Lassismo morale all’italiana. Quando un popolo ha perso perfino la capacità di indignarsi, è in agonia

Quando il metro di giudizio – e dei comportamenti – si riduce unicamente a valutare se le cose di cui si parla siano illegali oppure no, quando la morale collettiva tende a ritenere che tutto ciò che non è vietato dalla legge è legittimo, senza che intervenga alcun altro criterio – di opportunità, di equità, di convenienza: di moralità, in termini espliciti, sia sul piano pubblico che su quello privato -, quando è ormai rarissimo che ci si indigni e si assiste piuttosto al diffuso ammiccamento, allora si è davvero intrapresa una china pericolosa e potenzialmente devastante

Nel suo libro “A destra tutta” (Marsilio, 2009), Biagio De Giovanni (che è stato docente di Storia delle dottrine politche all’Università “L’Orientale” di Napoli) contesta le accuse di deriva fascista che sono state da qualcuno imputate al berlusconismo, perché, egli scrive, «fascismo è tendenza totalitaria, è censura e fine dell’informazione libera, è partito unico, è chiusura del Parlamento democratico, è negazione della Costituzione, è nazionalismo chiuso e guerrafondaio», mentre, ad avviso di De Giovanni, «nessuno di questi tratti incombe su di noi».
Nel suo ultimo libro, “Un Paese troppo lungo” (Einaudi, 2009), Giorgio Ruffolo – ben noto economista e saggista di prim’ordine, una delle coscienze più alte dell’Italia contemporanea – obietta a De Giovanni (al quale, scrive,  può accadere che «delusioni e rancori finiscano per annebbiare la lucidità dell’analisi») che «L’essenza del fascismo…. può essere una condizione di asservimento e autoasservimento conformistico, di plebiscitarismo elettorale, di decisionismo autoritario, di ultrasemplificazione e addomesticazione istituzionale, ottenuta attarverso il bombardamento mediatico o la distrazione ludica. Anche questo è regime». Ciononostante, Ruffolo ritiene che, ad evitare «un passaggio di quel tipo, dalla tentazione al regime, [esistano] trincee ed argini inevitabili, sia all’esterno sia all’interno»: in altre parole, la collocazione internazionale dell’Italia e la coscienza democratica diffusa nel Paese («anche nell’attuale maggioranza», egli precisa) ci garantiscono, secondo Ruffolo, da involuzioni autoritarie, rappresentando «forti difese, esterne ed interne».

E tuttavia. Ad una coscienza come quella di Ruffolo – non solo alta, ma anche vigile ed acuta – non possono sfuggire pericoli di altro tipo, non meno gravi della vera e propria deriva antidemocratica. Egli scrive, infatti: «I rischi di decomposizione del tessuto sociale sono, invece, già in condizione avanzata: presenti e manifesti. Il “populismo privatistico” [così Ruffolo definisce quello proprio di Berlusconi, diverso da altri tipi di populismo che la storia lontana e recente ci ha fatto conoscere] che ha investito in pieno questo Paese ha caratteristiche che vanno al di là delle vicende dell’attuale sorprendente leader, per quanto queste possano riservare sorprese. Esso non presenta un’ideologia (non raggiunge questo livello), ma comporta un clima. E questo clima di lassismo morale, per tutto ciò che è res publica, è quello che meglio si adatta a coltivare le predisposizioni alla criminalità organizzata. Pulsioni di ricchezza e baldoria, disprezzo della politica, tribalismo calcistico, insofferenza per la critica, impazienza della discussione; ma, soprattutto, onnipotenza della cura dei propri affari, su ogni altra preoccupazione sociale. Prese ciascuna per suo conto, queste pulsioni sono di certo relativamente innocue. Calate insieme in un messaggio politico, possono essere devastanti». Parole profetiche, quelle sulla «onnipotenza della cura dei propri affari», se pensiamo alle cose di cui sono pieni i giornali ed i talk-show da ormai molti giorni.

L’obiezione che viene maggiormente avanzata, da parte di chi, direttamente o anche solo per appartenenza politica, è coinvolto nelle vicende legate alle intercettazioni ed al mondo talvolta cinicamente affaristico che esse rivelano (anche a prescindere dalle orribili “risate” in corso di terremoto), è che alcune o parecchie delle cose evidenziate “non hanno rilevanza penale” (questo è ancora da accertare: ma la cosa, da un certo punto di vista, è addirittura inessenziale). Ed è una tesi che fa breccia in non poche persone. Ecco, questo è il punto.
Quando il metro di giudizio – e dei comportamenti – si riduce unicamente a valutare se le cose di cui si parla siano illegali oppure no, quando la morale collettiva tende a ritenere che tutto ciò che non è vietato dalla legge è legittimo, senza che intervenga alcun altro criterio – di opportunità, di equità, di convenienza: di moralità, in termini espliciti, sia sul piano pubblico che su quello privato -, quando è ormai rarissimo che ci si indigni e si assiste piuttosto al diffuso ammiccamento, allora si è davvero intrapresa una china pericolosa e potenzialmente devastante, e non si sa mai se si sia già raggiunto il fondo o se si possa scendere ancora più in basso (al peggio, è noto, non c’è mai fine).

Non si tratta di essere “bacchettoni”, ma sarebbe bello – e, alla lunga, più conveniente per tutti – vivere in una società che sapesse e volesse dettare e pretendere comportamenti “morali”, pena l’espulsione dei reprobi, al di là del fatto che i modi di agire siano giuridicamente sanzionabili oppure no. E’ troppo? No, perché l’alternativa è ciò a cui assistiamo: l’imbarbarimento collettivo e lo smarrimento di ogni regola. Prima ancora dei codici (che pur devono essere applicati, lasciando i magistrati in condizioni di svolgere con serenità i compiti che lo Stato di diritto assegna loro), dovrebbe esserci l’etica, quella pubblica e quella privata. Non c’è niente di lugubre nell’etica, si può vivere felicissimi e con pienezza di esperienze anche nel suo totale rispetto. Perciò è lecito emettere un giudizio morale sulle cose che apprendiamo anche prima che i giudici dei tribunali abbiano sentenziato in via definitiva. Perché non tutto ciò che non è illegale è morale.

Purtroppo, per chiudere ancora con Ruffolo, «Quel che sgomenta è l’assenza totale di un messaggio contrapposto, di eguale intensità e potenza»: sarebbe il caso di darlo. Vasto programma.

Franco Bianco

(Tratto da Aprile Online)

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