LATINA – Voto di scambio e clan: ecco i nomi dei politici rivelati dai pentiti

Il Caffè, n. 520 dal 16 al 22 gennaio 2020

Voto di scambio e clan: ecco i nomi dei politici rivelati dai  pentiti

Il pentito Riccardo tira in ballo i politici del centrodestra e spiega come avrebbero fatto a ottenere consensi nel 2013 e nel 2016

di Clemente Pistilli

Mi sento pronto a rappresentare alla Camera i cittadini italiani e in particolare quelli laziali e ringrazio l’onorevole Rampelli per aver consentito a me e alla provincia di Latina, di cui sono espressione, questa opportunità. Ringrazio il collega Marsilio e Giorgia Meloni con cui avvieremo una proficua collaborazione, ma soprattutto le persone di Latina e provincia che con il loro impegno e il loro consenso hanno permesso che io potessi essere chiamato a rappresentare la mia comunità nel Parlamento nazionale”. Era metà marzo 2013 e con queste parole Pasquale Maietta annunciava il suo ingresso a Montecitorio, reso possibile dalla decisione di Fabio Rampelli, attuale vice presidente della Camera dei deputati, di optare per l’elezione in un altro collegio liberando così un posto per quello che era l’astro nascente della politica pontina. I guai giudiziari che hanno poi travolto l’ormai ex onorevole, in particolare quelli legati all’inchiesta “Olimpia” e all’inchiesta “Arpalo”, per cui è stato anche arrestato, erano lontani. E quando sono arrivati Maietta ha comunque mantenuto fino al termine della scorsa legislatura l’incarico di tesoriere alla Camera di FdI. Nessuno sembrava neppure imbarazzato dalla frequentazione del deputato con Costantino Cha Cha Di Silvio, pregiudicato ed esponente del clan di origine nomade. Ora, nel corso del processo denominato “Alba Pontina”, che vede sul banco degli imputati proprio esponenti del clan Di Silvio, che secondo la Dda di Roma avrebbero dato vita a un’associazione di stampo mafioso impegnata nelle estorsioni, nell’usura, nell’intestazione fittizia di beni, nel traffico di droga e nella corruzione elettorale, il pentito Agostino Riccardo ha dichiarato, collegato con il Tribunale di Latina in videoconferenza, che Maietta entrò alla Camera dopo che il clan minacciò “pesantemente” Rampelli affinché optasse per un altro collegio e liberasse così il posto. Il collaboratore di giustizia, come prima di lui ha fatto anche l’altro pentito Renato Pugliese, ha poi ribadito quanto dichiarato nel corso delle indagini, puntando il dito contro un’ampia fetta della destra pontina, specificando chi e come avrebbe utilizzato la malavita di origine nomade durante le campagne elettorali, dai servizi di attacchinaggio alla compravendita di voti. Abbastanza per far alzare nuovamente le polemiche tra quanti, tirati in ballo dai pentiti, giurano di non aver mai avuto a che fare con i Di Silvio e le altre forze politiche che continuano a invocare l’intervento della Commissione parlamentare antimafia, che però da circa un anno ancora non arriva. Riccardo ha così affermato che, insieme ai Travali, nel 2006 fece eleggere Maietta al Comune di Latina, garantendogli oltre mille voti e spianandogli la strada per l’assessorato. Il pentito ha poi parlato delle politiche del 2013 e delle regionali dello stesso anno, sostenendo che proprio Maietta fece convogliare 500 voti dei tifosi della curva su Nicola Calandrini, sempre di Fratelli d’Italia e attualmente senatore, anziché su Gina Cetrone, ora responsabile in provincia di Latina del partito “Cambiamo” di Giovanni Toti. Il collaboratore di giustizia ha quindi confermato, passando alle elezioni comunali del 2016, che l’imprenditore Raffaele Del Prete, poi arrestato nell’inchiesta “Touchdown”, avrebbe finanziato la campagna elettorali di Matteo Adinolfi, attualmente eurodeputato della Lega, cercando di far acquistare al clan voti per il candidato di Noi con Salvini a Latina, e che sempre il clan era stato pagato dalla Cetrone per curargli l’attacchinaggio a Terracina, come emerso anche in alcune intercettazioni telefoniche, aggiungendo che la stessa Cetrone avrebbe chiesto ai Di Silvio pure di scortare a un comizio Armando Cusani. “Abbiamo lasciato solo Angelo Tripodi a Morelli, che apparteneva al gruppo dei Travali, ma per il resto era tutto nostro”, ha assicurato Riccardo. Ancora: “Con i Di Silvio avevamo preso l’80% della politica grazie ai miei contatti quando ero nel clan dei Travali. Sono stato io a proporre l’affare della politica”. Il processo prosegue. E la bufera politica pure.

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