corrotto e legato da una falsa solidarietà politica e da un interesse comune di carattere politico ad altri gruppi di potere dello stesso partito, regionali o centrali”….”violando la legge secondo i modi e i metodi di una vera e propria associazione a delinquere organizzata”.
E Levi parlò delle mille Agrigento del sud, metafora del Mezzogiorno d’Italia : “ ora questo sistema che crea un’economia arbitraria, permettendo un accumulo indiscriminato, fondato sulla connivenza politica, sulla presa del potere, sulla possibilità attraverso il potere di trovare i posti per i propri elettori e vassalli, questo sistema è veramente la definizione delle ragioni sociali e politiche che portano a queste realtà scandalose e patologiche”.
“…si apprende dalla relazione o dalle informazioni collaterali che abbiamo avuto come funzionassero le famiglie; direi, nel senso letterale (anche senza volere includere quello allusivo, speciale, di mafia)” .
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Ecco. Io ho parlato con le parole di Levi.
Ed ora mi chiedo e vi chiedo se il problema dell’oggi della politica è il bicameralismo o la disuguaglianza, l’ingiustizia sociale, l’inadeguatezza delle classi dirigenti, la corruzione, le mafie, la non giusta redistribuzione delle risorse e anche l’aver dimenticato di attuare la Costituzione nei Principi fondamentali e , ad esempio, il titolo terzo della Parte Prima sui rapporti economici, dall’art.35 al 47.
Francesco de Notaris – già Senatore –
Nota –Levi -:E ripensando a lui mi tornava davanti agli occhi la sua figura, perché io ho avuto la fortuna, molto giovane, ragazzo, di conoscere e anche di frequentare qualche volta Antonio Gramsci quelle volte, poche, in cui quasi sempre in compagnia di Gobetti io andai, poco più che adolescente, alla sede dell’”Ordine Nuovo”, a Torino, difesa allora dai fili spinati nel cortile e dagli operai torinesi armati. Quella sede che sembrava una fortezza delle speranze e della volontà e della libertà in mezzo alla selva della barbarie fascista che imperava nelle strade, quella sede che non fu mai occupata dai fascisti e che rimase intatta fino alla fine. Ricordo nella medesima stanza della redazione, Gramsci che ci accoglieva con un sorriso, Gobetti ed io, (Gobetti era redattore dell’”Ordine Nuovo”, redattore teatrale). Di Gobetti, Gramsci proprio nelle pagine finali del suo celebre scritto sulla Questione meridionale, ha scritto un elogio e ha lasciato agli amici di Gobetti, quasi con voce di un legato o di un testamento, una responsabilità, che, spero, di non aver tradito mai. Ora io quasi non ricordo di che cosa mai parlassimo, tanti anni sono passati,ma ricordo soprattutto la sua figura che veramente faceva vibrare l’aria attorno. Ricordo il fuoco nero dei suoi occhi e l’energia vitale, estrema, sublime, che irradiava attorno a lui. L’intensità unica della capacità di amore e anche della capacità di odio e di volontà rivoluzionaria che si leggeva nella sua figura. Io credo veramente che non ho mai visto uomini con un viso che rappresentasse in questo modo la personalità totale, così intensa, e associo in questo alla figura di Gramsci quella di Gobetti che anche egli aveva in un modo diverso una pari intensità,una pari vitalità,una pari profonda volontà rivoluzionaria.
Erano uomini che in altri tempi si sarebbero detti composti della materia dei santi, questi santi laici che da soli riescono a muovere il mondo e spostarlo e a creare veramente l’avvenire, e, anche se quello che allora potessimo aver detto (c’era una differenza di età, piccola, ma grandissima, perché non avevo ancora 16 o 17 anni, e Gramsci credo aveva allora 30 anni all’incirca), se anche non ricordo gli argomenti di cui c’eravamo in quelle rare volte trattenuti, ricordo in maniera straordinaria questa energia palese in ogni atto e in ogni pensiero, questa energia che dava al pensiero un valore assoluto, perentorio e insieme critico, questa energia che per me colora ancora oggi ogni suo scritto e che fa sì che leggendo una qualunque pagina di Gramsci io ci ritrovo questo fuoco vitale, anche al di là della lettera del testo, anche al di là di quella che può essere l’occasione o il particolare contenuto del pensiero.
dal discorso a braccio di Carlo Levi al cinema-teatro Impero di Matera sul tema “Gramsci e il Mezzogiorno, oggi”, 27 aprile 1967, cfr. C.Levi, Gramsci e il Mezzogiorno, oggi, “Basilicata”, XI, 5-6, maggio-giugno 1967, pp. 22-26
Convegno: “L’attualità di Levi e il Mezzogiorno” Napoli, 28.11.2016.Hotel Royal.
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